Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghibli

Discussioni su gli autori e gli anime Ghibli e Pre-Ghibli

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blefaro
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da blefaro »

glossando, a che punto di deviazione sono arrivato, giusto?
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Shito
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da Shito »

No, intendevo deragliamento. Per questo ho scritto deragliamento.

Deragliare è andare fuori dai binari. Deviare è prendere una qualsiasi linea che diverge dalla maestra, ma potrebbe anche trattarsi di uno scambio.

Parlando del pensiero, della psiche, 'deragliamento' è sicuramente più forte e violento di 'deviazione'.

I due termini non sono affatto sinonimi.

Come vedi, sei proprio tu ad avere una strana visione della lingua. Tendi a mettere "le tue letture", o meglio "le tue visioni", nella testa e sulla bocca degli altri, deformando forma e contenuti dell'espressione di quelli. Ti sconsiglierei di farlo.

Ma del resto, con chi sto parlando?

Con una persona che è andata avanti per settimane ad ammorbare il prossimo con questioni puntigliose basate su una esplosiva combinazione di 'nulla' e 'presupposizione'. Che dopo settimane non ha mai confermato di avere visto l'edizione del film su cui pure aveva così tanto da ridire, salvo dimostrare nei fatti di muovere le sue critiche basandole solo sul "sentito dire".

Ah, la nuova edizione italiana di Sen to Chihiro l'hai vista?

No, così, per sapere.
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blefaro
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da blefaro »

Chiedo scusa ai moderatori, ma ho bisogno di riportare questo post, a mio avviso molto esplicativo riguardo alle tematiche affrontate in questo thread

da KwErEnS » sab mag 31, 2014 6:18 pm

In violazione del diritto d'autore, ma giusto per capire:

Nabokov ha scritto:
Mid-twentieth century ideas concerning child-parent relationship have been considerably tainted by the scholastic rigmarole and standardized symbols of the psychoanalytic racket, but I hope I am addressing myself to unbiased readers. Once when Avis’s father had honked outside to signal papa had come to take his pet home, I felt obliged to invite him into the parlor, and he sat down for a minute, and while we conversed, Avis, a heavy, unattractive, affectionate child, drew up to him and eventually perched plumply on his knee. Now, I do not remember if I have mentioned that Lolita always had an absolutely enchanting smile for strangers, a tender furry slitting of the eyes, a dreamy sweet radiance of all her features which did not mean a thing of course, but was so beautiful, so endearing that one found it hard to reduce such sweetness to but a magic gene automatically lighting up her face in atavistic token of some ancient rite of welcome — hospitable prostitution, the coarse reader may say. Well, there she stood while Mr. Byrd twirled his hat and talked, and — yes, look how stupid of me, I have left out the main characteristic of the famous Lolita smile, namely: while the tender, nectared, dimpled brightness played, it was never directed at the stranger in the room but hung in its own remote flowered void, so to speak, or wandered with myopic softness over chance objects — and this is what was happening now: while fat Avis sidled up to her papa, Lolita gently beamed at a fruit knife that she fingered on the edge of the table, whereon she leaned, many miles away from me. Suddenly, as Avis clung to her father’s neck and ear while, with a casual arm, the man enveloped his lumpy and large offspring, I saw Lolita’s smile lose all its light and become a frozen little shadow of itself, and the fruit knife slipped off the table and struck her with its silver handle a freak blow on the ankle which made her gasp, and crouch head forward, and then, jumping on one leg, her face awful with the preparatory grimace which children hold till the tears gush, she was gone — to be followed at once and consoled in the kitchen by Avis who had such a wonderful fat pink dad and a small chubby brother, and a brand-new baby sister, and a home, and two grinning dogs, and Lolita had nothing.

Giulia Arborio Mella per Adelphi ha scritto:
Le idee della metà del Novecento sul rapporto genitore-figlia sono state considerevolmente intaccate dalle pedanti tiritere e dai simboli standardizzati del racket psicoanalitico, ma io spero di rivolgermi a lettori obiettivi. Una volta, quando il padre di Avis aveva suonato il clacson per avvertire che papà era venuto a prendere il suo tesorino, mi sentii costretto a invitarlo in salotto, dove sedette per un minuto, e mentre facevamo conversazione Avis, una bambina pesante, bruttina e affettuosa, gli si fece accanto e alla fine gli si accoccolò paffutamente sulle ginocchia. Bene, non ricordo se ho già accennato al fatto che Lolita aveva sempre per gli estranei un sorriso assolutamente incantevole, due teneri, serici occhi a fessura, una radiosità sognante e dolcissima di ogni lineamento, naturalmente priva di qualsiasi significato, ma così bella, così accattivante che era difficile ricondurre una simile dolcezza a un gene magico che le illuminasse automaticamente il viso nel simbolo atavico di un antico rito di benvenuto – prostituzione ospitale, potrebbe dire il lettore volgare. Be', adesso lei era lì, in piedi, mentre il signor Byrd faceva roteare il cappello e parlava e... sì, guardate che stupidità da parte mia, ho tralasciato la caratteristica principale del famoso sorriso di Lolita, e cioè: quando il tenero, nettareo fulgore cosparso di fossette entrava in azione, non era mai diretto al nuovo venuto, ma restava sospeso nel proprio vuoto remoto e fiorito, per così dire, oppure vagava con miope leggerezza su oggetti casuali – e così accadeva ora: mentre la grassa Avis si avvicinava furtiva al suo papà, Lolita, appoggiata al bordo del tavolo, faceva gli occhi dolci a un coltello da frutta con cui giocherellava a molti chilometri da me. D'un tratto, quando Avis si avvinghiò al collo e all'orecchio del padre e lui, con braccio distratto, avviluppò la sua pingue e voluminosa progenie, vidi il sorriso di Lolita perdere tutta la sua luce e diventare l'ombra piccola e congelata di se stesso, e il coltellino scivolò giù dal tavolo e col manico d'argento le colpì in malo modo la caviglia, e lei sussultò, e si chinò con la testa in avanti, e poi, saltando su una gamba sola, il viso sfigurato dalla smorfia preparatoria che i bambini mantengono finché non sgorgano le lacrime, scomparve – per esser subito seguita e consolata in cucina da Avis, che aveva un papà così grasso e roseo e meraviglioso e un fratellino cicciottello, e una sorellina nuova di zecca, e una casa, e due cani sorridenti, e Lolita non aveva nulla.

Shito, nel messaggio precedente ha scritto:
Le idee di metà del secolo in merito al rapporto tra genitore e figli sono state considerevolmente macchiate dalla tiritera di scolasti e dagli standardizzati simboli del racket psicoanalitico, ma io spero di rivolgermi a lettori imparziali. Una volta, quando il padre di Avis aveva strombazzato da fuori per dar segnale che papà era venuto a portare a casa il suo cucciolo, mi sentii obbligato a invitarlo in salotto, lui sedette per un minuto e, mentre facevamo conversazione, Avis, una bimba pesante, non attraente, affettuosa, gli si mise accanto e alla fine gli si appollaiò paffutamente sulle ginocchia. Orbene, non ricordo se io abbia già menzionato che Lolita aveva sempre un sorriso assolutamente incantevole per gli estranei, la fessura degli occhi tenera e impastata, da ogni suo lineamento una dolce radiosità trasognata che ovviamente non significava nulla, ma che era così bella, così accattivante che si sarebbe trovato difficile ricondurre una tale dolcezza ad altro che un gene magico che le illuminava automaticamente il volto nell'atavico pegno d'un qualche antico rito di benvenuto – prostituzione ospitale, potrebbe dire il lettore dozzinale. Beh, ed eccola che se ne stava ritta lì, mentre il signor Byrd roteava il cappello e parlava e... sì, guardate che stupido che sono stato, ho tralasciato la caratteristica principale del famoso sorriso di Lolita, ovverosia: mentre la tenera, nettarina, fossettata luminosità era in atto, non era mai diretta all'estraneo nella stanza, ma restava sospesa nel suo remoto spazio vuoto fiorito, per così dire, oppure vagava con miope morbidezza su oggetti a caso – e così stava accadendo ora: mentre la grassa Avis si avvicinava furtiva a papà, Lolita sorrideva dolcemente a un coltello da frutta con cui giocherellava a bordo tavolo, su cui s'era reclinata, a molti chilometri da me. D'improvviso, quando Avis si aggrappò al collo e all'orecchio del padre mentre, con braccio distratto, l'uomo avvolgeva la sua pingue e voluminosa prole, vidi il sorriso di Lolita perdere tutta la sua luce e diventare una piccola ombra ghiacciata di sé stesso, e il coltello da frutta scivolò giù dal tavolo e le assestò col suo manico d'argento un colpo matto sulla caviglia che la fece sussultare, e chinare la testa in avanti, e poi, saltellando su una gamba sola, la faccia orrenda per la smorfia preparatoria che i bambini mantengono finché le lacrime non sgorgano, se n'era andata – per essere immediatamente seguita e consolata in cucina da Avis, che aveva un così meraviglioso grasso roseo papà e un fratellino cicciotto, e una sorellina neonata nuova di zecca, e una casa, e due cani col sorrisone, e Lolita non aveva nulla.
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blefaro
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da blefaro »

PREMESSA
Malgrado detesti fortemente la pedanteria, mi sarà necessario svolgere un’analisi dettagliata e puntuale delle criticità degli adattamenti delle opere dello studio Ghibli curati da Gualtiero Cannarsi, che con una crasi di autore e adattatore potrei definire un “autadattatore”. Tale analisi risulterà quindi necessariamente lunga, tediosa e decisamente poco “forumistica”.

Poiché un grosso masso ostacola la strada, sembra che l’unico modo per dimostrare la sua esistenza a chi non riesce a vederlo sia quello di descriverlo quanto più minuziosamente possibile.

Chi scrive è un semplice appassionato dello Studio Ghibli e non è in possesso di particolari competenze linguistiche, né ha alcuna competenza in lingua giapponese; inoltre ha a disposizione solo alcuni dei testi oggetto di analisi e solamente alcuni lacerti dei testi originali giapponesi. Chiedo pertanto preventivamente scusa di qualche imprecisione che sarà contenuta nel testo che segue, che affronterà le seguenti tematiche: 1) caratterizzazione degli adattamenti; 2) metodo; 3) personaggio Cannarsi. Se mi sarà possibile (ne dubito) compierò anche una breve analisi degli aspetti di contorno, da quelli inerenti al doppiaggio ad altri legati alle strategie commerciali della casa distributrice dei film Ghibli in Italia, la Lucky Red.

Gli esempi citati sono solo un piccolissimo campionario di quelli possibili.

1) CARATTERIZZAZIONE DEGLI ADATTAMENTI
Prima di formulare qualsiasi giudizio di merito, è indispensabile affrontare la questione a mio avviso più rilevante: gli adattamenti dei film Ghibli ad opera di Gualtiero Cannarsi sono estremamente connotati, caratterizzati, riconoscibili in termini linguistici, semantici, psicologici e stilistici. Data la pretesa e decantata neutralità del metodo di adattamento (questione che affronterò successivamente) ci si aspetterebbe il contrario, ma è il linguaggio a tradire la realtà delle intenzioni e della prassi del lavoro di adattamento del Cannarsi. Ogni frase, ogni parola è caricata di significati ulteriori rispetto a quelli originariamente prevista dagli autori giapponesi. Per quanto potrebbe essere sufficiente l’ascolto per rendersene conto, sarà necessario affrontare il tema della connotazione in maniera sufficientemente analitica. La connotazione è una prassi che si ripete con grande frequenza negli adattamenti di Cannarsi, a vari livelli, di sotto elencati:
a) a livello del singolo termine l’adattamento mantiene la corretta denotazione, ma viene modificata, di solito per eccesso, la connotazione (http://www.treccani.it/vocabolario/connotazione/). Alcuni esempi:
• Nel tentativo di ri-traduzione di Lolita di Nabokov, compiuto dal Cannarsi sul Forum Ghibli, “honk” viene tradotto con “strombazzare” anziché con il corretto e neutro “suonare il clacson”
• Nell’adattamento de “La collina dei papaveri” l’anglicismo “handsome” viene reso con “belloccio”, termine connotato (http://www.treccani.it/vocabolario/occio/) in senso scherzoso o spregiativo, comunque diminutivo rispetto ad espressioni più corrette e neutre come “bello” “bell’uomo”, “carino”, “di bell’aspetto” eccetera
• Nell’adattamento di Mononoke lo “shishi” di “shishigami”, che significa animale di grosse dimensioni, bestia, leone, cervo, selvaggina o addirittura carne, viene reso con l’italiano “bestia”, termine che nell’uso ha visto ormai prevalere il significato figurativo di “uomo stupido,violento, irascibile e brutale” su quello letterale, tanto che ormai il termine ha assunto una chiara connotazione negativa; per non parlare dell’effetto che produce in associazione diretta alla parola “dio”, senza neanche la mediazione di una preposizione.
b) Ancora a livello del singolo termine , viene mantenuta la corretta denotazione e gran parte della connotazione affettiva, allusiva e simbolica della parola originale (sinonimi quasi perfetti), ma ne viene modificato il tono, oserei dire l’intonazione, attraverso una pervicace ricerca del termine meno battuto, più ricercato, più distintivo, anche quando non richiesto dalla particolare arcaicità o complicazione del testo di partenza. Ad esempio:
• “giunta” anziché “arrivata”
• “recapiti” anziché “consegne”
• “splendida” anziché “bellissima”
• “di qui” anziché “di qua”
• “vi” anziché “ci”
• “pulzelle” per “fanciulle, damigelle, ragazze, signorine, giovinette ecc.”
c) A un livello intermedio tra il termine e la frase, l’idiosincrasia conclamata per glosse e perifrasi, anche nei casi di termini non immediatamente traducibili in italiano, perché inesistenti nella nostra lingua, lascia ampio spazio all’interpretazione . Ad esempio
• l’arcaismo “araburu” (Mononoke), che vuol dire qualcosa come “muoversi selvaggiamente”, “caricare”, “inbestialirsi”, “inferocirsi” o “imbufalirsi” viene reso con “darsi alla furia”, che esprime un concetto differente.
• "Giù dabbasso la sabbia ferrosa si era finiti ad esaurirla" è la resa in italiano di "N, n. Kono shimo ja Satetsu o tori tsukushichimatta kara na", frase pronunciata da un umile bovaro, che suona più o meno così: "Sì, sì, siccome tutta la sabbia ferrosa [giù alla riva] era esaurita…"
[To be continued]
Ultima modifica di blefaro il mer lug 02, 2014 11:05 am, modificato 1 volta in totale.
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da pippov »

Blefaro, mi ripermetta.
Io cerco di seguirla, ma faccio davvero fatica.

"Nell’adattamento di Mononoke lo “shishi” di “shishigami”..."

"l’arcaismo “araburu” (Mononoke)..."

“pulzelle” per “fanciulle, damigelle, ragazze, signorine, giovinette ecc....”


Insomma, di che sta parlando? Chi le dice quelle cose? Davvero vuole convincermi - convincere il popolo, e magari anche Shito - sulla base di voci riportare, di googolate sparse e di pareri di illustri anonimi (anche perchè continua a non citare le fonti di quello che scrive...)?
Davvero l'utilizzo di "pulzelle" al posto di "damigelle, signorine o giovinette" connota un adattamento? Per non dire dei "di qui" o "vi/ci"... Ma siamo seri.

Vuole dimostrare che Shito si compiace di "caricare" i suoi adattamenti in modo da farli suonare elaborati e altisonanti? Ok, lo faccia. Non so a cosa possa tornarle utile, ma se ha tempo da dedicare a questa missione, ci provi. E' un'opinione che potrei anche condividere in alcune occasioni. Ma usi paragoni vagamente più pregnanti e significativi, se possibile!
Vuole dimostrarlo in maniera da "smontare" l'assunto "oggettivistico"? Andiamo, è banale che una persona lavori col suo cervello. E' banale che l'adattamento di Shito lo faccia Shito. E' talmente banale che mi stupisco che da un paio di mesi lei si stia ancora affannando in quella direzione!
E' vero, e lo sappiamo: Shito è riconoscibile. Ha uno stile per cui anche se traducesse un bugiardino dell'aspirina alla terza riga potrei dire "qui è passato Gualtiero".
E' italiano. Formalmente corretto. E' brutto? A volte.
E' brutto è una critica sensata, per chi la esprime. Anche se a esprimerla sono decine di "like". Il resto, la pretesa di dimostrarlo, no.

Ma le chiedo, e quindi?
Dimostri che ci sono errori. Dimostri che in giapponese quella connotazione non esiste. Dimostri che le intepretazioni dei doppiatori italiani sono sbagliate.
Dimostri, in buona sostanza, che Shito commette errori. Che è incompetente. Questo sarebbe grave per un professionista.
Ha a disposizione i servizi di seri professionisti - tale Alviggi così si qualifica ed è riconosciuto (io non lo conosco, ma mi fido) - ha a disposizione la memoria collettiva di 124 persone, ha a disposizione google.
Si impegni di più.

Perchè quello che ha scritto fino ad ora dimostra solo che ha tanto tempo da perdere. E io dietro a lei...
Si tratta della mia filosofia di vita. Io rispetto tutti, se qualcuno dice che Mourinho non e' meglio di lui sono d'accordo. Ma non posso vivere in questo mondo competitivo pensando che qualcuno sia meglio di me - Jose' Mourinho
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da blefaro »

porti pazienza, PippoV.
Poi lei come definisce "errore"? Per quanto mi riguarda, quelli che espongo sono già errori. O forse dovrei dimostrarle qualcosa di grossolano, tipo che le lucciole vengono adattate in lanterne?
Ultima modifica di blefaro il mer lug 02, 2014 11:34 am, modificato 1 volta in totale.
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da pippov »

Ci sarà una rivelazione finale?
La aspetto con impazienza.
Si tratta della mia filosofia di vita. Io rispetto tutti, se qualcuno dice che Mourinho non e' meglio di lui sono d'accordo. Ma non posso vivere in questo mondo competitivo pensando che qualcuno sia meglio di me - Jose' Mourinho
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da Heimdall »

Ho fatto pulizia dei post OT. Riapro il topic per chiunque volesse commentare.
Vale quanto detto sinora: su questo thread in particolare niente OT e niente attacchi personali, grazie.
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da upirox »

Mi sono scordato di chiedere a Shito una cosa.
mi e' parso di vedere sulla schermata del logo Ghibli all'inizio di Mononoke Hime il sottotitolo Un Prodotto Studio Ghibli, mentre prima e' sempre stato Una Produzione Studio Ghibli....m'e' tornato in mente vedendo quella schermata in Arrietty.
Come ma questo cambiamento, schermata cambiata o che altro?

u.
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da Shito »

Un semplice aggiornamento di traduzione. In giapponese ci sono vari termini per indicare 'produzione' - tipicamente almeno due, e pure omofoni: 製作 e 制作. Poi usano anche il katakana per 'producer' e area sementica allegata. Nella scermata di testa, però, c'è proprio scritto 作品 (sakuhin), che indica un'opera intesa come un prodotto. Si potrebbe in effetti anche tradurre come 'una creazione Studio Ghibli', ma siamo sempre lì. Per esempio in coda ai trailer troverai, tipicamente "Miyazaki Hayao Kantoku Sakuhin" -> "Un'opera/prodotto/creazione del regista Miyazaki Hayao".
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da upirox »

grazie per il cortese chiarimento.
l'idea che mi faccio sempre di piu' e' quella di un lavoro di continuo e minuzioso affinamento.
chissa' come sara' Mononoke quando tra qualche anno usciranno nuovi supporti ultra-high definition ;-)
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da blefaro »

blefaro ha scritto:PREMESSA
...

1) CARATTERIZZAZIONE DEGLI ADATTAMENTI
Prima di formulare qualsiasi giudizio di merito, è indispensabile affrontare la questione a mio avviso più rilevante: gli adattamenti dei film Ghibli ad opera di Gualtiero Cannarsi sono estremamente connotati, caratterizzati, riconoscibili in termini linguistici, semantici, psicologici e stilistici. Data la pretesa e decantata neutralità del metodo di adattamento (questione che affronterò successivamente) ci si aspetterebbe il contrario, ma è il linguaggio a tradire la realtà delle intenzioni e della prassi del lavoro di adattamento del Cannarsi. Ogni frase, ogni parola è caricata di significati ulteriori rispetto a quelli originariamente prevista dagli autori giapponesi. Per quanto potrebbe essere sufficiente l’ascolto per rendersene conto, sarà necessario affrontare il tema della connotazione in maniera sufficientemente analitica. La connotazione è una prassi che si ripete con grande frequenza negli adattamenti di Cannarsi, a vari livelli, di sotto elencati:
a) a livello del singolo termine l’adattamento mantiene la corretta denotazione, ma viene modificata, di solito per eccesso, la connotazione (http://www.treccani.it/vocabolario/connotazione/). Alcuni esempi:
• Nel tentativo di ri-traduzione di Lolita di Nabokov, compiuto dal Cannarsi sul Forum Ghibli, “honk” viene tradotto con “strombazzare” anziché con il corretto e neutro “suonare il clacson”
• Nell’adattamento de “La collina dei papaveri” l’anglicismo “handsome” viene reso con “belloccio”, termine connotato (http://www.treccani.it/vocabolario/occio/) in senso scherzoso o spregiativo, comunque diminutivo rispetto ad espressioni più corrette e neutre come “bello” “bell’uomo”, “carino”, “di bell’aspetto” eccetera
• Nell’adattamento di Mononoke lo “shishi” di “shishigami”, che significa animale di grosse dimensioni, bestia, leone, cervo, selvaggina o addirittura carne, viene reso con l’italiano “bestia”, termine che nell’uso ha visto ormai prevalere il significato figurativo di “uomo stupido,violento, irascibile e brutale” su quello letterale, tanto che ormai il termine ha assunto una chiara connotazione negativa; per non parlare dell’effetto che produce in associazione diretta alla parola “dio”, senza neanche la mediazione di una preposizione.
b) Ancora a livello del singolo termine , viene mantenuta la corretta denotazione e gran parte della connotazione affettiva, allusiva e simbolica della parola originale (sinonimi quasi perfetti), ma ne viene modificato il tono, oserei dire l’intonazione, attraverso una pervicace ricerca del termine meno battuto, più ricercato, più distintivo, anche quando non richiesto dalla particolare arcaicità o complicazione del testo di partenza. Ad esempio:
• “giunta” anziché “arrivata”
• “recapiti” anziché “consegne”
• “splendida” anziché “bellissima”
• “di qui” anziché “di qua”
• “vi” anziché “ci”
• “pulzelle” per “fanciulle, damigelle, ragazze, signorine, giovinette ecc.”
c) A un livello intermedio tra il termine e la frase, l’idiosincrasia conclamata per glosse e perifrasi, anche nei casi di termini non immediatamente traducibili in italiano, perché inesistenti nella nostra lingua, lascia ampio spazio all’interpretazione . Ad esempio
• l’arcaismo “araburu” (Mononoke), che vuol dire qualcosa come “muoversi selvaggiamente”, “caricare”, “inbestialirsi”, “inferocirsi” o “imbufalirsi” viene reso con “darsi alla furia”, che esprime un concetto differente.
• "Giù dabbasso la sabbia ferrosa si era finiti ad esaurirla" è la resa in italiano di "N, n. Kono shimo ja Satetsu o tori tsukushichimatta kara na", frase pronunciata da un umile bovaro, che suona più o meno così: "Sì, sì, siccome tutta la sabbia ferrosa [giù alla riva] era esaurita…"
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d) Ancora a livello intermedio tra il termine e la frase, è evidente come la scelta ossessiva di tradurre parola per parola, tramite il cosiddetto “rapporto 1:1” abbia come conseguenza la costruzione di insiemi di parole, sintagmi, espressioni che semplicemente non esistono nella lingua italiana, o sono strutturati diversamente .
• “vi pregheremo di farcene pronto comunicato" pompoko
• "La nostra portata è a questo livello" pompoko
• “una circostanza di follia” pompoko
e) A livello della struttura sintattica, gli adattamenti di Cannarsi presentano un uso ricorrente, se non prevalente, delle cosiddette “costruzioni sintattiche marcate”, anche al di fuori di qualunque necessità espressiva; la dislocazione del soggetto e l’inversione rema-tema costituiscono prassi e non eccezione.
• "che nel trasformismo moderno le banconote di foglie fossero bandite, mi pareva di avervelo detto!" pompoko
• "vi giuro che i miei pensieri siffatti non sono" pompoko
• “per lo zucchero non ce la si è fatta” arrietty
• "Il tuo proteggermi mi ha resa felice” arrietty
• “Del giorno in cui sei arrivata qui, me ne ricordo ancora” kiki
• “lui è stando al bagno pubblico che si comporta male” città incantata
• " Sia la signora Tenar che Sparviere, io… devo ringraziarli!" Terramare
• ''quel che gli umani faranno da qui innanzi, per sondarlo approfonditamente, non sarà troppo tardi!'' Arrietty
• “Ti squarcerò quella gola, così che a sputar ciance non potrai metterti mai più” Mononoke
f) Anacoluti
• “io, quand'ero piccola, è capitato che…” città incantata
• “ "Tu, colui che catturò una stella cadente...oh, uomo senz'animo! “ howl
g) Pleonasmi , ripetizioni, ridondanze, talvolta al limite della correttezza sintattica
• “Sia la magia sia la pittura si assomigliano” kiki
• “Un vestito un pochino più stupendo” kiki
• “di se stessi bisogna decidere da se stessi” howl
• "della cotanta disgrazia"
• “vado a recarmi” (arrietty)
• “si era finiti per esaurire”(mononoke)
h) Utilizzo combinato di forme dubitative e forme assertive, ancora una volta al di fuori delle prassi della lingua italiana
• "Per quale ragione dovrei proprio assumerti?"
• “Non credete che sarà per forza un successo?” howl
• "Vorrei pregarvi di salvare senz'altro"
• “Pagheremo più tardi, quando prima o poi arriveranno” CI
• "Se piove si forma all'incirca un mare" CI
i) Uso ricorrente di forme di cortesia, appellativi, forme dubitative e ripetizioni forse normali nella lingua giapponese, ma decisamente poco frequentate in italiano, come “sorellona”, “nonnetta”, “sarebbe”, “finire per”, “eh”, ecc. ecc.
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da blefaro »

Il metodo Cannarsi: “Non aggiungere nulla, non togliere nulla. Lasciamo in pace le opere altrui”.

“Le parole sono importanti. Hanno un senso in loro stesse. NON VANNO CAMBIATE. Perché se ci sono due parole uguali, tali devono restare: un motivo ci sarà. Se ci sono due parole diverse, tali devono restare: un motivo ci sarà. In una traduzione dunque non bisognerebbe mai: cambiare nulla; aggiungere nulla; togliere nulla; inventare nulla. Ci vuole un bel tempo, per fare così, ma si può fare, o almeno ci si può avvicinare. E va fatto. Se si vuole capire l'opera per quello che è, si capisce. Passare due ore senza pensare a niente, beh, lo si può fare in tanti modi. Lasciamo in pace le opere altrui, però. No?”. “Io scelgo di rifarmi a dati oggettivi: il testo originale, la correttezza della lingua italiana”
Questi sono solo due dei numerosissimi brani il cui il Cannarsi illustra il metodo al quale sostiene di rifarsi. Ma è proprio così che egli opera? Davvero il Cannarsi non aggiunge nulla, davvero si attiene scrupolosamente a dati oggettivi?


Dagli esempi precedentemente riportati emerge chiaramente, ove se ne dubitasse, che gli adattamenti del Cannarsi non sono né neutri, né incontestabili, né oggettivi come il suo autore dichiara, ma al contrario risultano essere fortemente connotati in senso sintattico, lessicale, linguistico, psicologico e, soprattutto, stilistico.
Come possono definirsi se non “connotati” o, peggio, “stilosi”, quegli spazi testuali in cui i personaggi non arrivano, ma “giungono”, non vanno, ma “si recano”, non si calmano, ma “placano il proprio animo”, non chiedono agli altri di scansarsi, ma li insolentiscono con un “sei d’intralcio”, non fuggono, ma “sgattaiolano”, non suonano il clacson, ma “strombazzano”? Come definire, se non connotati, quei dialoghi in cui la sintassi marcata non è una eccezione utilizzata con specifiche finalità di accentuazione espressiva, ma la regola? E’ davvero così che si esprime il buon Miyazaki?

La “fedeltà”, termine tanto caro al Cannarsi, non è evidentemente sufficiente ad assicurare un corretto adattamento e lo è ancora meno se è concepita nella accezione riduttiva di fedeltà semantico-denotativa del singolo termine usato, ignorando la dimensione connotativa, psicologica e sociale di ogni singola parola scelta, e ancor più la valenza connotativa degli insiemi di più parole che compongono la lingua più dei singoli termini.

La scelta del cosiddetto “rapporto 1:1”, per cui esisterebbe una relazione biunivoca, esplicabile in tavole di corrispondenza, tra ogni singolo termine del testo originale e il corrispettivo del testo tradotto, non tiene sufficientemente conto né del contesto della frase in cui è inserita la parola, né del contesto linguistico e culturale delle lingue di origine e di arrivo; tale scelta di fatto spezzetta le frasi in singole parole, appesantendo e ostacolando una resa corretta e fluida del testo. Persino i programmi di traduzione automatica, forse dopo aver constatato gli esiti involontariamente comici che ne derivavano, hanno abbandonato il criterio per cui ad ogni parola di una lingua corrisponde una parola di un’altra lingua, ma traducono sia per parole che per espressioni, a seconda delle esigenze.
Ogni lingua, sia scritta che parlata, vive di espressioni, di frasi fatte, di modi di dire che non sempre sono palesi né agli stranieri, né ai madrelingua, e che talvolta si limitano a sintagmi in cui una parola è convenzionalmente legata alla successiva, e che difficilmente sono riproducibili in maniera esatta in una lingua differente. In ogni lingua esistono relazioni tra le parole e stratificazioni che non possono essere ignorate, abbinamenti tra parole convenzionalmente in uso e altri convenzionalmente evitati.
Per fare degli esempi di fantasia, “automobile di grossa cilindrata” non può essere sostituito alla leggera, se non per raggiungere un effetto straniante o comico, con “vettura di ampia volumetria dei cilindri”; “a colpo d’occhio” non può diventare “a botta di globo oculare”; “di rara bellezza” non può essere reso con “di infrequente avvenenza”; “in poche parole” è una unità espressiva unica che non può essere sostituita da “in limitati vocaboli” e così via.

Cos’è fedele, cos’è infedele

Come il brano di musica classica interpretato dal noto direttore d’orchestra, o le copie dei quadri famosi che nel rinascimento contribuirono alla diffusione delle scoperte pittoriche dei grandi maestri, l’interprete di un testo genericamente inteso ha degli inevitabili margini di libertà; ma in casi del genere, in cui è richiesta la massima fedeltà, l’ abilità dell’interprete si esplica nel deviare l’attenzione del fruitore dalla propria opera di interpretazione del testo originale (sia esso letterario, pittorico o musicale), affinché tale attenzione sia correttamente rivolta all’autore del testo originale.
Nella accezione più diffusa della traduzione di opere letterarie, come nella interpretazione di brani musicali classici, i margini di manovra dell’interprete si muovono all’interno di un alveo ristretto di accettabilità condivisa, un perimetro incerto che può essere esteso nel caso di interpreti di comprovata grandezza (ad esempio Glenn Gould con Bach), ma che non può in nessun caso essere ignorato.
Tutto ciò che va al di fuori di questo perimetro convenzionalmente accettato va inteso come una aggiunta dell’interprete, una superfetazione che incrosta il testo originale distorcendone la comprensione. In questo senso gli adattamenti del Cannarsi poco hanno a che vedere con il motto “non aggiungere nulla, non togliere nulla” che egli stesso proclama, poiché tali adattamenti di fatto aggiungono un registro stilistico, psicologico e interpretativo che poco ha a che vedere con le intenzioni originali del testo.

Un buon traduttore, un buon adattatore non può considerare equivalenti due sinonimi che, inevitabilmente, hanno connotazioni diverse, ma dovrebbe sforzarsi di scegliere il termine più vicino non solo al significato letterale del termine originale, ma anche alla sua connotazione linguistica, psicologica e sociale; allo stesso modo non può considerare equivalente e interscambiabile l’utilizzo di forme sintattiche marcate o non marcate.

Un buon traduttore, un buon adattatore non può, non deve esprimere un proprio stile, ma dovrebbe sforzarsi esclusivamente di rendere nella maniera più fedele possibile non solo il significato letterario, ma anche lo stile, il respiro, il tono dell’opera originaria, la finezza psicologica con cui sono delineati personaggi e situazioni, sempre tenendo quali referenti del proprio lavoro tanto il testo e il contesto linguistico-culturale di partenza, quanto il contesto linguistico e culturale di arrivo.

Un buon traduttore, un buon adattatore, dovrebbe avere come proprio principale obiettivo la “neutralità” e la “trasparenza” del proprio lavoro (e non solo a parole), cioè la capacità di svelare al fruitore del testo i significati e le sfumature più profonde del testo originale senza suggerire proprie interpretazioni e senza rivelare sé stesso. Una traduttrice nota e attenta all’aspetto epistemologico e deontologico del mestiere come Magda Olivetti, che si è occupata di molti testi di Ingeborg Bachmann, sostiene che “… mentre tutti gli altri ‘artisti’ hanno un pubblico che li giudica nel momento stesso del loro lavoro, il povero traduttore non ha di queste gratificazioni immediate. Anzi, si potrebbe dire che più è bravo e meno lo si nota, e meno il lettore comune va a cercarne il nome sul testo. E invece quando traduce male, al lettore inferocito potrebbe anche venir voglia di conoscere il nome di quella persona sciagurata che ha ridotto così il suo scrittore preferito!" (http://www.lerotte.net/download/article ... lo-154.pdf). Sostiene invece Martina Testa, traduttrice, tra gli altri, di Foster Wallace e McCharty, che "… per quanto mi riguarda, il mio ideale sarebbe quello di scomparire dietro/dentro il linguaggio e lo stile dell’autore, di non aggiungere né togliere nulla a quello che il suo cervello ha messo nel testo. [...] Perché non mi sento “coautrice” di nulla" (http://www.rivistainutile.it/2011/03/15 ... ina-testa/)

Al contrario, ponendosi al di fuori di un corretto atteggiamento mimetico dell’interprete, il Cannarsi di fatto si colloca al centro dell’attenzione dello spettatore, si rivela rendendosi riconoscibile, e nel farlo sovrappone al testo originale un sovratesto che, per quanto inevitabile in ogni dislocazione, non può essere soverchiante l’opera originale, o addirittura distorsivo di una corretta, o quanto meno accettabile, interpretazione della stessa. Chi ascolti con attenzione gli adattamenti Ghibli di Cannarsi non può non sentirne la voce, lo stile, il ritmo, la mancanza di ironia.

A conferma della precedente affermazione si possono citare i caratteri linguistici costanti e riconoscibili in tutti gli adattamenti da lui curati, al punto che praticamente tutti i personaggi di tutti i film, ambientati in epoche e contesti sociali totalmente diversi, di qualunque età, sesso e censo, adottano lo stesso registro linguistico, gli stessi termici aulici o desueti, lo stesso ribaltamento delle frasi conseguente alla scelta di un uso estensivo delle costruzioni sintattiche marcate; stilemi che non ritroviamo affatto negli adattamenti Ghibli non curati dal Cannarsi, al di là delle distorsioni semantiche che spesso li caratterizzano. Pur rimanendo all’interno di una fedeltà denotativa, comunque insufficiente a farsi fedeltà tout-court, con una abile scelta di termini il Cannarsi inoltre spesso accentua, secondo una sua personale interpretazione, i caratteri psicologici dei personaggi Ghibli.

A ulteriore conferma della “originalità”, tanto del presunto metodo quanto dello stile, c’è il dato di fatto difficilmente confutabile che nessun altro traduttore letterario o curatore dei dialoghi adotta tale metodo e tale stile (né è facile trovare un simile uso della lingua nell’italiano letterario, giornalistico, parlato, se si escludono il teatro e la poesia, che prevedono quasi per statuto un utilizzo non convenzionale della lingua)
Per rimanere al campo della traduzione letteraria, e in particolare a quella dal giapponese all’italiano, professionisti noti , preparati e stimati come Giorgio Amitrano o Antonietta Pastore non adottano un metodo minimamente confrontabile a quello del Cannarsi, né raggiungono risultati analoghi. I dialoghi e le descrizioni sono resi in un italiano fluido, per quanto elaborato, e l’impronta personale del traduttore è (come è giusto che sia) ridotta al minimo, tanto che sarebbe difficile riconoscere delle differenze significative tra l’uno e l’altra nella traduzione dello stesso autore, ad esempio Murakami.

(to be continued)
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da blefaro »

Questo sito sta diventando il sito personale del signor Cannarsi, nel quale, con il sostegno dei suoi accoliti, egli dà sfogo ai suoi sproloqui, non più solo su Ghibli, non più solo sui "suoi" adattamenti, ma addirittura sull'interno scibile umano, sull'universo mondo.

La personalizzazione sempre più smaccata del sito, che ormai vede l'80% dei contributi del Cannarsi e il 20% dei suoi entusiasti accoliti, ingrossa ulteriormente il già ipertrofico ego del sedicente adattatore; una circostanza che fatalmente farà peggiorare ulteriormente l' "italiano" con il quale il signor Cannarsi MARCA i "suoi" adattamenti, non più Ghibli, non più Miyazaki, ma adattamenti di marca Cannarsi.

Che gli adattamenti di Cannarsi siano connotati e autoriali -ciò che un adattamento non dovrebbe mai essere- è stato da me ampiamente dimostrato in questo topic, nel quale né il Cannarsi né i suoi fan sono riusciti a smontare la tesi da me sostenuta attraverso approfondite argomentazioni.
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da Flegias »

Oltre ai film che nel 2014 abbiamo potuto vedere nel mistico buio della sala cinematografica. con molta probabilità entro quest'anno avremo in Blu-ray Nausicaa, La tomba per le lucciole e ho appena letto della riedizione di Pom Poko.

Come per tutti i film già editi, si può selezionare la lingua originale e goderseli con i sottotitoli. Solo dieci anni fa al pensiero di avere tutte questa scelta (quasi l'intero catalogo Ghibli disponibile in Italia in alta definizione) mi sarei riso in faccia. Eppure tutto si è concretizzato.

No, dico, c'è davvero bisogno di aggiungere altro che non sia semplice rumore informativo?