Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Discussioni su gli autori e gli anime Ghibli e Pre-Ghibli

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Sayonara no Natsu
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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da Sayonara no Natsu » lun feb 22, 2016 10:20 pm

Shito ha scritto: O ci sono cose del tutto incomprensibili per chi non sappia di cosa si parla, tipo il record annuale di velocità di spartizione delle cartoline di augurio per il capodanno, appunto, apparentemente una tradizione a casa Yamada.
Sbaglierò sicuramente (sarebbe troppo facile, tra l'altro XD), ma potrebbe essere che in Giappone a capodanno vengono donate anche delle bustine contenenti del denaro, e da ciò quindi derivi in qualche modo questa sorta di gara di "spartizione delle cartoline"?
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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da Shito » lun feb 22, 2016 10:29 pm

Penso che non c'entri niente, no.
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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da Haku91 » mar feb 23, 2016 2:12 pm

Sayonara no Nastu ha scritto:Ciò che tu dici ha un senso, perciò accetto la tua visione (d'altronde, non ho le conoscenze sufficenti per dimostrarne l'assoluta erroneità), tuttavia, nonostante tutto continuo a non condividerla, poiché le perdite ed i rischi sono troppo grandi, secondo me, in proporzione ai possibili benefici che si potrebbero avere.
Mah, nel tradurre sempre letteralmente i titoli non trovo particolari benefici. Certo, è comunque meglio di inventarsene uno che non c'azzecca nulla, ma ci sono anche casi in cui la traduzione è stata una scelta sbagliatissima (i primi che mi vengono in mente sono Lakeview Terrace/La terrazza sul lago e Heaven's Gate/I cancelli del cielo, ma sono molti di più di quanto si pensi). Quindi chi se ne occupa dovrebbe soppesare le varie possibilità. In questo caso hanno tradotto i titoli internazionali My Neighbors the Yamadas e Mis vecinos los Yamada, forse anche per motivi estetici.

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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da genbu » ven feb 26, 2016 11:28 am

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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da Sayonara no Natsu » dom feb 28, 2016 12:51 am

Uff, scusa il ritardo, ma stavolta ho perso tempo pure a causa della mia indecisione, poiché un po' temevo di star scrivendo più che altro una sorta di apologia di 1984, piuttosto che un messaggio realmente attinente al nostro discorso (alla fine mi son deciso perché ho reputato che qualcosa di interessante per la discussione, in fondo, ci potesse essere). XD
Haku91 ha scritto: Mah, nel tradurre sempre letteralmente i titoli non trovo particolari benefici.
Chiaramente, quando parlo di perdite, rischi e benefici non mi riferisco certamente a qualcosa che possa realmente alterare il valore di un'opera. Come io stesso ho detto qualche giorno fa, sia in un senso sia in un altro, un titolo non rende di certo più o meno gradevole qualcosa, ma al massimo può semplicemente o non piacere o infastidire un pochino lo spettatore/lettore.

Detto ciò, personalmente rintengo che uno tra i principali problemi che sorgono nel momento in cui si va ad alterare un titolo, sia quello di rischiare di far perdere qualche riferimento o significato che il suo autore voleva trasmettere con quelle poche parole. Come esempio pratico si potrebbe citare il libro "Delitto e castigo", oppure "1984". Per quanto riguarda il nome dell'opera di Dostoevskij, in realtà vi è già stata una certa alterazione, poiché in orginale sarebbe "(il) Delitto e (la) pena", differenza questa piuttosto rilevante, sebbene devo dire di aver letto pure una spiegazione al riguardo di tale scelta, perché elimina o comunque rende meno evidente l'allusione a "Dei delitti e delle pene" di Beccaria e pure, a quanto pare, ad un saggio pubblicato sulla rivista curata da Dostoevskij stesso, intitolato "I delitti e le pene. Schizzi di storia del diritto penale". Perciò, se già così questa scelta è discutibile, ritengono sarebbe un grave sbaglio utilizzare un nome totalmente inventato (anche se magari attinente al contesto) che inevitabilmente eliminerebbe tutti i riferimenti che l'autore aveva volontariamente inserito.

Ma anche "1984", appunto, potrebbe essere un ottimo esempio per illustrare bene il mio concetto. Uno dei nomi utilizzati durante la stesura dell'opera era "L'ultimo uomo in Europa" (cambiato alla fine, purtroppo, per suggerimento dell'editore). A prima vista, questo potrebbe sembrare un titolo come un altro, un titolo semplicemente cupo per un'opera cupa. Ma in realtà, ad un esame più attento, si possono trovare diverse allusioni all'opera stessa contenute in esso. Innanzitutto, è la citazione di un passaggio di grandissima intensità, ovvero sono le parole con cui O'brien schiaccia definitivamente il protagonista e la sua ultima speranza: "Se tu sei un uomo, Winston, allora sei l'ultimo uomo". Ma ciò che lo rende così interessante, è il significato che c'è dietro. Quel "L'ultimo uomo", infatti, rimanda ad uno dei concetti portanti della storia: la perdita dell'umanità. La popolazione nel racconto è divisa in due categorie: i prolet e il partito. I primi, essenzialmente, sono delle bestie. Vengono considerati ed effettivamente vivono come carne da macello: cantano indecenti canzoni d'amore scritte da una macchina, comprano riviste pornografiche della peggior specie credendosi così degli eversivi sebbene siano state create apposta per loro, si scannano tra loro stessi per riuscire a racimolare al mercato quello che in realtà è vero e proprio pattume, e gli unici momenti della loro vita in cui si sforzano realmente di utilizzare la loro intelligenza, sono quelli di quando parlano della lotteria (truccata, ovviamente). Sebbene questo loro essere lasciati alla deriva gli garantisce ancora quelle emozioni e quei comportamenti istintivi che per Orwell fanno parte dell'uomo, un vero essere umano non è solo questo, un vero essere umano non può essere solo una bestia. Al contrario, tutti i membri del partito hanno perso totalmente i sentimenti. Qualunque istinto o emozione diversa dall'odio e dalla paura è stata loro sradicata (o quasi), finendo così col gioire di scene normalmente raccapriccianti (al riguardo, è esamplare la parte al cinema dove la folla va in visibilio alla vista di un massacro di civili). Lo stesso Winston, inizialmente, rientra tra questi ultimi, difatti, dopo lo scoppio di una bomba, schifato calcia nel tombino un braccio mozzato. Sarà solo dopo un notevolissimo sforzo intellettuale, che egli riuscirà a "ricrearsi" la propria umanità. Orwell, insomma, con quelle poche parole intendeva affermare fin da principio sia il suo ideale di essere umano, ovvero un individuo pensante e cosciente che però continua a provare emozioni, sia il suo timore per il futuro prossimo, dato che tutto ciò che narra non è altro che una semplice amplificazione di quello che, in pratica, già succedeva in Russia. Ma da quelle parole si può capire anche che comunque Orwell fosse decisamente più incline all'essere intellettuale, piuttosto che a quello animale. Difatti, con quella frase afferma tacitamente pure che nemmeno Julia (la fidanzata), nonostante tutto, fosse un vero "essere umano". Questo perché, sebbene sia decisamente più pragmatica, attiva e sveglia di Winston, in realtà si rivela piuttosto stupida. Vi sono diversi elementi che fanno pensare ciò, ma il più eclatante è quello in cui si addormenta non appena Winston le inizia a leggere un testo di grande importanza per la comprensione degli eventi. Per quanto riguarda il resto del titolo, sebbene qui non ne sia davvero sicuro, penso si riferisca al fatto che, data la divisione del mondo in tre super stati in perenne guerra tra loro, nessuna persona potesse sapere cosa accadesse negli altri stati, quindi se all'infuori della propria "patria" (l'Oceania, nel caso di Winston) vi fosse o meno un altro "uomo".

Tutto questo, chiaramente, si può comprendere solo leggendo il libro, ma quel titolo era relativamente importante perché era come se concentrasse in poche parole tutto il significato del racconto. Ma, tornando all'inizio del discorso, alla fine fu lo stesso Orwell ad optare per un nome diverso, e questa decisione ovviamente non danneggiò né la storia né il valore dell'opera in sé, tuttavia, se non avesse fatto lui stesso questa scelta, sarebbe stato secondo me giusto ed importante salvaguardare questo titolo nel momento in cui lo si andava a tradurre, perché anche se non di cruciale importanza, esprimeva con forza uno dei pensieri dell'autore, nonché uno dei principali messaggi che il romanzo vuole trasmettere.
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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da Shito » mer mar 09, 2016 12:09 pm

Tornando in topic. :-)

Lavorando allo special del film "I vicini Yamada", che sarà presente nel Blu-Ray, sono rimasto davvero colpito dalla lucidità della speculazione psicologica e sociologica di Takahata Isao.

Questo special è davvero di una significanza mostruosa, secondo me il suo valore è ben superiore all'intero film-documentario "Il regno dei sogni e della follia".

Spicca a tutto tondo la psicologia autoriale di Takahata, davvero da artista, da sperimentatore del medium cinematografico e della tecnica registica.

Ma ancor più, spicca la sua presenza intellettuale nell'interpretazione del momento sociale giapponese.

Essenzialmente, l'idea di Takahata – che comincia criticando Mononoke Hime – è che tutto il "fantastico" sia male. Questo perché, secondo Takahata, il 'fantastico" tratta in genere di grandi temi, di nobili temi quali l'amicizia, l'onore, l'amore e la giustizia, ma lo fa in una maniera assai idealizzata, irrealistica, e per questo non costituisce "un buon addestramento visivo per la vita reale" (sic.) Il regista parla quindi di questa dinamica per cui, alimentati dal fantasy, le persone soprattutto giovani alimentano delle attese irrealistiche nei confronti della vita, "irrigidendosi" (sic) in una sorta di "serietà soggettiva" (sic). Ovvero, le persone sviluppano un superego intransigente ( <- questa è un'espressione mia). In questo modo, si innesca la dinamica del "mukatsuku", ovvero del rifiuto, dello schifarsi in modo riluttante dinanzi alle realtà che "non si accettano". E Takahata sostiene che poiché quella è una dinamica individuale, che non prevede un dialogo con la controparte (che, appunto, si rifiuta e e schifa), la gestione del tutto è prettamente introiettiva, individuale. Così finisce le persone gestiscono silentemente il proprio livello di 'rifiuto', finché non ce la fanno più a gestirlo e "si spezzano" (sic).

Ora, a parte che questo è chiaramente il contenuto di tutti i film di Takahata, insieme a un'apologia della 'semplice tolleranza, accomodamento sociale', se penso alla psicologia dell'otaku e dell'otakuzoku, ma anche ai problemi della mentalità hikikomori, o comunque delle cosiddette malattie dello "spettro dell'autismo", direi che la speculazione di Takahata è pressoché perfetta.

Ho molto riflettuto su questi temi tenendo a mente soprattutto la speculazione di Azuma Hiroki e Murakami Takashi (Little Boy)

Ne parlavo poi con il buon con Garion e ci capacitavamo che mentre autori come Miyazaki e Anno e anche Oshii in qualche modo parlano 'a loro stessi e ai loro affini', quindi parlando di problemi che li vedono come parte in causa (con più o meno coscienza, si capisce), al contrario autori come Takahata o Tomino parlano distaccatamente alla società di problemi che loro vedono nella società, ma non in loro stessi.

Tomino fa Gundam e parla ai giovani di quelli che credere essere i problemi dei giovani - lui non essendolo più-

Takahata idem, si rivolge sempre a un pubblico di cui lui non si sente parte.

Credo che l'analisi di Takahata non sia un'analisi di 'otakugaku', ma di sociologia nazionale. In particolare, lui ha definito 'pericolosa' la parola 'mukatsuku'. Trovo sia molto interessante. Ma se penso agli ideali davvero favolistici di Osaka'70, non posso non pensare che Takahata abbia ragione. Perché Osaka'70 era SciFi e fantasticheria favolistica ancor più dei romanzi SF che in quegli anni conoscevano un boom. Osaka'70 era più "fantasy" dei DaiconIII e DaiconIV, tutto sommato. E una generazione allevata a quel genere di idealità ne è rimasta schiava, pare. Anzi, ha proliferato quel genere di fantasticheria escapista a danno delle generazioni di giovani successive.

Se penso all'apologia della vita sciocchina dei takuki in Ponpoko, alla fuga di Seita, alla fuga di Taeko, al rifiuto di Kaguya (che è proprio schiafarsi->rifiuto->spezzarsi, mamma mia), ma che nel contempo dice che "era nata per vivere"... il quadro mi sembra semplice quanto convincente. Schietto.
Ultima modifica di Shito il mar feb 27, 2018 7:21 pm, modificato 1 volta in totale.
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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da Shun » mer mar 09, 2016 1:23 pm

Post davvero interessante che si ricollega ad un altro che avevi già scritto sui 5 film di Takahata, grazie per averlo condiviso.

Personalmente, soprattutto ultimamente, non solo condivido ma mi sembra anche di comprendere ciò che dice Takahata. Le fantasticherie, le idealità, le relazioni insite negli anime sono tutte cose fasulle, non c'è davvero esperienza né qualcosa che smuova il fruitore.

Pensiamo a “Capitan Tsubasa” o “Dodge Danpei”: grandi amicizie, lealtà, spirito sportivo, e così via. Guardiamo poi una partita di calcio o una gara di nuoto reale, e non parlo di quelle ad alto livello, basta anche quella al campetto o alla piscina sotto casa. C'è differenza? Moltissima.
L'immersione nell'animazione, con i sorrisoni, le pacche sulle spalle, lo scherzare anche in modo malizioso, gli allenamenti faticosi, non sono davvero vissuti dallo spettatore è tutto finto... non saprò giocare a pallone o stare con la gente nella realtà grazie ad un anime, perché fare un passo avanti qualunque nella realtà espone l'individuo in prima persona alla possibilità di essere ferito, alla possibilità dell'incomprensione. Non mi hanno sorriso? Non c'è stata pacca sulla spalla? Ho sbagliato a fare questo, come mi rifaccio? Cosa devo dire in questa situazione? E così via...
è sempre un'esposizione di se stessi in prima persona e la felicità o la sofferenza sono sempre in prima persona, non sono lette o guardate. Ma anche per un libro o un film, è sempre la stessa cosa...
Non che leggere o guardare un prodotto sia male in senso assoluto, però secondo me in parte dipende dalla mentalità con cui lo si fa: mi aspetto che questa cosa mi dia una “formazione/esperienza”, che la realtà non può darmi? Eh ma sono approssimazioni della realtà, talvolta anche molto distorte... mi possono dare qualche linea guida, qualche dritta utile talvolta, ma è davvero un 10% … il 90% è muovere un cavolo di passo avanti nella realtà, anche se dovessi soffrire malamente. Altrimenti si rimane fermi.

Per me Takahata ha ragione sulla questione delle fantasticherie e degli idealismi, però ultimamente stavo pensando che anche gli slice of life, in cui magari non ci sono elementi fantasiosi, come magie e grandi idealismi, sono comunque finzione e quindi terreno in cui evadere, intrattenersi, sollazzarsi, perdersi.
Su Miyazaki-Anno/Takahata-Tomino ed il fatto di essere dentro/fuori condivido... il punto, secondo me, è che dipende molto dalla testa di chi guarda e di cosa aspetta di trovare nell'approcciare ad un'opera. Se una persona ha bisogno di fare escapismo, può farlo anche guardando “Hotaru no haka” e “Omohide poro poro”, perché tanto non si è davvero colpiti/smossi/urtati dall'opera, anche se muoiono i due fratellini o altro, si può fare escapismo nell'atmosfera serafica dei ricordi di Taeko, nella grotta di Setsuko, in Evangelion proiettando se stessi in qualche personaggio e così via... Tanto alla fine della fiera sono solo disegni.

Alla fine con il declino delle Grandi Narrazioni cosa rimane? L'autoaffermazione della persona... però se uno non è abbastanza intelligente, perspicace o ricco, da potersi permettere di sperimentare e diventare consapevole, come può autoaffermarsi?
Quindi niente, tutto a caso, in balia degli eventi come in un fiume in piena.

Secondo me hai fatto una bella analisi sui film di Takahata, in un altro post avevi scritto che trovi siano unificati dal "non si deve fuggire" che richiama anche il leitmotiv di Evangelion, tuttavia secondo me in Evangelion manca una cosa che nei film di Takahata c'è, o perlomeno si sente in modo più forte. Non è solo "non si deve fuggire/non devo rifiutare" è anche il fatto di adattarsi... Taeko non fugge e si adatta, i Tanuki non fuggono e si adattano... non fuggi e ti adatti. Evangelion è una storia sofferta nell'interiorità del suo autore per accettare il "nigecha dame da", però poi si ferma. Takahata va un po' più in là e non c'è dentro. Non so che tipo di persona sia Takahata, però lui ha vissuto la guerra, non credo si sia sollazzato come Anno, Takeda, Okada etc. con l'Expo di Osaka '70. Takahata immagino avrà davvero visto morire la gente, altroché padiglioni gonfiabili e astronavi superluminali.
Alla fine il discorso è enorme, tra il declino delle Grandi Narrazioni, l'atmosfera di benevolenza giapponese. Pensavo anche alle persone che per la perdita degli ideali si erano associate alla setta di Aum Shinrikyo, oppure alla moratoria che da "periodo di formazione" è diventata "periodo di pausa indefinita".
Poi va beh, io sono l'ultimo che dovrebbe parlare, dato che sono uno stupido.
Ultima modifica di Shun il mer mar 16, 2016 3:34 pm, modificato 1 volta in totale.

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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da Shito » mer mar 09, 2016 1:41 pm

Credo tu abbia drasticamente, e sottolineo drasticamente ragione nel parlare della componente soggettiva del fruitore dinanzi all'opera di finzione. Tuttavia, credo sia anche vero che esistono opere che più o meno si prestano, si danno alla creazione di mondi idealizzati di escapismo infantile.

Prendiamo 'La storia della Principessa Splendente', che qualcuno definisce "un fantasy" (io dissento: racchiudere classici in categorie narrative moderne e contemporanee m pare una turpe idiozia da principio, ma ok).

In quel film, l'idea di Takahata è infusa nel modo più lucido e brillante possibile.

Perché Gemma di Bambù vorrebbe vivere mediocremente, in campagna, come "gli uccelli, gli insetti, le bestie" (i tanuki, per chi ha visto Ponpoko). Non le viene permesso e la sua bellezza, la sua presunta nobiltà, finisce a relegarla nel formalismo della vita cortese. Solo che, ancor peggio, lei lì si schifa e rifiuta, rifiuta, rifiuta. Rifiuta tutti i pretendenti che la sua nuova vita le propone, rifiuta l'Imperatore, rifiuta la vita stessa, relegandosi nel suo mondo fasullo di "mukatsuku" che cerca di gestire con freddezza. E alla fine si spezza, sino al suicidio - irrevocabile.

Che poi in realtà è la stessa cosa di PoroPoro. La viziata Taeko, bimba figlia del benessere sessantino, rifuta e rifiuta nascondendosi dentro l'aura della "brava bambinina" e un vita da "giovane donna cittadina", lavoro da segretaria, vita sola in un appartamento, parla al telefono con la sorella sposata e sorride a un gatto. Ma quando si rende conto della realtà del suo costante rifiuto del prossimo e della vita (il rifiuto di Abe, il rifiuto di 'vivere il suo tempo') - si spezza. In quel caso sarà 'salvata' da Toshio.

E non è la stessa cosa per Seita, che rifiuta le brutture, le asprezze a cui la vita in tempo di guerra lo sottopone, rifiuta e fugge, ammazzando così prima la sorellina e poi sé stesso?

Non credo proprio sia una cosa solo/tutta giapponese. Le malattie da "gamma dell'autismo" sono in vertiginoso aumento in tutto l'occidente. Anche da noi. I centri di cura per la depressione giovanile sono cresciuti di una percentuale a doppio zero nell'ultima decade. E i quarantenni che si sedano con l'intrattenimento infantile (invece che con altri, ben più dannosi, tipi di droga) cosa pfanno? Non stanno scappando dalla loro vita perché ne rifiutano l'imperfezione a paragone delle dolci fantasie della loro infanzia?

Credo che in questo Takahata abbia ragione, e credo che l'escapismo dell'otaku conduca, in molti casi (non tutti, certo), a un binario morto.

Mi preme sottolineare che anche se ho chiara la critica di Takahata, però, e penso che ci sia del vero, non riesco a sposarla al 100%. Takahata Isao è per me una di quelle persone il cui pensiero mi mette fortemente in discussione. Da un lato, per essere concreti, credo che Mononoke Hime sia la cosa più seria e matura che Miyazaki Hayao abbia mai fatto, e credo che sia un'opera molto valida. Dall'altro lato, sento molto vivida sulla mia pelle, sulla mia vita, la critica di Takahata Isao. Sono diviso tra queste due componenti del mio pensiero, che cerco di conciliare, di risolvere. La cosa che mi viene da pensare, in questo momento, è il fattore T. Forse la discriminante sta nel fattore T. Ovvero, forse la fantasia e il fantastico sono bene e vanno bene per l'età infantile, come a essere una sorta di incubatrice del pensiero, del superego. Ma se la permanenza in questa incubatrice si protrae (nell'età adulta) si genera una deformità. Quindi favole, fiabe, fantasticherie - finché sono intelligenti e con un significato, ché l'idiozia è SEMPRE male - vanno bene per i bambini. Non perché siano bambinate, ovvero sì, ovvero perché è un linguaggio compatibile e al tempo stesso 'innocuo' alla formazione del superego nel fanciullo. Una sorta di nutrimento infantile da cui ci si dovrebbe poi svezzare. Al momento mi viene da pensare questo.

Comunque, se parliamo dell'uomo Takahata Isao, la sua riservatezza è proverbiale. Di certo, benché la sua idea predicata sia quella della vita per la vita, della mediocritas, per contro la sua opera, la sua condotts professionale, è connotata da un perfezionismo maniacale che ha del proverbiale e dell'impareggiabile. Questa cosa viene schiettamente nello special su Yamada-kun. Dopo aver documentato una lunga disquisizione su una minuzia di animazione in una scena, il narrato commenta "Certo che anche se uno dei temi di questo film è la "moderazione", le indicazioni registiche non erano "moderate" proprio per niente!". Lampante.

La chiave per comprendere Takahata Isao come uomo e come artista forse ce la fornisce Miyazaki Hayao, in quello stesso special (di Yamada). Colto in uno stato di grazia davvero notevole, forse l'onda lunga dell'essersi sgravato da Mononoke Hime, un Miyazaki lucido come non mai dice: "Penso che alla fine Pakusan sia nichilismo. A volte ho la sensazione che certe sue memorie infantili, il vagare nei campi inceneriti, lo vengano ancora a visitare nella sua mente, per condurlo verso un luogo dove un pusillanime come me non potrebbe mai giungere, indirizzato alla distruzione."

La sensazione che ho sempre avuto da Takahata Isao è quella di un uomo totalmente libero, totalmente vivo, perché essenzialmente vive come se fosse già morto. Credo che Takahata Isao abbia in odio qualsiasi tipo di pensiero escatologico salvifico perché, in qualche modo, vivendo come "già morto" non ha alcuna attesa, alcuna pretesa, alcuna speranza. E' la psicologica del vero ateo che non teme la morte, ovvero, se vogliamo, del vero pagano risolto. E' una cosa che sento molto vicina a me stesso, in verità. Ma potrebbe essere tutto un mio ingannarmi, si capisce.
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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da Shun » mer mar 09, 2016 3:57 pm

Shito ha scritto: Credo sia anche vero che esistono opere che più o meno si prestano, si danno alla creazione di mondi idealizzati di escapismo infantile.
[...]
In quel film [Kaguya-hime], l'idea di Takahata è infusa nel modo più lucido e brillante possibile.
[...]
Credo che in questo Takahata abbia ragione, e credo che l'escapismo dell'otaku conduca, in molti casi (non tutti, certo), a un binario morto.
Sul fatto che ci siano opere che si prestano più o meno all'evasione sono d'accordo, anche secondo me i 5 film di Takahata sono più "reali" dei film di Miyazaki, di gran parte degli anime (o forse di tutti), e in generale dei film d'animazione. Seita, Taeko, i tanuki e Kaguya rifiutano e fuggono, in alcuni casi muoiono, in altri casi riflettono e si adattano... com'era il finale di Pompoko? "Sì vive e si muore, va bene così" (in sintesi dico, non ricordo esattamente com'era) o il finale de I vicini Yamada, con la maestra che scrive il suo motto (come l'hai tradotto? era "adattamento" o sbaglio?).
Inoltre i film di Takahata hanno, secondo me, non solo un aspetto più "reale" ma hanno anche un contenuto di tipo educativo che gran parte degli anime (ma anche tra film e libri in generale c'è tanta spazzatura) non hanno. Con contenuto educativo intendo riflessioni e elementi riscontrabili nella storia, nella società e nella psicologia, e che il fruitore può apprendere/imparare, o nel caso dell'adulto a cui queste cose sono note, possono risultare tipo documentari o sintesi di piccole storie storiche/sociali. Non so se mi son spiegato.
Tuttavia il punto che mi premeva scrivere nel post precedente è comunque sia uno può anche leggersi decine di libri di psicologia, solo che se poi non agisce, se non muove un passo nella realtà con le sue proprie gambe, non serve a nulla, è solo un autoinganno, per questo dicevo che si può fare escapismo anche all'interno di Poroporo, Hotaru, etc. Uno si può vedere/leggere decine di volte un'opera pregna di significati e contenuti, ma poi?
Nel fare queste considerazioni sto chiaramente pensando all'otakuzoku e in generale a chi fa moratoria o agli hikikomori, o anche semplicemente chi è bloccato e rumina mentalmente come in depressione. In altre parole penso a chi guarda/legge qualcosa con la speranza di "trovare qualcosa", senza agire mai. La mia è un'estremizzazione, sia chiaro. Ovvio che fare escapismo nelle opere di Takahata o in un libro di psicologia, non è come fare escapismo in una storia tipo dagli spiccati elementi fantasiosi. Semplicemente però se il lettore/spettatore vuole evadere/perdere tempo/fare il nostalgico/girare in tondo/altro lo può fare comunque.
Ovvero, forse la fantasia e il fantastico sono bene e vanno bene per l'età infantile, come a essere una sorta di incubatrice del pensiero, del superego. Ma se la permanenza in questa incubatrice si protrae (nell'età adulta) si genera una deformità. Quindi favole, fiabe, fantasticherie - finché sono intelligenti e con un significato, ché l'idiozia è SEMPRE male - vanno bene per i bambini. Non perché siano bambinate, ovvero sì, ovvero perché è un linguaggio compatibile e al tempo stesso 'innocuo' alla formazione del superego nel fanciullo. Una sorta di nutrimento infantile da cui ci si dovrebbe poi svezzare. Al momento mi viene da pensare questo.
.

Non so se ho inteso, comunque al momento mi sembra di pensare una cosa simile.

In che modo un adulto dovrebbe guardare un film d'animazione? (IMHO)
Prendiamo Monster & Co, Wall-e, Mononoke Hime e un film a caso di Takahata. Premetto che trovo siano tutti buoni film.
I primi 3 citati mi sembra che abbiano un target infantile/adolescenziale, con qualche critica qua e là, dunque nulla che un adulto non conosca. Nel senso che non credo che un vero adulto guardando Monsters & Co. abbia un'epifania sul contenuto, perché palesemente per bambini e quindi dovrebbe sapere già quelle cose (= esserne entrato in contatto) e non solo, dovrebbe averle già integrate con le cose successive vissute nella vita. I film di Takahata hanno certamente un contenuto maggiore, con delle riflessioni più adulte.
Per quanto riguarda gli elementi scenografici, la distinzione è che in Mononoke, Monsters e Wall-e ci sono elementi fantasiosi piuttosto forti (animali divini, frecce incantate, peluche super colorati, astronavi, robot) e la forma può diventare una trappola ammaliante, mentre nei film di Takahata ciò risalta molto meno.
Comunque, come dicevo sopra, credo che la bontà della fruizione dipenda per il 50% dall'opera e per il 50% dalla mente del fruitore.
Quindi io penso che "le storie animate hanno senso finché c'è un contenuto, ma non deve diventare una scusa per usufruirne abbondantemente da adulti, dato che probabilmente tale contenuto è comunque per un target infantile/adolescenziale".
Se talvolta un adulto si guarda qualche film non esattamente del suo target, purché abbia del contenuto, penso che sia semplicemente perché è difficile pensare e impegnarsi costantemente nelle cose serie. In tal caso non necessariamente si tratta di passare il tempo (mero intrattenimento), bensì potrebbe esserci un reale interesse per il messaggio, non perché si attende un'epifania dal film, ma più semplicemente si è come dei "supervisori di contenuto" (vediamo questo film, né ho sentito parlare, mi sono un po' informato, vorrei vedere come tratta certi temi), pur non essendo l'opera un veicolo di complesse argomentazioni filosofiche (per via del target). Certo, è altresì evidente che non vorrei vedere un adulto o un genitore che si sollazza abitualmente con l'animazione, pensando sottobanco (ingannandosi?) che questa abbia chissà quali profondi contenuti.

Un'ulteriore questione è: ma perché un adulto si dovrebbe guardare un film d'animazione?
In parte ho già espresso la mia opinione nelle righe precedenti, e per non farla troppo lunga qui mi limito ad aggiungere una considerazione: secondo me è l'epoca attuale che lo permette. Un po' come per i videogiochi, per i modellini e così via.

In ogni caso, penso che nella realtà ci sia un equilibrio da persona a persona. Per riuscire ad essere molto consapevoli e poter discutere in modo adeguato molte cose più serie servirebbero tanto tempo, capacità, possibilità e così via, tutte cose variabili da persona a persona e per questo ciascuno cerca un compromesso tra quanto riesce a impegnarsi nelle cose toste e serie, tra le proprie capacità, il proprio tempo, i legami, l'ambiente e così via. Pertanto, imho, uno cerca di vivere e sognare ciò che riesce.
La chiave per comprendere Takahata Isao come uomo e come artista forse ce la fornisce Miyazaki Hayao, in quello stesso special (di Yamada). Colto in uno stato di grazia davvero notevole, forse l'onda lunga dell'essersi sgravato da Mononoke Hime, un Miyazaki lucido come non mai dice: "Penso che alla fine Pakusan sia nichilismo. A volte ho la sensazione che certe sue memorie infantili, il vagare nei campi inceneriti, lo vengano ancora a visitare nella sua mente, per condurlo verso un luogo dove un pusillanime come me non potrebbe mai giungere, indirizzato alla distruzione."

La sensazione che ho sempre avuto da Takahata Isao è quella di un uomo totalmente libero, totalmente vivo, perché essenzialmente vive come se fosse già morto. Credo che Takahata Isao abbia in odio qualsiasi tipo di pensiero escatologico salvifico perché, in qualche modo, vivendo come "già morto" non ha alcuna attesa, alcuna pretesa, alcuna speranza. E' la psicologica del vero ateo che non teme la morte, ovvero, se vogliamo, del vero pagano risolto. E' una cosa che sento molto vicina a me stesso, in verità. Ma potrebbe essere tutto un mio ingannarmi, si capisce.
Intendi il "muga", dove il sé osservato (azione) e il sé osservante (volontà) si fondono?
Devo dire che a leggere la frase di Miyazaki su Takahata non posso che rafforzare quella sensazione di cui parlavo nel precedente commento, cioè che Isao ha vissuto la guerra e quindi altroché menate sulle cose fashion dell'Expo. Takahata vive il compromesso, l'adattamento, e le contraddizioni della vita senza sentirle come un dolore come nel caso di Miyazaki o Anno. Questo mi viene da pensare, che poi è anche il muga, no?:-)

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EDIT
Nel finale de I vicini Yamada la maestra scrive il suo motto alla lavagna, come l'hai tradotto? era "adattamento" o sbaglio?
Ho visto ora che è "moderazione"; non avevo inteso che il tuo discorso nel commento precedente fosse anche un hint sul finale.

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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da Penauts » ven apr 08, 2016 5:59 pm

Quindi non è stato "il primo film realizzato interamente in digitale" come ho letto in giro. Ha semplicemente fatto un uso maggiore delle possibilità del computer.

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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da Shito » ven apr 08, 2016 6:23 pm

La gente non sa quello che dice, non sa di cosa parla, non sa di cosa riferisce e non sa quello che scrive.

Il processo di produzione di un anime prevede che degli artisti creino, a partire dall'e-konte, quelli che si chiamano 'genga'. "Genga", che viene tradotto come 'disegni principali', o 'disegni chiave' (per infausta sovrapposizione concettuale anglista) significa "disegni originali/fondamentali". Perché? Sono questi dei disegni fatti a mano, matita su carta, a partire da indicazioni del regista - ma il movimento viene creato dal disegnatore. Infatti si chiamano anche 'genga' i disegni base che un illustratore fa, a matita, prima di chinare e colorare una sua opera.

Dai genga si ricavano i 'nakawari' - disegni di frammezzo, ovvero 'di intercalazione', che si pongono da un genga e l'altro.

Ovviamente, tanto genga che nakawari, come disegni a matita sdu fogli di carta bianca, non si possono mica usare per le riprese fotografiche che condurranno alla pellicola: SIA i genga che i nakawari vanno incontro al processo di 'finitura' (shiage): vengono ricalcati a china, con 'linea chiara', su acetati/rodovetri (cel). Il risultato sono i 'douga', ovvero 'disegni animati' (disegni di animazione).

Parallelamente, si creano, con pittura ad olio o acrilica, i fondali.

Tutto questo, fino a Mononoke Hime, in Ghibli è stato fatto tutto a mano.

Per Yamada, Takahata NON voleva un vero processo di finitura. Voleva animare le linee dei genga, direttamente.

Quindi, i genga vennero scansionati e trattati al computer per usarli in quella forma.

Anche la colorazione venne fatta tutta al computer.

Quindi Yamada è il primo film digitale dello studio Ghibli nel senso che, da un certo momento in poi, i materiali e le lavorazioni 'passano in digitale'. Si potrebbe infatti dire che tutto il processo di 'finitura' (shiage) è digitale.
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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da Shito » ven apr 08, 2016 6:36 pm

Twistor ha scritto: Nel finale de I vicini Yamada la maestra scrive il suo motto alla lavagna, come l'hai tradotto? era "adattamento" o sbaglio?
Ho visto ora che è "moderazione"; non avevo inteso che il tuo discorso nel commento precedente fosse anche un hint sul finale.
Ehe, "tekitou" - ovvero "てきとう" ovvero 適当

Viene considerata una delle parole più intraducibile del giapponese, tipo:

http://openprivatelife.blogspot.it/2014 ... glish.html

E' uno dei temi principali del film. E' anche una delle parole preferite della traduttrice Elisa Nardoni. Ne abbiamo parlato tanto, e ci ho pensato ancor più.

Di base vorrebbe dire "in modo appropriato". Solo che, negli effetti, vuol dire "in modo dovuto". Questo può significare "tutto il dovuto" (in senso positivo), oppure "giusto il dovuto, solo il dovuto", in senso negativo.

Nel primo caso, è il senso di "yokei na koto wo suru na!" [non fare cose indebite/non-dovute/non-richieste/sconsiderate!] - "non ti allargare". Ovvero, un bravo soldato NON prende iniziative, si ferma dove deve, NON eccede il suo dovere.

Per contro, c'è il senso della mancanza di zelo, della mediocrità di chi non si sforza un minimo per andare oltre il minimo sindacale dovuto. Questo significato mi sembra essere quello dominante nel parlato contemporaneo.

MI serviva un termine unico, non fraseologico (giustamente i personaggi scrivono concetti puri quali loro 'propositi per il nuovo anno'), che pure avesse in sé questa potenziale ambivalenza interpretativa. Alla fine ho scelto "moderazione". Credo che sia un po' come il termine giapponese: "bravo, non hai strafatto, hai usato moderazione!" oppure "ah, certo che ti sei proprio sforzato, eh? Fai sempre tutto con moderazione!"

La maestra Fujiwara, nel film, declama "MODERAZIONE!", o poi soggiunge: "Con moderazione, eh!" (Moderatamente, eh!).

Al che la classe attacca il coro di "Que sera, sera!"

Curiosamente, ho anche scoperto (poi) che 'tekitou' è anche una traduzione giapponese del termine italiano 'moderato' quando si parla di tempo compositivo/musicale - tipo allegro, andante, quelle cose lì. Anche Elisa non lo ricordava, benché abbia studiato pianoforte (quando gliel'ho detto ha detto SIIII E' VERO!, tipo). Il che spiega come mai la maestra dopo aver declamato "MODERAZIONE!" soggiunga, "con moderazione, eh!" - perché sta dando come "il la" al coro degli alunni che va a partire.

La conferma la trovai in un CD speciale del film dove la versione del coro dei bambini si intitola "Tekitou ni Que Seram Sera" (Que Sera Sera con moderazione / moderatamente).

^^

Il termine che significa "accomodante" è invece usato da Takahata nello special: parla di 'hodohodo' - un termine molto meno concettuale e più parlato, quasi onomatopeico. Significa più o meno lo stesso, ma è un po' più semplice, come se in dialetto ti dicessi "quillo-quillo", o in napoletano, "chian'-chian' " (non t'affannà). Per questo l'ho trovato meglio reso con il termine metonimico 'accomodante', uno che si adatta, che non è rigido.
Ultima modifica di Shito il ven apr 06, 2018 4:45 pm, modificato 4 volte in totale.
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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da Shun » sab apr 16, 2016 2:08 pm

Ho visto solo ora questo messaggio, grazie per la risposta dettagliata!
La canzone "Que sera, sera" in effetti mi pare si sposi bene sia con quanto detto dalla maestra, che in generale con l'atmosfera e i contenuti del film. :)

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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da Shito » sab apr 16, 2016 4:45 pm

Peraltro, manco a dirlo, esisteva una traduzione giapponese pregressa di quella canzone.

E, manco a dirlo, Takahata l'ha ignorata e se l'è ritradotta lui daccapo. ^^;
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Re: Hōhokekyo Tonari no Yamada-kun - calorosamente in italiano

Messaggio da Jo3y » sab apr 16, 2016 6:02 pm

Ci devo riflettere. Mi ha colpito. Tanto.

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