Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghibli

Discussioni su gli autori e gli anime Ghibli e Pre-Ghibli

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Muska
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da Muska » gio gen 22, 2015 1:54 pm

Flegias ha scritto: No, dico, c'è davvero bisogno di aggiungere altro che non sia semplice rumore informativo?
Caro Flegias, benrisentito. :)

Ve ne prego, tutti: la cosa migliore che possiamo fare con questo utente, che à la Voltaire ospitiamo educatamente, è il silenzio, quella pietà che lui non ha per noi.
Non è stato ignorato, ha avuto tanta, tanta attenzione e repliche.
Ora basta.
E' solo un'esortazione, ma penso che abbia qualche fondamento di positività anche per il buon funzionamento del nostro Forum.
E forse potrebbe anche essere utile per i suoi manifesti problemi.
Aiutiamolo a crescere, a migliorarsi nelle cose davvero importanti della vita, come la piena coscienza del proprio operato, col silenzio.
No reply.
Please.
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da upirox » gio gen 22, 2015 2:17 pm

Flegias ha scritto:
Solo dieci anni fa al pensiero di avere tutte questa scelta (quasi l'intero catalogo Ghibli disponibile in Italia in alta definizione) mi sarei riso in faccia. Eppure tutto si è concretizzato.
Pensavo lo stesso qualche giorno fa riodinando i BR e constatando il numero di titoli Ghibli che posseggo (tutti gli italiani piu' alcuni JP per sfizio): cosa davvero impensabile solo qualche anno fa e al piacere che ho ricavato in questi anni ad un costo decisamente accessibile.
E girando sul web mi e' venuto da sogghignare nel leggere una sorta di wiki Ghibli in Australia nelle cui pagine dedicate ai film sono tracciate in apposita sezione le differenze tra l'edizione originale e quella localizzata in inglese, con tanto di frasi del tipo "l'originale dice cosi', J.Lasseter ha aggiunto o modificato cosi'".

Il confine tra il "mi piace e il non mi piace" (perche' secondo me siamo a questo livello) o "preferirei fosse piu' simile a come parlo anche a costo dell'aderenza all'originale" e' soggettivo, poco stabile ma comunque rispettabile: il problema e' che e' decisamente poco interessante.
Rimane invece oggettivo il gran lavoro fatto dalla distribuzione e dall'adattamento per portarci ad un livello simile o addirittura superiore a quello delle altre lingue occidentali.

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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da Silk » gio gen 22, 2015 3:48 pm

Flegias ha scritto:Oltre ai film che nel 2014 abbiamo potuto vedere nel mistico buio della sala cinematografica. con molta probabilità entro quest'anno avremo in Blu-ray Nausicaa, La tomba per le lucciole e ho appena letto della riedizione di Pom Poko.

Come per tutti i film già editi, si può selezionare la lingua originale e goderseli con i sottotitoli. Solo dieci anni fa al pensiero di avere tutte questa scelta (quasi l'intero catalogo Ghibli disponibile in Italia in alta definizione) mi sarei riso in faccia. Eppure tutto si è concretizzato.

No, dico, c'è davvero bisogno di aggiungere altro che non sia semplice rumore informativo?
Non posso non sottoscriverti...infatti da qualche anno è quello che faccio; lingua originale e sottotitoli, magari di qualche fansubber, decisamene più leggibili e non meno fedeli. :si:
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghib

Messaggio da Flegias » gio gen 22, 2015 4:31 pm

Hai pienamente ragione, caro Muska. Per me era solo un'occasione in più per ribadire quanto quanto mi sento appagato, felice e privilegiato in quanto fan italiano di prodotti giapponesi non pensati per me.

Non perdo mai, MAI l'occasione per ringraziare, ricordare e ripeterlo a tutti. Proprio a tutti.

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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghibli

Messaggio da Jo3y » mar ott 13, 2015 3:01 pm

Rispolvero il topic per un piccolo OT, ma volevo approfittarne per chiedere un parere a Gualtiero.

Recentemente sto recuperando la serie televisiva statunitense "Sons of Anarchy" dove mi ha colpito una scelta di adattamento.
C'è un personaggio della serie che ha in originale il soprannome "Big Otto" (scritto e pronunciato proprio così), e in italiano, per evitare il suono che sarebbe stato inevitabilmente come quello di "bigotto", è stato cambiato in "Big Eight" trasformando quindi quel "Otto" come fosse un numero letto in inglese. Di solito sono per la fedeltà all'originale, ma in questo caso tu come avresti agito? Mi sembra una questione interessante.

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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghibli

Messaggio da Shito » mer ott 14, 2015 10:02 pm

Jo3y ha scritto:Rispolvero il topic per un piccolo OT, ma volevo approfittarne per chiedere un parere a Gualtiero.

Recentemente sto recuperando la serie televisiva statunitense "Sons of Anarchy" dove mi ha colpito una scelta di adattamento.
C'è un personaggio della serie che ha in originale il soprannome "Big Otto" (scritto e pronunciato proprio così), e in italiano, per evitare il suono che sarebbe stato inevitabilmente come quello di "bigotto", è stato cambiato in "Big Eight" trasformando quindi quel "Otto" come fosse un numero letto in inglese. Di solito sono per la fedeltà all'originale, ma in questo caso tu come avresti agito? Mi sembra una questione interessante.
Mi scuso per la lentezza nella risposta, mi trovo in trasferta di lavoro, e se leggere il forum su un cellulare è ancora agevole, scrivere -beh- è "peculiare". ^^

Nel caso che mi proponi, credo che avrei mantenuto il nome originale, avendo semmai pensato a pronunciare "otto" con la prima O come "chiusa" piuttosto che "aperta" (il nome è tedesco?). :-)
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghibli

Messaggio da Jo3y » mer ott 14, 2015 11:16 pm

Grazie per la risposta! Sulle origini del personaggio non viene specificato purtroppo, anche perchè la genesi del personaggio in questione è curiosa; è infatti interpretato dall'autore stesso della serie che da principio l'aveva messo nella serie come "cameo" diciamo, ma in seguito è diventato un personaggio vero e proprio e quindi abbastanza presente. Suppongo che non vi avesse creato molto background quando lo inserì, ma fin da subito aveva quel nome. Mi ha incuriosito poi quando in un episodio c'è la foto da ricercato e ho scoperto che il soprannome era proprio scritto "Big Otto" e quindi confrontando con l'audio originale mi sono accorto di questa cosa. Ho anche provato a pronunciarlo in più modi, ma l'effetto acustico rimembrante la parola "bigotto" era inevitabile. La scelta italiana l'ho trovata curiosa, anche se secondo me non ha risolto molto in termine di comprensione, tant'è che all'inizio credevo si chiamasse "Abby Gate"!

Non so, mi è sembrato un caso curioso che meritava una discussione con qualcuno del settore :D

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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghibli

Messaggio da KwErEnS » mar gen 12, 2016 4:57 pm

OT
Noto che da un po' di tempo i film inglesi o americani vengono distribuiti nel nostro Paese con il titolo originale, forse per ragioni commerciali.
Mi chiedevo: quale potrebbe essere il titolo italiano più adatto per il recente film Pixar "Inside Out"?
Se non sbaglio tale espressione potrebbe essere resa con "Rivoltàto/i", come un guanto o una maglietta infilata con l'etichetta all'esterno, ma come titolo suona malissimo.

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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghibli

Messaggio da nodisco » mar gen 12, 2016 5:17 pm

Riguardo a "Inside out" sono interessanti i titoli che il film ha avuto nei vari paesi, presi da IMDB:

- in quelli francofoni è "Vice versa"
- in quelli ispanici sudamericani "Intensa-mente"
- in Portogallo "Divertida-mente"
- in Giappone "Inside head"
- in Russia "Головоломка" che all'incirca vuol dire "rompicapo"
- in Germania "Alles steht Kopf" che letteralmente significa "sta tutto nella testa" ma anche "è tutto sottosopra"

In italiano boh, forse si sarebbero potuti inventare qualcosa come "dentro-fuori" o "rovesciato", "rivoltato" ma alla fine IMHO han fatto bene a lasciare il titolo originale, tanto non è che sia poi fondamentale per vedere il film.

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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghibli

Messaggio da Shito » mar gen 12, 2016 11:24 pm

KwErEnS ha scritto:OT
Noto che da un po' di tempo i film inglesi o americani vengono distribuiti nel nostro Paese con il titolo originale, forse per ragioni commerciali.
Mi chiedevo: quale potrebbe essere il titolo italiano più adatto per il recente film Pixar "Inside Out"?
Se non sbaglio tale espressione potrebbe essere resa con "Rivoltàto/i", come un guanto o una maglietta infilata con l'etichetta all'esterno, ma come titolo suona malissimo.
Non sbagli. Così come esiste il termine 'upside-down' (sottosopra), esiste 'inside-out', che però non ha un corrispondente in italiano. 'inside-out' significa mettere la parte interna all'esterno, ovvero appunto 'rivoltare' - in quel senso. Suppongo che una traduzione puntuale sarebbe tipo "Interno-Esterno", ma non è idiomatico in italiano come lo è in americano. Forse noi abbiamo un modo di dire tipo 'Dentro-fuori'? Però credo abbia un significato diverso (tipo, entrare e uscire da un luogo, "fare dentro-fuori").

Tuttavia, poiché non c'è un'espressione idiomatica corrispondente, una soluzione perfetta non c'è. "Dentrofuori", pur non essendo preciso, almeno manterrebbe il significato (mettere l'interno, nascosto, all'esterno, in mostra) e mantiene il significato blandamente ossimorico/contrastante dell'originale.
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghibli

Messaggio da KwErEnS » gio gen 14, 2016 1:56 pm

Grazie per le puntuali risposte.

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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghibli

Messaggio da Shito » gio gen 14, 2016 2:09 pm

Figurati, piacere mio e grazie a te.. E' sempre bello andare "dentro" la traduzione delle cose, mettere la traduzione "inside-out". :-)

Incidentalmente, ho visto qualche clip del film in giapponese (ci sono le clip su youtube), e ho trovato il doppiaggio giapponese molto gradevole.
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghibli

Messaggio da Shito » gio feb 04, 2016 2:58 pm

Dunque, ritengo che il buon moderatore Heimdall abbia giustamente bloccato il topic di PoroPoro, che andava deragliando verso lidi sterili e stantii, ma mi piaceva riprendere alcune questioni. Se ci riuscirò (sono al lavoro su un film che pare di nuovo "urgente") cercherò di riprendere più puntualmente anche alcune critiche invero trite, ritrite e già ampiamente dibattute, ma qui intanto volevo parlare in particolare di traduzioni e traduttori. Una questione sempre annosa.

Varrà la pena ribadire (?) che, checché taluni miei detrattori ne dicano, io non traduco i film Ghibli. O meglio, non li ho tradotti, dato che sono ormai finiti quanto a localizzazioni italiane.

Ho sempre collaborato a stretto contatto con traduttori da me stesso selezionati.

I primi due sono Elisa e Giorgio Nardoni Sato. Sono sorellona (!) e fratellino (!!) bimadrelingua. In verità, iniziai a collaborare prima con Giorgio/Jouji, sin dai tempi di Evangelion (per la precisione, a partire dall'episodio 11 - curioso che proprio in quell'episodio c'era la collaborazione e una giocosa citazione del giovane producer Ghibli chiamato Takahashi Nozomu). Giorgio, che mi pare sia un po' più giovane di me, mi ha insegnato un sacco di cose, mi ha insegnato anche a guardare la narrativa giapponese e la lingua giapponese da una diversa prospettiva. Poiché Giorgio e Elisa erano e sono entrambi anche appassionati dell'opera Ghibli, mi hanno insegnato molto anche si quella.

Giorgio e Elisa sono sempre rimasti i traduttori 'di punta' con cui ho collaborato. Con loro ho sempre potuto ottenere una traduzione molto fedele e specifica da un lato, ma anche 'sensibile' dall'altro (cose tipo "questo modo di sgridare lo usava anche mia madre con me quand'ero piccola", "così ci parlava mio nonno a Sendai" - cose così). Questo perché il mio rapporto con i traduttori non è mai stato: tu consegni la traduzione, io la adatto come mi pare. E' sempre stato: tu consegni, io leggo, ne parliamo. Poi io adatto, ti invio l'adattamento, ne riparliamo. Sul tutto e su dettagli specifici. Sulla resa di singole frasi, espressioni, parole, modi di parlare, tutto. E' sempre stato il modo in cui ho lavorato con i traduttori.

Devo però ricordare anche la collaborazione con la sempre brava Laura Valentini, che ha tradotto Ged Senki (e anche Casshern, ma non è Ghibli).

Negli ultimi anni, negli ultimi due anni, siccome c'è stata una grande velocizzazione delle uscite, a livello di traduzione ho collaborato anche con dei "nuovi" traduttori.

Sono stati tre: Manuel Majoli, Cristian Giorgi e Francesco Nicodemo.

Manuel si è occupato di Marnie, principalmente. Anche perché Manuel era un estimatore entusiasta della pellicola, l'aveva vista in Giappone, aveva recuperato e letto il libro da cui la pellicola è tratta. Prima di Marnie, però, ho fatto lavorare Manuel su Il regno dei sogni e della follia, su cui l'ho prima testato e poi impiegato.

Cristian si è occupato di Si sente il mare e beh, considerando il regista, per me è stata una scelta non dico obbligata, ma scontata. :-) Infatti Cristian è probabilmente il massimo conoscitore italiano di tra autori su tutti: Mochizuki Tomoni, Tomino Yoshiyuki e Kurumada Masami. Prima di questo film, avevo già avuto delle più estemporanee collaborazioni con Cristian e poi beh, una conversazione lunga di anni. Sicuramente Cristian è la persona che, secondo me, più di tutti ha un giusto approccio nei confronti della materia "animazione giapponese".

E poi Francesco si è occupato de La ricompensa del gatto. Con Francesco avevo già collaborato per la traduzione di taluni special/interviste di altri film Ghibli. Avevo già avuto modo di apprezzare il suo scrupolo filologico da un lato, la sua ottima comprensione della lingua dall'altro (spesso quei materiali extra sono senza copione/trascrizione). Del resto, Francesco collabora molto col Giappone, è praticamente l'agente di Matsumoto Leiji in Italia - e difatti l'avevo caldeggiato a LR in primis per la traduzione di Harlock, un film per il quale pure avevo declinato la scrittura dei dialoghi di mio pugno.

In definitiva, credo che Francesco sia davvero molto bravo. La sua mentalità di traduzione è eccellente, e curiosamente è proprio quello che non ha avuto alcun problema a relazionarsi al mio modo di lavorare. Ovvero, il buon Manuel, quando abbiamo iniziato a parlare sul testo, si è stupito alquanto nel soppesare la mia propria cognizione della lingua, dicendomi "ma scusa, allora perché non ti fai le traduzioni da solo?". Mi pare che al tempo parlassimo del fatto che lui aveva tradotto 'Nozoku' come 'Guardare' invece di 'Sbirciare', cosa che per me era intollerabile: "nozoku" significa specificatamente "sbirciare", è intollerabile pensare di annacquarlo con un termine più generico e presente nella lingua giapponese in mille varianti. In ogni caso, il punto per me è sempre lo stesso: non sono un traduttore, non ritengo di aver una conoscenza della lingua giapponese sufficiente a produrre una traduzione di un testo 'da zero'. Ma la linguistica è una cosa interessante e a tratti curiosa. La mentalità di indagine filologica, che è cosa che prescinde dalla conoscenza delle lingue stesse, e un certo "senso" e "modo" percettivo, mi permettono di andare a migliorare un buon lavoro portandolo a un livello ottimo, o eccellente. Si tratta a tutti gli effetti di una collaborazione. Si tratta a tutti gli effetti di due cervelli, quattro occhi invece di 1x2. Poi in genere ho anche altri consulenti, si arriva almeno a 3x6 - ma tant'è.

Tant'è che Francesco, quando abbiamo concluso la lavorazione su La ricompensa del gatto, mi ha mandato una splendida mail che gli ho esplicitamente chiesto il permesso di pubblicare (uno stralcio), perché sono rimasto davvero colpito di quanto lui abbia compreso il mio modo, la mia logica di lavoro.

La quoto qui di seguito:
Lavorare con te attorno a questo progetto mi ha molto arricchito, e leggere il tuo copione rivisto mi è utile quanto e più di qualsiasi altra cosa, perché ogni cambiamento che hai apportato al mio testo sottende ragionamenti veramente profondi che mi sono di lezione. Non ho mai vissuto niente di simile, ti assicuro, perché in genere l'adattatore annacqua il mio lavoro, allontanandolo dall'originale, mentre tu lo arricchisci e lo avvicini ulteriormente. Fantastico!
La cosa è significativa perché, chiaramente, Francesco conosce il giapponese come io NON lo conosco. Anche se la mia pronuncia è forse migliore della sua (pare sia un mio talento "recitativo"), la sua comprensione della lingua è tipo 10 a 1, a paragone della mia. Eppure funziona. La collaborazione funziona così.

Ah, però per dare a Cesare quello che è di Cesare, dobbiamo ringraziare Cristian per una consulenza extra, anzi due, che hanno un po' salvato il film: la traduzione del gioco di parole Muta-Buta in Muta-Mucca è farina del suo sacco. E anche il gioco di parole intorno al concetto di 'nice shot' e 'naisho' è una sua trovata.

Dovrei insegnare a Cristian a scrivere dialoghi, davvero. Anche se poi è difficile tenere separate, per poi riunire, la logica di traduzione e la logica di adattamento. :-)
Ultima modifica di Shito il mar mar 19, 2019 1:26 pm, modificato 2 volte in totale.
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghibli

Messaggio da Shito » dom mar 06, 2016 12:40 pm

Accipicchia! E' passato già più di un mese dal post precedente. °_°

Beh, dopo aver parlato della 'traduzione' (non che non se ne possa riparlare) proseguo parlando un po' del cosiddetto 'adattamento'.

In effetti, credo che spezzare il processo di localizzazione testuale di un testo in 'traduzione' e 'adattamento' sia un po' un vizio tipico di un tipo di traduzione (in senso lato) parecchio connotata da necessità tecniche, quale la traduzione di un testo chiamato 'dialoghi per il doppiaggio' (di un'opera audiovisiva). Sono questi temi che ho ampiamente affrontato durante le lezioni di 'traduzione e adattamento degli audiovisivi' a cui mi sono dedicato negli anni passati. In ogni caso, vediamo un po' di mettere insieme qualche pensiero.

E' difficile, forse impossibile, stendere una reale manualistica delle logiche di traduzione e adattamento, perché ogni opera che si va a tradurre è diversa - e la traduzione essa stessa non può (non dovrebbe) prescindere dal peculiare materiale su cui opera. Tuttavia, credo sia possibile argomentare su delle linee guida di intenti ed intenzioni dell'operato interlinguistico.

La lingua, credo, sia strutturata in molti livelli. A basso livello ci sono i concetti base che l'uomo esprime nella comunicazione. Per intenderci, una lingua con li aspetti verbali mi appare più naturale, più a basso livello, di una lingua con i modi verbali, che ba va strutturandosi.

Per esempio, il legame sintattico di tipo genitivo è una specificazione del genericissimo legame che determina un "nome" con un altro "nome". In inglese si potrà dire "fire ball" o "ball of fire". Quello che 'ad altro e più alto livello' chiamiamo 'complemento di materia' a basso livello sono due nomi - il fuoco e una palla, che si legano, e l'uno caratterizza l'altro. Dapprima nella semplice posizionalità reciproca, che è la base del concetto di 'agglutinazione linguistica', credo.

Questo solo per dire che a basso livello è molto difficile anche solo pensare a una rigida geometria teminologica interna a una localizzazione.

Tuttavia, la mia tipica idea di "mantenere le variazioni e le permanenze" (interlinguistiche, anche se sto usando una terminologia analitico matematica, come si vede) di un testo nasce e si estrinseca a più alto livello (del testo).

Il più alto livello è la codificazione interna non tanto a una lingua, ma un preciso e puntuale testo espresso in quella lingua.

L'esempio classico è il manuale di istruzioni di un gioco. Un manuale di istruzioni definisce le sue parole chiave, codificate all'interno di quel preciso testo. Parole generiche come 'pedine' e 'segnalini' diventano, in quel particolare testo, parole specifiche quali pedine o segnalini. E la loro associazione di significante-significato diventa esclusiva e univoca, rigidamente.

Allo stesso modo, in un testo narrativo possiamo enucleare le parole chiave elette dall'autore. Sono parole che magari nella lingua d'origine hanno una gamma semantica anche vasta, ma in un particolare testo divengono spiccate, specifiche. In questo senso, per parlare più concretamente, la lingua utilizzata da Miyazaki Hayao è sempre molto, molto più codificata di quella utilizzata da Takahata Isao. E perché? Il perché è ovvio: perché Miyazaki crea opere di fantasia, che in giapponese si chiamano 'fantasy' (in giapponese questo termine non indica esclusivamente narrativa di cappa&spada&draghi, ma tutta la "narrativa del fantastico"), e quindi crea universi con i loro concetti e le loro codificazioni. Sono universi con delle loro regole, dei loro equilibri. Questo è tipico del fantasy. Per esempio, per restare su Miyazaki, il "vero nome" di cui Ursula K. LeGuin in Earthsea, opera a dir poco fondamentale per Miyasan, è "il Vero Nome", è una cosa codificata. In giapponese è "makoto no na". Ovviamente una cosa semplice come "vero nome" anche in giapponese si può dire in molti modi: "hontou no namae" potrebbe essere una delle prime cose che viene in mente. Ce ne sono molto altre, anche molto codificate nella lingua, mi pare 'hon'namae', anche (si può fare una rapida ricerca, volendo). Ma in Earthsea è molto più retoricizzato "makoto no na". Quindi in tutto Ged Senki c'è "makoto no na". Poi, solo nella ending, c'è la variazione "shinjitsu no na", e quindi ho dovuto -sottolineo DOVUTO- applicare una variazione anche nell'adattamento. In quel caso: "nome veritierio".

Se si analizzano profondamente i testi che ho prodotto per i copioni dei film Ghibli (e qualcuno lo fa seriamente, magari per scrivere tesi e tesine, a vari livelli) si noterà che NON esiste una 'quadratura perfetta della terminologia'. Non sarebbe possibile farlo, credo. Non esiste né in tutta la lingua che si parla in tutti i film -il giapponese- e neppure all'interno di uno stesso film.

Esempio: Mononoke Hime. E' una delle opere di Miyazaki Hayao con la lingua più ricca e più codificata al tempo stesso. Ci sono cose spiccata. Solo gli emishi, ideali 'buoni selvaggi' del tutto ricollocati nella fantasia di Miyazaki, usano il termine 'otome' (donzelle). Per contro, SOLO Ashitaka usa il termine 'shoujo' (fanciulla). In Laputa il termine shoujo veniva usato solo da Muska, che è sicuramente il personaggio più cerebrale, più colto del film. Ma Dola dice 'komusume' (ragazzina) e 'musumekko' (ragazzetta) - si noti la due diverse variazioni di 'musume' (ragazza) che ho diversificato fra loro in affinità, come in originale, e diversificato in assoluto dal resto dei sinonimi. Ma ci sono usi meno specifici della lingua, che non possono essere univocamente spiccati. Come 'ko', ad esempio, che indica genericamente il concetto di bambino/piccolo/cucciolo/piccino. Anche all'interno di uno stessi copione, non è inusuale che parole più "a basso livello" debbano venire rese in modi magari affini, ma sfumatamente diversi.

Questo per dire che sì, anche se quella che ritengo una linea di pensiero e una regola pratica mi pare un po' più netta di una generale tendenza costellata, scarnificata da mille eccezioni, semplicemente penso che una regola non sia un 'dogma'. Altrimenti, essendo una regola finalizzata a uno scopo, perderebbe sé stessa diventando - appunto - fine a sé stessa. E' una cosa che mi sono sempre sforzato di evitare.

Un'altra cosa che mi sono sempre sforzato di evitare è sovrascrivere una presupposta connotazione di genere alle opere su cui opero.

Tipicamente, nell'adattamento funzionano alcuni meccanismi inconsci tipo "è un fantasy (nel senso cappa&spada&medioevo), quindi la lingua deve essere tutta così e cosà", oppure "è ambientato nel passato, quindi parleranno tutti così e cosà". Se si guarda anche una telenovella modesta come "Il segreto di Puente Viejo" in italiano, si noterà l'insistita ricerca di un vocabolario tutto manieroso, tutto 'anticheggiante'.

Talune persone mi criticano pensando che io sovrascriva un mio riconoscibile stile ai testi su cui opero, ma in realtà è tutto il contrario. La matrice comune che emana dai quei testi italiani è più semplicemente l'effetto, per molti inedito, di una traduzione quanto più fedele che muove dalla stessa lingua di partenza: il giapponese. All'interno di questo campo, si manifestano tutte le varianze e variazioni di caso. Credo tuttavia che la cosa più importante sia sempre andare nel profondo del testo originale, nel dettaglio linguistico di ogni frase, locuzione, parola. Capire tutto approfonditamente e POI renderlo fedelmente per quello che l'originale E', non per quello che l'originale 'vuole significare'.

Del resto, come dicevo, io sono una persona piuttosto tarda. C'ho messo non so quanti anni (comunque più di cinque) a capire come davvero si dovesse intendere una cosa semplice come "Howl no Ugoku Shiro" - pensate un po'. Poi ci sono arrivato. E ogni cosa, nella mente di chi la usa, significa una cosa, significa qualcosa di preciso, significa una cosa e non un'altra, anche se le parole che sono usate potrebbero aprire la porta a varie interpretazioni. E' essenziale rendere precisamente la realtà delle parole per quello che le parole sono e per come sono state intese da chi le ha usate in originale.

Fosse stato per me, "Gake no Ue no Ponyo" si sarebbe chiamato "Ponyo di sopra al dirupo" - tanto per mantenere una particella tra ogni sostantivo (e poter ricreare il logo con identico pattern cromatico) e per mantenere la specularità con una delle fonti ispiratrici "Gake no Shita no Iya-Iya-En", di Nagakawa Rieko. E' poi è meraviglioso che abbiamo anche noi, proprio con gli avverbi 'sopra' e 'sotto', un caso di genitiva locativa - e si mantiene il doppio senso locativo-appositivo. :-)

Se chi mi contesta, o mi denigra sinanco, intende dimostrare che in una operazione interlinguistica una componente di discriminante umana c'è sempre, anche ponendosi una direttrice che tende all'obiettivo come la mia, non c'è bisogno di dimostralo: certo che c'è.

Il punto è qual'è la linea guida, il faro guida - secondo me.

Criteri di 'gradevolezza' o 'bellezza' sono il MASSIMO della relatività.

Criteri di 'scorrevolezza' o 'fluidità' (della lingua) sono ancora parecchio relativi.

Criteri di 'uso' o 'naturalezza' (della lingua) sono ancora relativi, qualora non corroborati da fonti autorevoli. Una ricerca in google [spesso condotta malaccio e letta ancor peggio] non statuisce quanto un termine sia 'corrente', no.

Quindi il discorso che il 99% dei miei 'contestatori' non fanno altro che battere i piedini dicendo, in soldoni: "gnegnegnè, il film che volevo mi piacesse non è come mi piacerebbe, gnegnegnè è colpa tua!". Poi ci sono molti 'stili retorici' dietro ai quali viene perlopiù mascherato questo sentimento. Dal dileggio pecoreccio fatto con editing di immagini, all'ostentata saccenteria accademica sterile, ce n'è per tutti i gusti. Ma alla fine è sempre "gnegnegnè".

Io cerco sempre di anteporre l'obiettivo al soggettivo. Il mio criterio di base è questo. Chi se ne importa, ripeto, se una cosa piace a me? A me interessa che la cosa sia corretta, in primis, secudis e tertis. Dietro ogni scelta, dietro ogni scelta di ogni vocabolo sinonimale, ci possono essere due fondamenti:

1) ho scelto questo perché mi piace / ci sta bene / funziona

2) ho scelto questo perché, dopo aver consultato tutte le fonti a mia disposizione nei due ambiti monolinguistici interessati, questo si riprova il termine più corretto, anche in coerenza con la terminologia di tutta l'opera, parimenti analizzata a catalogata.

Io faccio nel secondo modo.

Come si capirà, ci vuole giusto un po' più di tempo e impegno e sforzo. Ovviamente 'fare a proprio gusto', ovvero 'reinvertarsi tutto' è una cosa INFINITAMENTE più rapida, agevole e per qualcuno divertente.

Ma la mia è una base obiettiva posta come fondamento di scelte comunque umane. La grossa differenza è questa.

Quindi è anche ovvio che ogni critica che in soldoni si riduce al significato di "gnegnegnè ma non mi piace!" mi sia indifferente. Io non voglio far piacere niente a nessuno.

Ma ricordo una volta che un commentatore proprio su questi lidi mi scrisse: "Ho visto Sen e Chihiro, e secondo me ha due difetti che sono X e Y."

E sì, era così, quindi ho detto: "Sì, hai ragione, quello è il meglio che siamo riusciti a fare ma non è all'altezza." - tipo. Perché esistono anche critiche fondate su elementi obiettivi e sulla conoscenza dell'originale che si intende tradurre, adattare, doppiare.

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Proseguendo, mentre stavo combattendo con lo special di "Fiilirulì i vicini Yamada" (è stupendo e complesso, come ogni cosa di e con Takahata. Il suo livello di analisi sociologica è pari solo al suo puntiglio o alla sua capacità di sperimentazione artistica - è davvero pazzesco), sono stato contattato da una studentessa che, dovendo scriverci su una tesi, ha fatto un analisi puntuale dei copioni italiani vecchi e nuovi di Mononoke Hime e Sen to Chihiro. Una cosa davvero mirabile, perché si tratta di un'analisi basata sulla valutazione di dati reali, raccolti sul testo e ordinati in tabelle. Tot dislocazioni qui, tot interiezioni qua - paragone vecchio/nuovo. Fattuale, puntuale, analitico. Ah, che bello, che meraviglia! E' evidente che non ho potuto che dare seguito a tutte le richieste della volenterosa e documentata interlocutrice del caso.

E nel discorso, al di là delle richieste di spiegazioni di scelte puntuali, sono venuti fuori anche dei discorsi generali che potrebbero interessare gli interessati alla questione. Quindi riporto qui degli stralci (che quando ne avessi il tempo vorrei pure rielaborare in qualcosa di più organico, ma già questo lungo post in effetti è un primo passo in quel senso).

< sulla variazione della resa di suffissi nei due film >

Tipicamente, "-sama" è un onorifico più elevato di "-dono". Inoltre, '-dono' ha una marca di variazione diacronica (medioevaleggiante) ben più spiccata.

Una delle mie "bizzarrie" è enucleare il contenuto semantico preciso "per aree" del testo originale, e cercare una corrispondenza idealmente biunivoca di resa terminologica. Questo tipo di "univocità e disambiguazione" dei termini, volta a creare una corrispondenza precisa sull'originale, mira a preservarne la cifra stilistica: ciò che è uguale nell'originale (permanenza) tale vorrei che fosse nell'adattamento italiano, ciò che è diverso (variazione) così vorrei che fosse. Il famoso caso del "bien sur" della Volpe nel Principino.

Tuttavia, chiaramente, non è mai possibile. Perché l'intersemantica non parte da una radice comune, no? Non ci sarà mai una perfetta corrispondenza. E anche la forzatura a cui si può sottoporre il testo tradotto/adattato DEVE trovare in limite, altrimenti è la follia. Ovvero, questo 'puntiglio semantico terminologico filologico' (o come dir si voglia) deve essere sempre un mezzo, non un fine. Come risultato, innanzitutto è qualcosa che io ricerco internamente a ogni singolo copione, non in toto sulla lingua. Non esiste la "tavola delle disambiguazioni del giapponese tradotto da Shito", ma le "tavole delle disambiguazioni" di ciascun film. E ogni film è diverso, fa un uso della lingua diverso. In secundis, anche all'interno dello stesso film, la disambiguazione non sarà mai perfetta.

< sulla variazione della resa di "-sama" da un film all'altro >

E' la resa di -sama in quel contesto. Ovvero, poiché -sama è ancora in uso, comunissimo, nel Giappone di oggi, si capisce che un rapporto 'padronale' sarebbe anacronistico. Ma nell'ambiente del "La sparizione di Chihiro e Sen" è al contrario ben adatto a rendere l'idea che "il padrone del negozio dove lavori è il tuo "padrone" " - un po' come negli anni Sessanta. Se poi ci si mette anche la magia di mezzo, e il controllo su prossimo (eredità di Ursula K. LeGuin... per Miyazaki, dico).

< sulla variazione di registro tra Chihiro e altri personaggi dei bagni pubblici >


In primis, poiché Chihiro è una ragazzina contemporanea, difficilmente usa un livello di deferenza paragonabile ai personaggi del mondo fantastico che vediamo nel film. Difficilmente Chihiro usa -sama in assoluto. Anche quando parla con lingua deferente, educata (cosiddetto "keigo"), utilizza più comunemente il suffisso -san, anche perché è una bambina.

Al contrario, gli adulti servitori del mondo fantastico hanno tutt'altro registro.

C'è anche una marca di variazione diacronica: il contemporaneo (Chihiro) trovo sia meglio rappresentato dall'uso cortese del "lei", l'antico dall'uso cortese del "voi".

< sulla presenza di interiezioni nella battuta del Nume Okkoto: "Ah, sei la figliola di Moro, eh? Ne avevo sentito delle voci." >


Andando a controllare la battuta...

"Oooh..... Moro no musume da ne. Uwasa ha kiiteita yo."

Il primo verso interiettivo è molto lungo. E' un verso non tanto di sorpresa, quando ti "ah, sì, capisco, mi sovviene".

Poi c'è il 'ne' che si collega a quello, ovvero: esprimo una cosa che già sapevo a cui ho trovato ora conferma, mitigando la portata affermativa della "scoperta" (il "nuovo dato").

Non si tratta, come si vede, della "struttura originale giapponese" della frase, quanto del suo significato, del suo contenuto comunicativo. Per esempio, la particella "yo", che esprime invece una sorts di appuntarsi fermo/impositivo del contenuto semantico che chiosa, non è resa con una particella interiettiva italiana.

Tuttavia, in generale questa precisione di resa sulle "particelle interiettive" dell'originale è difficile da ottenersi, specie perché spesso un singolo 'battito labiale' può essere davvero un po' al limite. Ma il tentativo è quello di rendere sempre il più possibile dell'originale.

< sull'uso di abbondanti dislocazioni e sull'apparente aderenza con la sintassi giapponese >

Dunque dunque, questo è un tema articolato. Cerchiamo di affrontarlo ordinatamente.

In primis, dici bene quando dici che le dislocazioni sintattiche in italiano sono tipiche della variazione diamesica della lingua parlata e diafasica del colloquialismo. Giustissimo.

Quindi, poiché per 'dialoghi' si parla per definizione di 'lingua parlata', di per sé direi che la cosa è spiegata. I dialoghi, benché scritti, non sono prosa: sono idealmente "lingua parlata trascritta", giusto?

Andando più nel profondo, chiediamoci: perché? Perché la lingua parlata e colloquiale mostra da noi un'abbondanza di dislocazioni? La risposta è che le dislocazioni servono, ovvero spontaneamente nascono, per una involontaria dominanza della logica di costruzione della frase tema-rematica si quella rigidamente morfosintattica (per l'italiano: SVO).

E come mai?

Perché la lingua parlata vive di 'istantaneità' genetica linguistica, ovvero il pensiero viene verbalizzato così come è formulato nella mente. E l'impellenza comunicativa sarà sempre sul rema, perché quella è la parte che si vuole comunicare, è il "centro di imputazione psicogenetico della frase" (definizione che uso io, non so come si dica in accademia, non mi interessa). Il tema lo si recupera a posteriori, come una chiosa di contestualizzazione del rema.

Del resto, la comunicazione dialogica disloca e segmenta le frasi perché in genere è de visu, indi la contestualizzazione è anche fattuale. E' proprio figo! (il film che stiamo vedendo). La parte tra parentesi potrebbe essere omessa come superflua, oppure dislocata. La lingua parlata vive anche di tonalità sulla frase, di incisi e relative la cui collocazione sintattica vive di toni abbassati o alzati.

Ci avete mai fatto caso? Poiché nell'epoca della comunicazione digitale ci sono molte forme comunicative scritte all'istante (chat, sms, ecc), la forma di "lingua parlata trascritta" è debordante. Al punto che da un lato si inventano segni di marca tonale sulle parole, una cosa DAVVERO brutta, o *davvero* strana, tipo. Dall'altro, i più giovani perdono l'uso corretto della punteggiatura italiana come segno morfosintattico e la usano come notazione tonale. Quindi io, penso questo. Sì... virgola tra soggetto e predicato verbale... o abuso... di puntini... di sospensione.

Tutti effetti della mano che scrive in tempo reale quello che la mente pensa, in trasduzione simultanea.

Per contro, la presenza di una sintassi precisamente SVO in simili luoghi di "conversazione dialogica scritta" conferisce allo scritto stesso una parvenza di pomposità, di freddezza e distacco dell'autore. "Quello lì parla come un libro stampato!"

Il che è sensato, perché se hai seguito il discorso ora concorderai che una lingua rigidamente SVO è per forza una lingua "ripensata", ovvero parlata e riconsiderata per la scrittura.

I dialoghi non dovrebbero mai essere così. Se lo sono, sono retorici e fasulli.

Quindi, passando ora al giapponese, il giapponese proprio non è così.

In primis, trovo alquanto risibile l'assoggettamento forzoso della lingua giapponese a schemi linguistici tipicamente occidentali. Come si può leggere sul questo stesso forum, dotti linguisti yamatologi ci diranno che il giapponese ha una struttura SOV, forse, ma la verità che - fuori dalle frasi minime delle scuole elementari - il giapponese ragiona proprio come tema-rema. E' una lingua più "naturale" della nostra, è ancora fresca come una lingua parlata trascritta.

Quindi si potrà ben dire che la mia ricerca del tutto italianistica di una lingua italiana dalla sintassi "realmente dialogica" ben si adatta, per certi versi ben si presta alla resa della lingua giapponese. E' fortuito (molto).

Ma non è, non è mai stata e non può essere la ricerca di una aderenza sintattica. L'italiano non ammette il verbo in chiusura di frase, in genere - come per il giapponese è spesso comune. Quella della ricerca di aderenza sintattica è una scemenza imbracciata da detrattori del mio operato che, palesemente, proprio non sanno di cosa parlano. :-)

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Fine degli stralci, e per ora del lungo post. :-)
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Chinnico
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Re: Su doppiaggi, localizzazioni e adattamenti dei film Ghibli

Messaggio da Chinnico » mar apr 17, 2018 4:01 am

Buonasera,

amo molto i film di Miyazaki e dello Studio Ghibli. Amo moltissimo la lingua giapponese, che studio da alcuni anni, e il Giappone.

Premetto che sarò molto critico sull'opera del Cannarsi.
Mi dispiace, perchè penso di comprendere le sue motivazioni, che in parte condivido, di una ricerca di una sorta di 'territorio di mezzo' tra l'italiano e il giapponese, che possa lasciare intuire all'ascoltatore italiano la costruzione del pensiero in lingua giapponese, puer senza comprenderne la lingua.
La cosa infatti che più mi colpisce è che, a suo dire, Cannarsi non conosce o comunque non ha studiato la lingua giapponese.
Probabilmente, è però una mia illazione, dopo tutti questi anni ne capisce sicuramente di più di quanto non voglia ammettere.
Io, pure se nei limiti di un hobby, ho provato l'esperienza di insegnare i fondamenti della lingua giapponese, nei limiti delle mie capacità.
E capisco, veramente apprezzo il tentativo di Cannarsi. Con un metodo che ha delle somiglianze col suo, io a lezione ho ritenuto utile far fare ai miei studenti uno sforzo di comprensione di una traduzione molto letterale, affinchè apprezzassero come le differenze nella grammatica delle due lingue costringessero a dover trovare espressioni molto diverse per esprimere lo stesso concetto.

Per esempio, la mancanza del verbo ausiliare 'dovere' in giapponese apre la strada a una nutrita famiglia di circonlocuzioni molto articolate, in cui il concetto di 'dover fare qualcosa' si trasforma fondamentalmente in un periodo ipotetico: 'se non faccio questa cosa, non va bene' (quindi devo farla).
Oppure il fatto che non esista l'ausiliare 'volere', e che quindi quando in italiano qualcuno (soggetto) vuole qualcocsa (oggetto), in giapponese è la cosa (soggetto) che è desiderabile (predicato nominale) per la persona (complemento di termine).

Si noti che ho scritto 'far fare uno sforzo di COMPRENSIONE'. Ovvero, non ho mai richiesto agli studenti (anzi li ho messi in guardia dal farlo), una volta compresi i meccanismi, di usarli per una traduzione dal giapponese in italiano. Il perchè dovrebbe essere evidente: lo sforzo deve servire solo a facilitare l'utilizzo diretto della lingua giapponese, una volta che lo studente abbia imparato un numero sufficiente di vocaboli.
Fare altrimenti, significherebbe creare una lingua artificiale e artificiosa, che usa vocaboli italiani, sottostando però ai vincoli e ai meccanismi imposti dalla diversità della grammatica giapponese.
Tale lingua, per chi non avesse le dovute premesse, risulterebbe immediatamente aliena e sgradevole, perchè non ha alcun riscontro con alcunchè di ascoltato fino a quel momento. E comunque anche per chi sia in grado di apprezzarne l'origine, essa risulta criticabile anche solo perchè almeno arbitraria.
Questo è infatti, ritengo, è quanto purtroppo spesso sentiamo negli adattamenti di Cannarsi.

Quindi quello che critico di Cannarsi (e ancor più di chi, potendo immaginare il risultato, gli ha dato l'incarico) non è tanto l'aspirazione o persino il metodo, quanto l'aver voluto imporre un singolare approccio accademico alla produzione di un bene di consumo di massa. Senza peraltro considerare, o peggio in spregio di tale considerazione, l'esistenza di buone pratiche e almeno di buoni esempi a cui ispirarsi per fare un buon lavoro in tale senso.



A sostegno di quanto ho scritto, così saranno contenti anche gli utenti di questo forum che contestano le critiche per mancanza di esempi di errori 'oggettivi', riporto solo qualcuno degli errori clamorosi a cui si è andati incontro, perseguendo questa strada.

Esempio 1
Partiamo con il presunto 'Secondo Fratello' di 'Si alza il vento'.
Il punto che voglio toccare qui è lo svantaggio del metodo di adattamento 'particolare' a tutti i costi. Esso ingrandisce enormemente errori e sviste che possono sempre capitare, perchè tale particolarità viene evidenziata e stride fortemente in tutti i momenti in cui è ripresa.

Mi stupisco molto che, tra i numerosi collaboratori di Cannarsi e tra le sue centinaia di risorse, non vi fosse un giapponese a cui chiedere cosa significasse 'ni-ni' e che si sia arrivati a tradurre come 'secondo fratello'.

Per chi conosce il giapponese, la risposta si trova qui (non è che ho dovuto andare a spulciare gli archivi della biblioteca di Alessandria, è bastato Yahoo, neppure Google):

https://detail.chiebukuro.yahoo.co.jp/q ... 1016528890

Per chi invece non lo conosce, spiego. Nell’originale giapponese la sorella di Jiro si riferisce al fratello come NII-NI (ニイニ in katakana o にいに in hiragana) o forse NII-NII (ニイニイ in katakana o にいにい in hiragana), che sono espressioni equivalenti.
Stando allo stesso Cannarsi (su un post in Animeclick), la parola da lui tradotta sarebbe Ni-Nii, che lui interpreta evidentemente come "2-fratello maggiore". A parte l'assurdità di un simile concetto (anche in giapponese), mi risulta più facile pensare che sia stato vittima di un errore.
Di fatto NII-NI o NII-NII è la storpiatura che spesso i bambini molto piccoli fanno del termine NII-SAN, fratello maggiore.
Infatti esistono analoghe versioni per la sorella maggiore, che da NEE-SAN diventa NEE-NE; come pure per il padre, che da TOO-SAN diventa TOO-TO; e così via.

Queste parole diventano anche parte del linguaggio adulto, specialmente quando i grandi interagiscono coi bambini. E’ un po’ come quando anche noi indichiamo un cane a un bimbo piccolo, chiamandolo con un’onomatopea del verso, per esempio: ‘guarda! Un ‘bau’!’. Solo che in giapponese diventa WAN o WAN-WAN.
Oppure questi termini spesso vengono mantenuti anche tra adulti per vezzo, in ambito colloquiale. Per esempio una padroncina potrebbe riferirsi vezzosamente al suo cagnolino come WAN-CHAN, imitando il linguaggio degli infanti.
Allo stesso modo, probabilmente la sorella di Jiro ha fatto un nomignolo del modo di chiamare suo fratello di quando era bambina, appunto NIINII.
Altro che 'secondo fratello'.


Esempio 2
Qualcuno mi spiegherebbe come やらせて頂きます (yarasete itadakimasu) sia diventato "mi concedo di accettare"?
E' un adattamento dal giapponese gravemente sbagliato, oltre che un'espressione italiana inaudita (nel senso letterale di mai sentita prima). Chiarisco.
La situazione vede Jiro a cui viene chiesto dai suoi superiori di prendersi carico di un lavoro. Essendo lui dipendente, non è che possa esercitare una sua volontà o pretendere di scegliere quando e cosa fare secondo il proprio capriccio.
Piuttosto si tratta per lui di dichiarare se si senta o meno in grado di svolgere il lavoro.
Per assicurare che svolgerà il lavoro, lui dichiara appunto
Yarasete itadakimasu
Espressione molto giapponese che, tradotta letteralmente, significa "ricevo rispettosamente (o umilmente) il farmi fare"
Ovvero in sostanza "accetto l'incarico".

Per capire la gravità dell'errore di adattamento, bisogna spiegare due cose:
Primo, in giapponese esistono tre verbi estremamente importanti, che esprimono i concetti di dare e ricevere dal punto di vista dei diversi individui coinvolti nello scambio. Per brevità parlerò del solo verbo ricevere, che è il caso più semplice.
Chiunque riceva qualcosa può usare il verbo もらいます moraimasu. Tuttavia, se la persona da cui si riceve è un superiore o comunque qualcuno al quale dobbiamo mostrare un particolare rispetto, il verbo diventa いただきます itadakimasu.
In giapponese, peculiarità meravigliosa di questa lingua, si possono ricevere non solo le cose, ma anche le azioni.
Se per esempio dico していただきますshite itadakimasu, vuol dire che ricevo da qualcuno mio superiore la sua azione di fare qualcosa (verbo shimasu nella forma in -te: shite).

Es:
Sensei ni oshiete itadakimashita
Ho ricevuto dal maestro l'azione dell'insegnamento
ovvero: me l'ha insegnato il maestro.

Altro esempio di uso di itadakimasu come ricevere (e non concedere).
Prima di cominciare a mangiare, i giapponesi dicono 'itadakimasu' ovvero ricevo (dall'alto). E' un po' come quando si fa la preghiera di ringraziamento a Dio per il cibo ricevuto.

Adesso spiego la seconda cosa, ovvero 'yarasete'.
Yarimasu è la forma colloquiale di shimasu, fare. Si usa anche nei confronti degli 'inferiori', o comunque verso coloro che sappiamo ci debbono in qualche modo rispetto.
Yaraseru e la forma cosiddetta causativa del verbo, che si può tradurre con "far fare", ovviamente a un inferiore, usato sia nel senso di costrizione che come permesso a seconda di casi.

Quindi mettendo tutto insieme (e facendo quell'esecizio mentale di traduzione letterale di cui dicevo nel cappello iniziale) diventa:
'Yarasete itadakimasu'
Ricevo (dai superiori) la loro azione di farmi fare (come inferiore)

Volendo rendere con un italiano meno criptico:
'ricevo il permesso di lavorare a questo progetto'.
In sostanza: accetto.

L'errore grave nell'adattamento di Cannarsi (oltre al nuovo italiano coniato ad hoc) è quindi che Jiro non "si concede" un bel niente.
Non è nella posizione di concedere nulla, neppure a se stesso.
La resa in 'mi concedo di accettare' è quindi sbagliata sotto ogni punto di vista, compreso quello della pretesa aderenza all'originale.

Tanto per far comprendere meglio la sfumatura, ecco un altro esempio di espressione simile.
'yasumasete itadakimasu', che si può leggere su i cartelli fuori dai negozi chiusi per ferie o pausa.

Yasumimasu è il verbo riposare (quello di oyasuminasai, buonanotte).
Quindi il cartello dice che il negoziante riceve rispettosamente dai clienti il permesso di farlo (il negoziante) rjposare (cioè letteralmente 'ricevo umilmente di farmi riposare'). In questo caso, l'espressione diventa deliziosamente ironica, in quanto non è che gli onorevoli clienti abbiano molta voce in capitolo!!


Spero con questi esempi di aver chiarito dove, secondo me ma evidentemente non solo, Cannarsi sta conducendo una battaglia persa in partenza.
Primo, considerando il pubblico di riferimento del prodotto in questione (a meno che nei piani di marketing di Lucky Red il target non siano gli accademici della Ca' Foscari di Venezia), trattandosi di un prodotto commerciale e non essendo fornito di 'istruzioni per l'uso', l'adattamento di Cannarsi è irrispettoso della maggior parte dei potenziali acquirenti.
Esso pretende - ma d'altronde questo è nelle intenzioni dichiarate dell'adattatore - dallo spettatore medio lo sforzo mentale descritto all'inizio.
Come dicevo, capisco l'intenzione e il metodo, che anche io ho applicato. Soltanto sono la direzione e lo scopo ad essere sbagliati. Qui mi può smentire solo Lucky Red, dichiarando che effettivamente il suo scopo era di lanciare un prodotto che richiedesse a chi lo compra di iniziarsi alla comprensione della lingua giapponese per poterne fruire appieno.

Sul resto della critica alle scelte di lingua italiana nell'adattamento, devo convenire col parere dell'utente Blefaro.
Qui e in altre occasioni, Cannarsi ha sempre sostenuto non solo la legittimità ma soprattutto la superiorità delle suce scelte. Sulla legittimità, c'è poco da dire, in quanto lui è il solo responsabile di quanto scrive nei suoi adattamenti - nei confini di quello che gli viene consentito da Lucky Red, che evidentemente sono molto ampi.

Se parliamo di legittimità riferendoci però alla 'correttezza' e alle 'regole' della lingua, anche ammettendo che la lingua è un'entità viva e fluida, e che quindi Cannarsi ha il diritto di prendersi tutte 'licenze poetiche' che vuole, si possono stabilire dei criteri di correttezza ai quali raffrontarsi. Il primio è quello della grammatica italiana. Non c'è bisogno di nessuna ricerca su google o statistica. Basta un buon professore di italiano con una matita rosso-blu.

Volendo andare oltre, visto che la scusa più gettonata di Cannarsi è la 'soggettività del gusto', si può pensare di creare degli algoritmi che estraggano i pattern grammaticali e lessicali da qualsiasi testo italiano pubblicato. Analizzando la frequenza dei pattern e raffrontandola al risultato della stessa analisi fatta sui testi di Cannarsi, si avrebbe un punteggio obiettivo su quanto i suoi testi si discostino dalla media. Si potrebbe anche vedere quanti e quali altri testi somigliano ai suoi.
Non sono in grado di fare l'analisi, ma, raffrontandomi al mio database personale, sono convinto che i suoi testi si troverebbero nella coda della gaussiana.

Nella sua presunzione (nel senso che presume evitando accuratamente un riscontro con la realtà), Cannarsi non si accorge - e anzi se ne sdegna - che è del tutto naturale la reazione di rifiuto e anche di ripulsa di fronte a qualcosa di inaudito (sempre nel senso letterale del termine). Secondo lui, tutti, al primo ascolto, dovrebbero afferrare al volo l'opportunità che egli gli offre di acculturarsi ed elevarsi spiritualmente. O in mancanza di questo, almeno cogliere l'ispirazione ed essere convinti che dietro la sofferenza dell'ascolto di tale cacofonia vi sia in realtà il bello. Che quindi l'amara medicina, se bevuta, prometta che si schiuda loro la porta di una comprensione più prodonda di una cultura straniera.
Peccato che lui non sia Sgarbi che presenta un'opera d'arte moderna alla biennale di Venezia. Lui è un modesto adattatore, con tanta passione e volontà innegabili, che è pagato per far aiutare il pubblico italiano a - scusate la banalizzazione - fruire di un prodotto di consumo straniero.
Suggerisco quindi a Lucky Red di fare una bella seduta di revisione degli obiettivi col Cannarsi e vedere se sono allineati alla performance di vendita.

Ciò detto, buonanotte.

Lorenzo

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