"Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shito » sab feb 03, 2018 6:26 pm

Grassetti e corsivi ripristinati, qualche refuso eradicato.
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shito » mar feb 27, 2018 4:54 pm

Colpo di scena!!!

Ebbene, ho continuato a pensarci. E a pensarci. Alla Principessa Splendente di Takahata. Ai suoi delitti e alle sue pene.

Ho continuato a pensarci perché... non mi tornava. Ancora no. Anche se ho scritto quello che ho scritto, non mi tornava.

Ovvero:

OK, Principessa, poi Principessa Splendente, voleva proprio vivere come Gemma di Bambù. Voleva vivere come una contadinella spensierata. La formalità della corte Heian, della vita di corte, proprio non le anadava. E quel che quella vita gli offriva, dai pretendenti macchiette sino all'imperatore, non facevano per lei. Lei rifiuta tutto e tutti, rifiuta la fita, si chiude in un inganno di finzione formalistica tutta sua, e alla fine "si spezza" e richiama su di sé la morte, anzitempo.

Ci siamo?

Come una bambina viziata, che diviene una ragazzina viziata, poi una specie di otaku e quindi una sorta di hikikomor e poi si ammazza.

Ci siamo fin qui?

Ma la logica non mi tornava. Scrivevo nel topic starter:
Nelle parole di Kaguya, lei sembra fare apologia di una vita umana intesa come quella de "gli uccelli, gli insetti, le bestie" (sic — ma si potrebbe aggiungere anche "i tanuki"), disprezzando in un'unica avversione la sfera del pensiero puro / morte / assenza di passioni e così pure la vita di formalismi della corte (Heian), opposta alla vita contadina che la protagonista aveva provato da bambina.
e
Insomma, capisco che Takahata Isao sia sempre più scioccato da una società contemporanea fatta di giovani che, rintanandosi, asserragliandosi nei loro pur vacui idealismi infantili, sembrano tutti "rifiutare la vita", ovvero "negare la vita", ovvero "fuggire della vita". Capisco che Takahata si sia irretito al punto di fare una protagonista che, tra i due estremi, dice in punto di morte che lei avrebbe dovuto e voluto vivere come "gli uccelli, gli insetti, le bestie". Ma credo che Takahata sia sia sbilanciato troppo, a questo modo, credo che abbia esagerato. Perché gli esseri umani non sono uccelli, né insetti, né bestie e neppure tanuki. Sono esseri umani, esseri medi. Anche l'infanzia di Kaguya, spesa in campagna, non era una vita vissuta come una bestia. Le si insegnavano cose, le si spiegavano cose. Era un'educazione, comunque. Anche la campagna ha il suo formalismo, e i suoi rituali umani - oltre che naturali. Questo è fondamentale. Anche la campagna, ci spiega Toshio, non è esente da un determinato livello di influenza umana. La campagna non è il bosco montano selvaggio, e così un contadino non è una bestia.
In questo senso, l'opposizione tra i seleniti e la vita di campagna non torna.
Perché se i seleniti sono esseri di puro pensiero, il loro opposto sono gli animali, quelli veri, quelli che non hanno autocoscienza e non sanno neppure di vivere, di essere in vita.

Gli uomini sono nel mezzo, e sono nel mezzo con TUTTO il loro gradiente, dalla vita contadina, forse "più vicina" a quella animale, alla vita altamente formalizzata della corte Heian, forse "più vicina" all'ideale selenita.

[...]

In buona sostanza, credo che Takahata abbia ben ragione a dirci che Kaguya sbaglia a rifiutare tutta la vita che le viene offerta, che le viene data la possibilità di vivere, ma credo che sbagli anche a far fare a Kaguya apologia della vita animale come modello plausibile per una vita umana. Una vita umana semplice non è comunque una vita da bestia. Credo che Takahata, forse spaventato dall'evoluzione sociologica contemporanea, abbia esagerato.
Ok, ero arrivato a questo punto. Tutto sommato il ragionamento filava. Ma anche no.

Per due motivi.

Uno, è interno al film stesso: quando Kaguya si danna e si pente, quando dice che "era venuta al mondo per vivere... come gli uccelli e le bestie", poi non è che maledica il padre per averla portata a corte. Maledice sé stessa per la sua fuga. Non dice "dovevate lasciami in campagna a fare l'animale", dice "che ho combinato? mi sono solo negata e ho calpestato i desideri di mio padre".

Due, è esterno al film, riguarda l'opera tutta dell'autore, di cui parliamo: ovvero, Seita. Seita fugge, e fugge in delle difficoltà obiettive, è orfano di guerra. Nessuno ci dice che avrebbe dovuto pensare "che figata", ma Takahata ci dice che avrebbe dovuto sopportare, adattarsi, sopravvivere e vivere, senza negarsi alla società contingente e al mondo e quindi alla vita. Giusto? Quindi, anche ammesso che la vita di corte non sia una figata per Kaguya, perché Takahata avrebbe dovuto "dare ragione" alla sua inadattabilità, facendole dire "io dovevo vivere come un'animaletto?". E in effetti, come dicevamo al punto soprastante, Kaguya rimpiange sé stessa e il suo rifiuto/fuga, non l'ambiente in cui pure è stata forzata.

Quindi, il mio stesso ragionamento non torna.

Non torna e non tornava, e allora, autocriticandomi e autocriticandomi, ho fatto l'unica cosa che si dovrebbe fare in questi casi: sono tornato al testo del film, al film.

Ve lo incollo:
KAGUYA Però… ora che sono giunta a dover tornare sulla Luna… mi sono finalmente ricordata…! Ma io, come mai… a quale scopo… ero discesa su questa terra…? E poi ancora…/ (DS) perché una canzone di questa sconosciuta terra… quella canzone, perché la conoscevo da tanto tempo prima?


SIGNORA (FC) Uccelli, insetti, e bestie poi…


KAGUYA Aaah…! Esattamente…! Eppure io… ero venuta al mondo per vivere…! Come gli uccelli e le bestie! (PIANGE)/ (COP) Non voglio andarmene via!
Il copione italiano. L'ho scritto io. Io stesso. E vi dico che sì, è fedele. Molto. Ogni singola parola, frase, pausa, tutto.

In particolare, la frase in grassetto è la cosa focale.

Anche i puntini, non me li sono inventati, sono sul copione giapponese!

Quindi, ho capito ora che io per primo, io io io avevo frainteso. Che cosa? E' semplice, se prendiamo la frase in grassetto, quella centrale della scena e del film:

Eppure io… ero venuta al mondo per vivere…! Come gli uccelli e le bestie!

Capiamo che tutto dipende, ovvero dipende da "come si lega concettualmente", l'ultimo pezzo. Quel "come", intende "vivere come" o "ero venuta al monto per vivere, come..."

Mi spiego?

Kaguya sta dicendo: "ero venuta al mondo per vivere come le bestiole", o "ero venuta al mondo per vivere, come le bestiole [vengono al mondo per vivere]"...?

Sino a ieri notte avevo inteso la prima, ma ora intento che avevo malinteso e che si tratta chiaramente della seconda.

Ammetto che sintatticamente la cosa è un po' ambivalente anche in giapponese, come del resto resta nella fedele traduzione italiana. In giapponese è (da copione e nell'audio originali, entrambi):

ああ そうなのです…… 私は生きるために生まれてきたのに……! 鳥やけもののように……!

Questa è la trascrizione puntuale, spazi, puntini e tutto, del copione giapponese.

La similitudine è retta da のように, ovvero "come", o "così come". L'ambivalenza c'è. Volendo, la posizionalità giapponese è meno infingarda di quella italiana, perché il pezzo precedente chiude con: 生まれてきたのに che sarebbe "eppure ero venuta al mondo", non è "per vivere", quella parte in giapponese è prima, perché è 生きるために - nota: in italiano si perde che "vivere" (ikiru) e "venuta al mondo" (umaretekita) hanno lo stesso kanji, quindi è un po' che se dicesse "io ero venuta alla vita per per vivere", perché "nascere", in giapponese, ovvero "umareru", è un po' una forma verbale dall'aspetto potenziale o passiva di "vivere" (stesso kanji), come se fosse "nascere" = "essere fatto vivere". Adoro il giapponese, sì.

In ogni caso, ripensandoci, anche se l'ambivalenza ritengo permanga un po' anche in giapponese, credo davvero che l'ambivalenza ci sia anche lì. Per eliminarla, in italiano, avrei potuto usare una dislocazioje e far dire a Kaguya:

Eppure io… è per vivere che ero venuta al mondo…! Come gli uccelli e le bestie!

Certo in questo modo in italiano l'ambivalenza l'avrei tagliata via del tutto. D'altro canto, anche come l'ho messa, più "liscia" (come liscia è in giapponese), la pausa comunque spiega tutto, e vorrebbe far riferire la parte finale e tutto l'assunto precedente, alla principale della precedente, non alla sua subordinata finale.

Quindi, ho sbagliato a criticare Takahata. Lui, con Kaguya, non sta affatto dicendo che si debba vivere come le bestie. Sta dicendo che si nasce per vivere, così gli animali e così gli umani. E gli animali vivranno da animali, e gli umani vivranno da umani, e tutti vivendo proveranno gioie e dolori, ma bisogna adattarsi e sopportare e tirare avanti sempre, perché questa è la vita, e così dev'essere, finché non termina naturalmente (la vita del singolo) e si rinnova in nuove nascite, così perpetrantodosi e eternizzandosi (la vita in sé).

E così, ora, mi torna.

Torna con quello che dice Kaguya, che maledice sé stessa per aver rifiutato pretendenti, corte e vita essa tutta. Per aver vissuto di fuga nell'autoinganno.

Torna con Seita, che se la passava male, ma male è meglio di morte, e lui come Kaguya fugge e muore (e a pensarci non abbiamo altri casi così drammatici, negli altri film dell'autore).

Torna col fatto che Toshio, in PoroPoro, giustamente ci dice e ci spiega che "la campagna" è comunque insediamento umano. Che "contadino" non vuol dire "animale allo stato brado".

Torna col fatto che Kaguya, in campagna, veniva "educata dalla vita" e cresceva a ogni nuova scoperta. Letteralmente. In città tutto si cristallizza, e va bene che lei preferisse la vita bucolica. Anche Taeko l'aveva detto alla nonnetta. Ma comunque, anche in città, lei avrebbe dovuto adattarsi e vivere. E infatti di pente amaramente di non avere fatto ciò, non di essere stata strappata alla campagna.

Torna col fatto che anche i tanuki, chi trasformandosi e chi vivendo da barbone, ovvero ognuno secondo le loro possibilità, si adattano e vivono. E non è che magari non fosse meglio prima, non è che forse Takahata non abbia un ideale bucolico, ma comunque non si scaglia contro ciò che l'avvento della modernità porta. Si scaglia contro chi si indurisce e fugge, nell'oltranzismo fin sucida (Gonta) o nella religione (gli amidisti).

Quindi davvero scusatemi se col primo post, per quanto ci avessi pensato anni, ho proposto e argomentato una lettura viziata da un freintendimento di fondo, e quindi tutta storta.

Ora i conti tornano.

Editerò a breve il primo post.

Volendo, vorrei anche aggiungere tutta una parte sul "valore della memoria" in Takahata, che è un altro tema portante, insieme a quello della "ciclicità della vita in quanto tale", nella visione che l'autore ha della vita umana e della sua finitezza. Non dimentichiamo: col manto di piuma si dimentica tutto, ma la canzone selenita parla di ricordi struggenti, e del resto la ending del film si intitola "le memorie della vita".

A voi, ancora scuse da parte mia.

Sono tardo.
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shun » ven mar 09, 2018 11:27 am

Davvero un thread interessante, ti ringrazio! Ho apprezzato molto l'analisi, dall'introduzione dedicata alla GAiNAX fino alla disamina del pensiero e dei film di Takahata. Non mi trovo d'accordo al 100% con la tua interpretazione di Kaguya hime, in parte la vedo in modo simile ma al contempo penso che ci sia anche dell'altro. Anche per me è un film che invita alla vita, ma trovo che lo faccia in termini dialettici e non solo nei termini da te indicati. Comunque, al di là della mia interpretazione, alla fin fine ciò che più conta è la salute, no? Quindi direi che mi limito a fare due domande: Takahata è sposato? Se sì, ha dei figli? Sono più curiosità che altro.
Un saluto a tutti!

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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Garion-Oh » ven mar 09, 2018 5:41 pm

Non si sa nulla della vita privata di Takahata. Nulla di nulla.
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shun » sab mar 10, 2018 10:04 am

Capisco. O non c'è nulla di privato, oppure è un uomo molto riservato. In ogni caso va bene così. Ti ringrazio per la risposta!

qu
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da qu » dom mar 11, 2018 2:08 am

Posso dire, così, en passant, che nel vederlo, avevo sempre pensato che la pausa fosse troppo breve?

Ebbene si, davo per scontato, sinotticamente e con una certa lievità, che un personaggio semidivino abusasse del voler vivere.
Sarà la mia età, o gli studi classici, o la formazione di quella generazione, ma il tutto troppo, ed esageratamente, mi ricordava Ippolito Pindemonte e la sua traduzione: gli Dèi invidiano agli Uomini la libertà, anche nella morte, di sfuggire a un destino premeditato.

In fondo, è il giochino di Superman. Tutti gli eroi, DC o Marvel che siano, si travestono da tali. Tranne uno. Lui, si traveste da Clark Kent.

Il semidio si traveste da uomo, per poter godere della pace che solo la moltitudine concede, o, se preferite, della varietà meravigliosa che l'infinito intreccio dei destini, ci concede.
Spoiler:
D'altra parte, c'è da capirli. Guardate, sommessi, me: un leguleio di quasi mezzo secolo, che, pur se tutto tranne che un supereroe, ha inseguito, inseguita:la mia principessa. Salvo trovare un cavaliere-Shito, che me la riportasse, dopo eoni e, per mero truismo, quanticamente nato apposta per farlo. In questo flusso di realtà, chiaro. Cose che capitano anche ai migliori...
A parte il piccolo gioco di cui sopra, recentemente, ho sentito una piccola frase, in un serial:

"sono stato paziente, e l'universo mi ha ricompensato"

In fondo, credo che volesse solo poter amare, ricambiata. Da cui, vivere. Come le bestiole. Perchè nulla impone cosa si debba amare.

Amor, ch'a nullo amato amar perdona

Quale incredimpossibile destino s'era data

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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shito » lun mar 12, 2018 6:57 pm

A Twistor e Qu prego (supplico) innanzitutto di leggere per bene la mia riconsiderazione finale, quella qui sopra, dove ho enucleato un mio tragico, tragico errore di lettura del testo di Kaguya, e con esso del messaggio dell'autore nel film.

Detto questo, Qu, sì: credo tu stia guardando il film con lenti colorate. Piuttosto che la pseudocitazione tarantiniana (che poi, un sacco di altra supergente si camuffa da gene normale: WonderWoman? I mutanti? Chi più ne ha più ne metta?) si sarebbe potuto dire degli angeli del cielo sopra Berlino, che dismettono l'immortalità come armatura per sperimentare il sangue e il dolore, no? Ma anche qui, è sempre così lontano, così vicino. Restiamo in Oriente, l'Oriente all'Oriente. Gli "spirti" di cui la Terra Pura di Amidabutsu, ovvero le anime candide e atarassiche di cui la Luna, non sono seminidività. Tutto sommato non sono neppure tennyou, una sorta di ninfa orientale, no. Sono "solo" anime. Neppure angeli, suvvia. Sono solo "anime del tutto scevre dalla passione, che come agente di turbativa viene considerata bruttura in senso stretto". "Mondate la verdura dalle sue asperità..." - tutto ciò che è di troppo è immondizia, letteralmente. La passione è l'immondizia della quiete, o increspature nel mare di Dirac, o "vita", se vogliamo.

La vita è passione, turbativa, immondizia.
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shito » mer mar 14, 2018 10:45 am

Il mio post di "riconsiderazione interpretativa" sul passo cruciale del film è stato ora integrato nel topic starter, che torna ad essere un articolo completo - per chi lo volesse rileggere o riconsiderare a sua volta.

Grazie.
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shito » ven apr 06, 2018 9:59 pm

Primo post aggiornato con integrazioni da quello di otaku e hikikomori, come previsto. :-)
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shi no Tenshi » lun apr 16, 2018 12:37 pm

Sinceramente io ho sempre inteso la frase di Kaguya col secondo significato (venuta al mondo per vivere, così come fanno gli animali ecc.)
E poi se è ambivalente anche in originale (cosa abbastanza normale direi), perché cambiarlo e semplificarsi la vita?
p.s. - io ADORO le ambivalenze interpretative, le storie troppo dirette che fanno il compitino moralista sono troppo pedanti.

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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shito » mar apr 17, 2018 5:47 pm

Caro Angelo della Morte, non sei il primo, invero, che mi dice serenamente: "veramente io l'avevo sempre capita, e da subito, nel modo in cui tu hai impiegato anni a capirla". ^^

Che dire?

L'ambivalenza c'era ed è rimasta, sì. Perché l'interpretazione si fosse fissata nella mia testa nella maniera forse meno sensata è materia buffa. Chissà, forse la vita in campagna di Gemma di Bambù mi sembrava, inconsciamente, fin troppo da animaletto? Mah!

In ogni caso, oltre alla mia lentezza mentale, resta confermato il fatto che se si traduce/adatta fedelmente i conti dell'originale torneranno sempre. Ovvero, io per uno l'avevo capita male, credo ormai, ma restando ligio all'originale la mia personale "lettura" NON è passata nel testo italiano, vedi? :-)
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Muska » mer apr 18, 2018 2:47 pm

Shito ha scritto:
mar apr 17, 2018 5:47 pm
...resta confermato il fatto che se si traduce/adatta fedelmente i conti dell'originale torneranno sempre
Quasi una ineccepibile tautologia (nel senso di verità logica)... :)
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Sayonara no Nastu » mar mag 29, 2018 5:22 pm

Ok, stavolta ho esagerato. Dico, più del solito. Mi sono lasciato prendere la mano e ho finito con lo scrivere un messaggio la cui lunghezza risulta probabilmente inaccettabile per un forum. Anche se sono comunque contento di ciò che sono riuscito a esprimere, e penso sinceramente che ne valesse la pena, me ne scuso in ogni caso...

Non so ormai quanti mesi fa dissi di non essere molto d'accordo su alcune interpretazioni e su alcune critiche che Shito mosse a "Kaguya hime", e che dunque mi sarebbe piaciuto, personale lentezza permettendo, scrivere un messaggio dove ne avrei spiegato il motivo. Ecco, questo NON è quel messaggio, non proprio almeno. In effetti, nel mare di parole qui sotto sono presenti anche parecchie delle idee che avevo effettivamente intenzione di usare per controbattere a Shito, eppure no, non è quel messaggio. Il fatto è che questo post è stato scritto quasi per sbaglio: è nato come 'digressione all'interno di una nota scritta per un altro messaggio'. Semplicemente, quando ho visto che stava assumendo dimensioni ridicole, ho deciso di farne un post a parte. E in effetti, la natura di semplice divagazione scritta frettolosamente si nota molto, soprattutto all'inizio, e infatti credo che questo sia tra i messaggi più pasticciati che abbia mai scritto. Ma credo che, se si chiuderà un occhio (ok, facciamo uno e mezzo) sulla forma, si potrebbe trovare qualcosa di discretamente interessante. E poi, ehi, almeno in qualche (brutto) modo sono finalmente riuscito a dire più o meno quel che pensavo! ^^

Proprio recentemente [coff coff mentre scrivevo l'altro messaggio coff coff], mi sono trovato a riflettere con maggiore attenzione sulla ragione, intesa come capacità, e devo dire che grazie a questo esercizio ho meglio preso coscienza del particolare modo in cui noi normalmente la guardiamo. Noi tutti, direi, siamo soliti considerarla una capacità prettamente umana, che ci distanzia dagli altri animali. Inutile dire che pure per questo è sempre stata osannata e incensata dagli uomini di scienza. In effetti, viene frenquetemente contrapposta alla naturalità, come a dire che se c'è una non ci può essere l'altra. Se un bambino fa il bravo, resta composto e non schiamazza, lo si chiama educato e, viceversa, se un bambino è turbolento, chiassoso e disordinato, lo si considera privo di educazione o direttamente (ma forse più una volta) selvaggio. In pratica, in quest'ottica, l'uomo nasce come una bestia e solo attraverso l'educazione riesce a evolversi in un essere umano con regole e comportamenti sociali accettabili. Se le cose stessero effettivamente così, in effetti sarebbe più che legittimo contrapporre natura e civiltà, uomo e animale, impulsi e ragione. In questo senso, si potrebbe effettivamente pensare che introdurre la ragione in un essere umano ne adulteri la natura in maniera indelebile e radicale.

Il fatto è che, ehm, ecco, queste sono delle, come dire?, ah sì, queste sono proprio delle complete idiozie.

La ragione E' parte della natura umana, è all'uomo connaturata e non è assolutamente frutto di una educazione, e difatti non esiste né essere umano né comunità umana completamente privi, e dunque essa non può adulterare un bel niente di per sé. Possiamo essere assolutamente sicuri di questo semplicemente perché anche moltissimi animali ne sono dotati in quantità (e sottolineo la parola 'quantità') più o meno minore e fanno scelte coscienti e "razionali" (sì, buona parte della cultura occidentale di 2500 anni a questa parte su questi argomenti si può buttare nel caminetto, detto così, en passant). In effetti, "vivere come le bestie" non significa altro che utilizzare semplicemente le capacità che appartengono alla propria specie per vivere, e quindi se un uccello ha delle ali ed è "cablato" per avere un certo grado di ragione e certi sentimenti, allora vivrà "come una bestia" semplicemente volando, sopravvivendo utilizzando quelle strategie che il livello della sua ragione gli permette di sviluppare per adattarsi all'ambiente in cui vive (mai sentito parlare di quegli uccelli che sfruttano le macchine e i semafori per farsi aprire frutti dal guscio duro? Ma d'altronde, già un semplice articoletto come questo fa capire che gli uccelli sanno e imparano a fare cose che non possono essere ricondotte al mero istinto...) e provando forti emozioni come il furore, per dirne una, mentre lotta - fisicamente, con canti o mettendo in mostra il piumaggio - con i rivali per la conquista della femmina (che, tra l'altro, per lei in questo caso vivere "come una bestia" non significa altro che utilizzare il senso del bello che le femmine della sua specie hanno sviluppato che la porta a 'scegliere' un compagno al posto di un altro - Darwin si accorse che queste scelte erano così comuni nel mondo animale che decretarono un altro tipo di selezione oltre a quella naturale, ovvero "la selezione sessuale"). A questo punto, è bene sottolineare che per quanto un animale possa avere uno stile di vita complesso, starà sempre vivendo "come una bestia" fintanto che segue la propria natura, così, ad esempio, le formiche, se fanno la guerra contro altri formicai, se catturano schiavi, se emigrano secondo un piano stabilito, se allevano afidi in modo da fargli produrre una sostanza zuccherina di cui sono ghiotte, se puniscono chi assume un comportamento egoistico, se si sacrificano per salvare le uova, se si uniscono per formare ponti temporanei, se costruiscono grandi edifici e li mantengono puliti, se portano a seccare al sole i semi umidi e ne impediscono la germogliazione eccetera stanno, di fatto, vivendo da bestie tanto quanto la cocciniglia femmina, la cui vita consiste unicamente nell'attaccarsi con la proboscide a una pianta da cui non si allontana mai, venire fecondata e deporre le uova, questo sempre perché sia le une sia l'altra non stanno facendo altro che seguire semplicemente la propria natura. Ma di conseguenza, anche gli esseri umani se modificano l'ambiente per i loro bisogni (in misura minore lo fanno anche i primati e le popolazioni non civilizzate), se allevano orfani sebbene sia una follia dal punto di vista genetico (lo fanno frequentemente anche i primati), se non uccidono sempre chi ha ritardi mentali o deformazioni corporali e anzi li nutrono (lo faceva già l'homo sapiens e lo fanno anche i primati e gli uccelli), se sono empatici e altruisti verso i loro simili ma anche verso altre specie animali (in varie misure sono capacità presenti in gran parte del mondo animale, ovviamente le specie più intelligenti - come delfini, balene e primati - lo sono di più), se sono ossessionati dal potere al punto da ordire intrighi macchiavellici e lottare per esso fino talvolta fino a uccidersi (lo fanno decisamente anche gli scimpanzé), se sono gerarchici (dai cani, agli scimpanzé, ai macachi reso, agli elefanti, il mondo animale è pieno di strutture gerarchiche), se emarginano gli estranei, i diversi e se sono "razzisti" (avete mai visto cosa succede quando si mette una gallina nuova in un pollaio? o se si mette in una comunità un animale della stessa specie ma con tratti parecchio diversi?), se mentono (la menzogna, che può consistere nell'imitazione del verso di un predatore per far scappare gli avversari o nel rizzare tutti i peli in modo da risultare più grossi e quindi più forti o ancora nell'emettere odori simili a quelli di un insetto femmina di altre specie in modo da potersi cibare dei maschi che accorrono, è decisamente presente anche nel mondo animale), se sono crudeli (anche gli scimpanzé provano piacere talvolta a uccidere altri animali senza motivo), se utilizzano un linguaggio (non mi pare ci sia una singola comunità umana che non ne abbia sviluppato uno, dunque gli esseri umani sono naturalmente predisposti a crearne uno), se vivono in comunità (l'uomo è certamente un animale sociale, come d'altronde tanti altri. Senza dilungarmi troppo, basta far notare che i nostri parenti più prossimi, le scimmie antropoidi, lo sono senza né contratto sociale né dominatore con la frusta, poi che noi tutti abbiamo un'enorme quantità di tendenze assolutamente prosociali - dall'empatia che ci porta a immedesimarci negli altri e a soffrire per le loro sventure, al nostro essere "cablati" per essere altruistici, nel che fare bene ci far stare bene e infatti ad esempio chi si occupa per anni di malati di Alzheimer vive più a lungo; all'enorme peso che naturalmente attribuiamo all'occhio sociale, al nostro amore per la lode e il nostro odio per il biasimo, alla nostra naturale indole di sottomissione all'autorità, poi dal nostro odio per l'ingiustizia, per la slealtà e per la menzogna ''''''''all'interno'''''''' della comunità eccetera eccetera - e ancora, dal fatto che abbiamo un forte autocontrollo che non avrebbe senso se non dovessimo vivere in società perché infatti animali non sociali come gli squali non hanno nessun freno se non la paura di una rappresaglia mentre i primati sanno e sono portati a trattenere i propri impulsi e desideri - anche sessuali - in maniera analoga alla nostra, e soprattutto la nostra indole si può chiaramente vedere nel nostro forte desiderio di essere accettati e riconosciuti dalla comunità, nel nostro terrore della solitudine - sapete, sì, che mettere un uomo in una cella d'isolamento è una punizione ben peggiore della semplice prigionia? E che l'esilio era quasi terribile quanto la morte? E poi, in effetti, se noi cercassimo un gruppo unicamente per uno scopo, per quale diamine motivo chi rifiuta la società isolandosi, avendo però tutto il necessario materiale per vivere, dovrebbe poi, stando alle parole di Shito, "impazzire/morire"? -, e infine, come ci ricordano Victor (yep, Truffaut) e tutti gli altri "bambini selvaggi", chi non ha una comunità e suoi simili accanto, come si è capito indirettamente anche con i topi di Diamond, crescerà come un sub umano e addirittura perirà nonostante il benessere materiale. Insomma, fortuna che l'homo homini lupus esiste solo nella mente di chi, come Hobbes, Macchiavelli, Kubrick, forse Kurosawa e Shito, per un motivo o per un altro lo voleva per forza vedere, altrimenti non saremmo qui a parlarne visto che è praticamente certo che l'uomo non avrebbe mai avuto la capacità di costringersi a vivere in comunità né di farla perpetuare ^^), se danzano o se si dipingono o se considerano i posti elevati come importanti (sono state riscontrate queste tendenze nelle zone più disparate del globo, il che dimostra che non può essere l'educazione a crearle e inoltre che tutti gli esseri umani condividono lo stesso identico cervello), se applicano la loro immaginazione al mondo reale (sono stati più e più volte visti primati prendere pezzi di legno e di muschio e trattarli come se fossero dei cuccioli: stavano giocando con le bambole, in pratica), se si ribellano alle ingiustizie e hanno un innato senso del giusto e dell'ingiusto (qui: non c'è molto altro da dire se non che, a parte ovviamente che bisogna ghigliottinare quel pubblico, quello che viene mostrato succede, oltre nei bambini umani che si arrabbiano quando il fratellino riceve un pezzo di torta più grande e dicono "non è giusto!", in molte altre specie animali, e più il livello intellettuale dell'animale è alto più questo sentimento di avversione all'ingiustizia può essere forte, fino ad arrivare, come viene detto, alle scimmie antropoidi che talvolta capita che a ribellarsi siano quelli che ricevono di più - cosa che non succede ad esempio tra le scimmie cappuccino o tra i cani), se puniscono i membri della comunità che per il proprio piacere creano danno alla comunità stessa (succede probabilmente in quasi ogni comunità animale: c'è la divertente storia di due giovani scimpanzé femmina che la sera non rientrarono nel luogo preposto facendo così perdere il pasto a tutti, a causa della regola dei ricercatori secondo cui non sarebbe stato dato da mangiare fino a quando ogni scimpanzé non fosse rientrato, e allora, l'indomani, l'intera comunità non appena fu liberata iniziò un inseguimento che finì col pestaggio delle due discole. Si capisce che quella sera esse furono le prime a rientrare. Ma si potrebbe anche ricordare che i passeri puniscono prendendo a beccate il compagno che ruba fuscelli al vicino per farsi il proprio nido), se si occupano di mantenere un'armonia o volendo un ordine sociale (questo poi è un comportamento comune praticamente a ogni specie che vive in società, dato che si autodistruggerebbe altrimenti, e passa dall'uccisione, dall'esilio o dalla punizione dei membri più turbolenti a, per gli scimpanzé, un individuo che agisce da "poliziotto" che cerca di mitigare i contrasti facendo da mediatore, a, per i bonobo, l'uso costante del sesso - make love not war, tipo - per eliminare le tensioni sociali a, cosa ben più comune, un continuo scambio di favori, tipo il grooming, per appianare i litigi - dopo una lotta, anche due acerrimi nemici iniziano a spulciarsi a vicenda - e per rinforzare i legami all'interno della comunità - un esempio in questo senso proveniente dal mondo umano, e più precisamente da quello contadino e pastorale, è quello che si vede in un documentario di Serra dove ogni volta che una donna doveva fare il tipico pane sardo, tutte le donne del vicinato andavano ad aiutarla: così facendo, anche se sul momento non ottenevano niente, inevitabilmente questo favore sarebbe stato prima o poi ricambiato e così loro stesse avevano un vantaggio, e in più il legame fra loro si manteneva stretto, la quale, come si è detto, è una condizione assolutamente necessaria affinché una comunità chiusa possa prosperare), se hanno un'autocoscienza (ai primati, ai delfini e agli elefanti è stata riconosciuta l'autocoscienza, nel senso che comprendono di esistere e di avere un posto nello spazio, poiché hanno superato il test in cui dovevano riconoscersi in uno specchio. "Guarda caso", ci riescono proprio gli animali più intelligenti dopo l'uomo, e anche il bambino umano raggiunge questa facoltà solo arrivato ai 18 mesi di vita, e dunque non alla nascita ma soltanto quando ha già raggiunto un certo grado di sviluppo intellettuale, e quindi a me pare che il sogno narcisistico umano di essere un animale speciale sfumi totalmente, poiché queste sue capacità sono unicamente frutto di una maggiore 'quantità' di intelligenza, e non di una diversa 'qualità'), se hanno una cultura (se con cultura si intende la trasmissione non genetica di comportamenti e conoscenze, allora essa è presente già negli animali: un esempio è quello di una giovane scimmia che prima di mangiare una delle patate che venivano date alla sua comunità la lavò nell'oceano per ripulirla dalla sabbia. In pochi giorni, prima gli amici, poi la madre e infine tutta la comunità prese a lavare le patete nell'oceano. Ad oggi, dopo mezzo secolo, i discendenti di quella comunità continuano a lavare le patate nell'oceano), se hanno una religione (non esiste una singola comunità umana che non creda all'esistenza di esseri sovrannaturali, e certi avvenimenti fanno pensare che persino gli scimpanzé possano diventare superstiziosi e che non sarebbero poi troppo lontani da una sorta di visione animista), insomma, ripeto, anche gli esseri umani, se hanno queste capacità e se assumono tutti questi comportamenti e molti altri, stanno ancora semplicemente vivendo "come le bestie" perché sono tutte azioni che sono naturalmente predisposti a compiere o comunque hanno delle inclinazioni o delle capacità mentali che li spingono in tal senso. Quindi, vorrei dire a Shito che essenzialmente si sbagliava quando scriveva queste cose:
Shito ha scritto:
sab set 30, 2017 2:59 pm
Ma insomma, Takahata Isao è arrivato al punto di predicare agli uomini di vivere come "gli uccelli, gli insetti, le bestie", piuttosto? Possibile E' proprio questo il punto di interpretazione del film che mi lasciava sempre perplesso, e su cui sono inciampato malamente. Perché gli esseri umani non sono uccelli, né insetti, né bestie e neppure tanuki. Sono esseri umani, sono esseri medi. Difatti anche l'infanzia di Kaguya, spesa in campagna, non era certo una vita vissuta come una bestia. In campagna Kaguya scopre la vita e viene educata, le si insegnavano cose, le si spiegavano cose. Era un'educazione contadina, ma un'educazione comunque. Non sittiamo parlando del formalismo della corte Heian, non stiamo parlando dell'educazione che poi tenterà di impartirle Sagami, ma anche la campagna ha il suo formalismo, e i suoi rituali umani — oltre che naturali. Questo è fondamentale. Anche la campagna, ci aveva infatti spiegato Toshio, non è esente da un determinato livello di influenza umana. La campagna non è il bosco montano selvaggio, la campagna è comunque un ambiente colonizzato e plasmato dall'uomo INSIEME alla natura, e così un contadino non è una bestia.
Si sbagliava perché, seguendo il pensiero di quei truci pensatori à la Hobbes, ha creduto che dalla natura non potesse che provenire disordine, caos, violenza e cattiveria. Si sbagliava perché ha creduto che ogni gesto altruistico, ogni società ordinata, ogni convivenza pacifica, ogni forma di autocontrollo fosse una vittoria contro la natura. La realtà, come spesso accade, è diametralmente opposta, e infatti senza le nostre naturali inclinazioni non saremmo neanche capaci di crescere dei figli, di avere degli amici, di legarci a una persona amata; figurarsi poi di poter convivere in una società: dico, tutte queste cose, senza la nostra natura che ce ne facesse perlomeno sentire il bisogno, non ci sarebbero importate nemmeno. La ragione, quindi, non avrebbe potuto fare nulla o quasi in tal senso, poiché essa principalmente ci dice se fare o non fare qualcosa, e nel caso come farla, ma molto difficilmente è lei stessa a creare dal nulla l'argomento su cui ragionare: ad esempio, noi usiamo chiaramente la ragione quando riflettiamo sulla "moralità", ma in primo luogo noi riflettiamo sulla moralità perché, in quanto mammiferi e animali sociali, abbiamo pulsioni e sentimenti che naturalmente ci spingono a comportamenti che noi in un secondo momento abbiamo definito morali - gli squali, anche se fossero stati intelligenti quanto noi, probabilmente non si sarebbero mai nemmeno posti il problema. Più concretamente, in questo caso Shito si sbagliava perché ha creduto che "vivere come le bestie" significasse automaticamente vivere totalmente soggetti alle proprie passioni, totalmente privi di ragione, totalmente inconsapevoli, totalmente privi di norme e regole. Invece, anche qui la realtà si è rivelata ben diversa. Già tutti i primati e persino le scimmie inferiori non vivono assolutamente così. Un solo esempio sarà sufficiente: ogni mattina, a una piccola comunità di scimpanzé femmina venivano date delle noci che prima di poter essere mangiate bisognava romperne il guscio duro utilizzando un pestello metallico. Per l'intera piccola comunità era a disposizione un singolo pestello. Ogni mattina, tutte le femmine si mettevano rispettosamente in attesa del proprio turno, basato sul grado occupato nella gerarchia della società, per poter utilizzare il pestello. La stessa cosa accadde con una comunità di macachi reso quando andarono tutti contemporaneamente a bere dopo che gli mancò l'acqua per diverse ore. Per poter rispettare pacificamente una simile regola, ovvero un simile ordine, è necessario un certo autocontrollo, ma per potersi controllare è necessario un qualche grado di ragione, e per capire qual è il proprio turno è necessario comprendere quale sia il proprio posto nella società e dunque è necessaria una, anche minima, consapevolezza di sé. Con queste premesse, io mi sento di poter affermare che Kaguya, quando era in campagna, stava vivendo esattamente come una bestiola, come una 'splendida' bestiola. Anche Satomaru viveva, a mio parere, come una splendida bestiola. Dico, come una splendida bestiola 'umana', si capisce, ma nei fatti pur sempre come una bestiola, poiché vale sempre il discorso che ho fatto sulle formiche e sulle cocciniglie. Dico questo perché, come si sarà ormai capito, io considero quei riti, quell'educazione, quel formalismo, quell'influenzare l'ambiente circostante unicamente (mmm, per essere del tutto sincero, se si parla del mondo contadino sarei più propenso a dire quasi unicamente) frutto dell'attuale natura umana. Non mi si fraintenda, non sto dicendo affatto che quella precisa educazione, quei precisi riti e quel preciso modo di influenzare l'ambiente siano innati nell'uomo: sarebbe una stupidaggine e verrei smentito nel giro di un minuto, e questo perché gli esseri umani hanno sviluppato un'enormità di modi di vivere, e in qualunque paese si vada o addirittura in qualunque comunità si entri, si riscontrano differenze più o meno sostanziali (cosa ancora più notevole visto che, come detto, gli uomini condividono lo stesso identico tipo di cervello e in più, stando almeno al genetista Cavalli-Sforza e ad altri studiosi, non esistono nemmeno le razze umane - ma qui non ho le conoscenze adatte per dire alcunché). Questa questione, in effetti, si spiega e rimanda a quello che secondo me è un punto importante dell'etologia. Mi spiego. Gli esseri umani, così come moltissimi altri animali, hanno, diciamo così, una propria "base naturale". Di mio, con ciò intendo che l'uomo, a causa di un certo tipo di corpo, di un certo tipo di pulsioni e di un certo tipo di mente, è già spontaneamente portato a seguire un sentiero di vita anziché un altro. Ad ogni modo, qualunque sia il motivo, quel che mi sembra chiaro è che l'uomo abbia questa "base" che lo spinge in una certa direzione. Ma questa "spinta", però, di per sé non prescrive alcunché, non è affatto una legge chiara che gli dice esattamente quale strada intraprendere, non lo mette in una "scatola" da cui non può uscire. All'uomo così come a direi tutti gli altri animali, la propria natura indica cosa bisogna fare attraverso il piacere e ciò che non bisogna fare attraverso il dolore. Siccome l'uomo ha bisogno di nutrirsi, prova piacere nel mangiare. Siccome deve riprodursi, prova piacere nel sesso. Siccome è necessario che per un certo periodo di tempo la prole venga accudita, prova piacere quando si cura dei bambini. Ma il fatto che una pulsione o un organo nasca per un motivo, non significa in alcun modo che sarà (né, d'altronde, che debba necessariamente essere) utilizzato esclusivamente per esso. In effetti, sia l'una che l'altro, oltre a svolgere la funzione per cui vengono sviluppati, portano con sé vantaggi e svantaggi non considerati che influenzeranno in maniera assolutamente imprevedibile la vita di coloro che li ottengono, infatti potrebbero persino causare l'estinzione di una determinata specie. Così, sebbene l'uomo abbia sviluppato quella goduria che si prova nel mangiare unicamente per sopravvivere, essa genera il comportamento di certe persone che si ingozzano talmente tanto da avere una morte precoce, ma al tempo stesso ha portato allo sviluppo (quindi è stata la "spinta", appunto) di tecniche raffinate di cucina che possono rendere il pasto un momento effettivamente bello e piacevole. Allo stesso modo, il fatto che si provi piacere nel sesso unicamente per riprodursi non ha impedito agli esseri umani di praticarlo per tutt'altre ragioni né agli animali di usarlo anche come strumento di riappacificazione sociale (addirittura tra i bonobo c'è la consuetudine, quando due comunità si incontrano, che le femmine si precipitino a copulare con i maschi dell'altro gruppo in modo da evitare scontri violenti, dato che, come si capirà, risulta un po' difficile fare l'amore e la guerra contemporaneamente), o di far sviluppare surrogati come la masturbazione (presente sicuramente anche tra gli animali, come ad esempio fra i succitati bonobo, e in generale tra i primati e persino fra i cani e altri animali inferiori) o alcuni atti inaccettabili per una comunità come lo stupro, che in effetti in qualche modo è presente anche nel mondo animale. E lo stesso discorso vale per l'istinto materno/genitoriale, che, sebbene nasca per far perpetuare la propria specie e in particolare i propri geni, si estende con grande facilità anche ai figli altrui, poi - credo modificandosi un po' - a tutta la comunità e infine persino a tutte le forme di vita. Ma tutto questo non vale solo per gli impulsi, bensì anche per gli organi, perché ad esempio la nostra mano si è sviluppata in una certa maniera per motivi evolutivi, di sopravvivenza (più precisamente per aggrapparsi ai rami degli alberi), e dunque, se dovessimo attenerci allo scopo originario, dovremmo utilizzarla solo per motivi legati appunto alla sopravvivenza, eppure noi la usiamo (e nulla ci vieta di farlo) anche per suonare il pianoforte o per impugnare una mazza da golf. E il nostro piede, come già prima di Darwin aveva capito lo sventuratissimo Lamarck (so che fu sbeffeggiato e deriso dall'accademia tutta), ha assunto la sua attuale forma unicamente per atrofizzazione (causata, direi, principalmente dalla nostra assunzione della postura eretta) perché in origine era col pollice (l'alluce) opponibile come quello dei primati, eppure nessuno oggi se lo trancia di netto perché è una sorta di degenerazione e non rispecchia la nostra "originaria" natura. Si potrebbero ancora fare davvero tanti esempi di questa "base naturale" che spinge un organismo in una direzione ma che non decreta cosa effettivamente farà, ma sarà meglio limitarsi a pochi altri. Cani e gatti, come si sa, amano molto farsi accarezzare: lo stesso non si può dire di una gallina o in generale di un uccello. Questo perché, io penso, sia i cani che i gatti alla nascita hanno un continuo contatto fisico con la madre, ma soprattutto perché essi vengono costantemente *leccati* da lei. In pratica, quando noi li accarezziamo provano le stesse sensazioni che provavano da cuccioli, e siccome per un motivo o per un altro si sono evoluti in modo che il tocco della madre procuri loro piacere, allora, sebbene non siano nati "programmati" per amare le coccole umane, finiscono comunque con l'adorarle perché stanno estendendo una caratteristica, una facoltà che è già presente in loro biologicamente. Allo stesso modo, il motivo per cui i cani si legano così tanto ai loro padroni da arrivare persino a combattere e morire per loro, a differenza dei gatti che sono decisamente più distaccati, sta sempre nella "base naturale" di ogni animale. Il gatto, ad eccezione del primo periodo della sua vita che passa con la madre per necessità, vive per lo più in solitudine, avendo pochi rapporti con gli altri membri della sua specie, al contrario, il cane vive in branco, è gerarchico e va a caccia in gruppo. Così, mentre un gatto non ha particolari impulsi da rivolgere all'uomo, e rimane per lo più semplicemente dipendente da lui come un cucciolo, un cane applica la miriade di tendenze che sono a lui connaturate al suo padrone, e perciò è a lui fedele e legato come se fosse capobranco e compagno ed è anche predisposto ad imparare tecniche elaborate e ad agire in sincronia con altri per raggiungere uno scopo. A proposito di sincronia, sempre a riprova di questa visione, si può ricordare che è possibile addestrare a esibirsi in spettacoli sincronizzati solo quegli animali, come i delfini, che già allo stato brado compiono azioni in sincrono, mentre mi risulta sia impossibile farlo con tutti gli altri, tipo con altri tipi di pesci o con i gatti. In pratica, l'addestratore non crea nulla nell'animale che addestra: l'unica cosa che può fare è sviluppare, far mutare un po' e indirizzare verso qualcos'altro la base già presente.

Essenzialmente lo stesso, si è capito, vale secondo me per l'uomo. Io ritengo infatti che praticamente tutte le abitudini dell'uomo "in natura" provengano direttamente o dagli impulsi a lui connaturati o dal grado e dal 'tipo' (ben diverso da quello degli insetti sociali ma direi uguale a quello dei primati) di intelligenza di cui come specie è dotato. Il che non significa affatto che allora tutte le abitudini degli uomini dovrebbero essere uguali in tutti il mondo, perché come si è visto una tendenza spinge semplicemente in una certa direzione ma non decreta mai in maniera indiscutibile il risultato finale. Così, sebbene io non sappia quale sia esattamente questa base naturale dell'uomo, posso comunque arguire che in noi, giusto per fare un esempio, siano presenti un senso elementare del bello e la tendenza ad ornarsi perché sono caratteristiche presenti in credo tutte le comunità umane - e dunque è chiaro che non possono essere frutto di una determinata educazione -, sebbene si concretizzino appunto nei modi più disparati (da chi si tinge i denti, a chi se ne stacca quattro anteriori e chi i due incisivi superiori, da chi si trafora il labbro inferiore con un cristallo e chi con un disco di lego a chi perfora con un anello il labbro superiore, da chi si appiattisce la testa a chi si allunga il collo con anelli a chi perfora naso e orecchie con bastoncini etc. etc.). A questo punto, per appurare definitivamente (?) se Kaguya quando era in campagna stesse vivendo o no "come le bestie", non resta che vedere se negli uomini di tutto il mondo c'è la tendenza o meno ad alterare in qualche modo l'ambiente circostante, a dare un qualche tipo di educazione e a sviluppare un qualche tipo di formalismo. Ma la risposta la si può avere già prima di portare esempi concreti che in ogni caso sarebbero limitati, poiché basta invertire la prospettiva e chiedersi: esiste una singola comunità umana (do per scontato che non vi siano uomini, in quanto animali sociali, che naturalmente vivono in solitudine) che non insegni in qualche modo ai propri figli il proprio modo di vivere, le proprie conoscenze (anche fosse solo la lingua!), le proprie tecniche per procurarsi il cibo o per costruire strumenti, che non spieghi cosa si può e non si può fare, esiste una comunità che è totalmente passiva nel confronto dell'ambiente, che non sposti un masso o tagli un albero per potersi insediare nella zona (e personalmente non vedrei nessuna differenza tra questo e il canalizzare l'acqua per creare un fiumiciattolo: gli uni hanno bisogno di una cosa, gli altri di un'altra), ed esiste una comunità che non abbia riti d'iniziazione, che non abbia culti e credenze o ancora che non abbia venerazione o comunque rituali per i propri morti, che non abbia atteggiamenti e contegni diversi a seconda delle situazioni e delle persone presenti e dunque, in pratica, una società che non abbia alcun tipo di formalismo? Insomma, esiste anche una e una sola comunità umana formatasi spontaneamente i cui membri vivono come cani sciolti, che non conoscono né autocontrollo, né lealtà, né rispetto, né regole, né bontà, né cultura, né cooperazione, né sentimenti affettuosi? No, chiaramente la risposta è no. Non c'è, non c'è mai stai e non si sarai mai. Una cosa così, si autodistruggerebbe nel giro di un anno, e forse anche meno. Ma in realtà la risposta la si potrebbe trovare anche nelle scimmie antropoidi, perché già nelle loro società sono presenti tutte, ma proprio tutte, le caratteristiche di cui ho parlato e di cui una società non potrebbe fare a meno, e dunque sarebbe piuttosto assurdo pensare che ce ne sia una umana che non abbia sviluppato in alcun modo certi comportamenti.

A questo punto sembrerebbe proprio che se Takahata avesse realmente inteso esortare gli esseri umani, attraverso le vicende di Kaguya, a vivere "come le bestie", non si sarebbe affatto contraddetto facendo poi l'apologia del mondo e della popolazione rurale, perché di fatto le due cose coincidono. Anzi, di mio, al punto a cui sono giunto attualmente, non potrei concordare di più. Si è sempre paventato che, senza la civiltà, si ritornasse a vivere come le bestie (in senso chiaramente disprezzante), e se non sbaglio anche Shito parlava di qualche filosofo - forse Hegel? - che profetizzava che l'ultimo stadio dell'uomo sarebbe stato la sua re-animalizzazione o qualcosa di simile (ma probabilmente era qualcosa di più complesso). In onestà, io ormai irrido tutto ciò. L'uomo, in realtà, è un tale miserabile che se non fosse stato per la sua natura non avrebbe saputo fare niente di niente. Quantomeno niente in comunità. L'uomo, la maggior parte degli uomini non si è mai veramente evoluta mentalmente grazie alla cultura e alla società, se non in maniera frammentaria e del tutto sballata. L'uomo, in effetti, anche se così suonerò come un rousseauiano marcio, in questa società è per lo più solo degenerato. Degenerato tanto quanto, da un lato, lo è un gatto che vivendo in casa e venendo viziato dai padroni perde sovente pulsioni e talvolta rimbambendosi, e dall'altro come lo è un cane chiuso sempre in gabbia che diventa rabbioso e furioso, finendo col mordere persino il padrone e comunque sviluppando solo i tratti della sua personalità più violenti. Col che voglio essenzialmente dire che le condizioni di vita (in senso molto lato) che la nostra società ha creato hanno portato a far affievolire le nostre inclinazioni "migliori" e ad accentuare le peggiori. Così, da un lato i forti legami tra gli individui, l'empatia, la moderazione, l'altruismo e tutte le altre caratteristiche che sono alla base di una (nostra) società funzionante tendono a scomparire, al contrario dall'altro lato vanno via via ad accentuarsi quei tratti che sono sì presenti già in noi ma che normalmente vengono mitigati, come l'individualismo più becero, che tende a frantumare i rapporti, l'indifferenza, l'egoismo, la sfrenatezza e tutto quello che possiamo vedere quotidianamente. Il che, intendiamoci, di per sé va benissimo quanto il nostro piede che è la degenerazione di un altro tipo di piede e quanto ogni altra società in cui vengono accentuati alcuni tratti dell'uomo e demonizzati altri (ovvero tutte). Dico, se Eaco, Radamante e Minosse non sono lì a giudicare chi vive in maniera ingiusta (dimostrando così che esiste effettivamente un giusto assoluto), se un dio giudice e creare che traccia il sentiero che gli uomini dovrebbero seguire non esiste, e dunque se non c'è nessun ideale supremo da cui attingere, allora, inevitabilmente, è l'uomo a diventare misura di tutte le cose, allora è l'uomo che può decidere quale sentiero di vita intraprendere, e sebbene ovviamente ognuno porterà a un risultato diverso, non c'è nulla che ci potrà fare dire a priori qual è la "giusta" e unica strada da seguire, semplicemente perché non esiste nulla di simile. Ma per quanto assolutamente vera, questa è comunque un'ottica inumana, nel senso che non ha nulla di umano, poiché lo stesso discorso varrebbe anche se una determinata strada portasse al totale annientamento o a uno stile di vita estremamente diverso da quello verso cui noi siamo naturalmente indirizzati (tipo una dittatura feroce), mentre noi, in quanto animali (ormai lo possiamo dire forte), tendiamo a vivere, e a farlo felicemente. Dunque, tornando a ragionare come un essere fatto di carne, ossa e cervello, dico comunque che mi sarebbe piaciuto se gli esseri umani con le loro pur notevoli capacità fossero riusciti a creare qualcosa di meglio di, beh, 'questo'. Ma tant'è.

Il mio guaio attuale, però, è che, ahimè, le nuove conclusioni di Shito sull'interpretazione di Kaguya hime mi paiono sensate e valide. Dunque, a quanto pare, Takahata non stava esortando a vivere come le bestie, ma semplicemente che, come per le bestie, si nasce per vivere, il che rende vano il mio tentativo di spiegare il significato e il perché di quella battuta con le considerazioni che ho fatto fin qui (LOL, perdonatemi XD). Comunque, riflettendoci un poco, si potrebbe pure pensare che siccome tecnicamente anche nella corte Heian un essere umano sta "vivendo", e questo non può essere l'ideale di Takahata perché ha sempre espresso disprezzo per quel tipo di vita, allora "nascere per vivere" potrebbe significare per il suo autore essenzialmente "nascere per vivere in maniera naturale". E siccome "vivere in maniera naturale" a me sembra significhi vivere secondo (la propria) natura, allora si dovrebbe poter capire quale fosse la natura dell'uomo secondo Takahata semplicemente osservando che tipo di popolazione ha rappresentato come esempio di vita naturale. Come tutti sappiamo già, lui ha sempre ritratto i contadini (e simil cacciatori-raccoglitori, direi) e il mondo rurale come modelli ideali. A questo punto, le conclusioni a cui si può giungere mi sembra siano solo due: o Takahata si contraddisse un po' facendo sempre lodare la vita naturale ai suoi personaggi, intendendola come una vita totalmente priva di ragione e quindi guidata solo dal sentimento, ma rappresentando poi come esponenti di questa visione dei contadini che senza dubbio fanno frequente uso di ragione e hanno norme e rituali, oppure, anche se non so in che misura, era effettivamente al corrente che ragione, norme e rituali fanno parte della natura umana e dunque attraverso i contadini stava semplicemente rappresentando quella che secondo lui era la "combinazione" ideale di questi ingredienti. Mi piace pensare che sia quest'ultima la visione corretta. :)

Il mio discorso si è ormai concluso. Avrei certamente davvero tante altre cose da dire e poi vorrei anche chiarire meglio alcuni punti, ma purtroppo né il tempo né lo spazio mi sono amici. Pensandoci bene, però, forse è effettivamente il caso di fare un’ultima considerazione.

Forse qualcuno che ha letto questo messaggio è rimasto colpito dalle informazioni che ho riportato sugli animali e in particolare sull’uomo, ma non riesce comunque a condividerle appieno perché significherebbe che l’essere umano è fondamentalmente “buono” e questo non si concilia affatto con la realtà che ci circonda. In effetti è proprio così. Se l’uomo è davvero buono (e in un certo senso lo è), allora perché siamo combinati così? Perché la Terra è intrisa di sangue umano fino al nucleo? La cosa è chiaramente troppo complessa e chiama in causa troppi, troppi motivi per poter anche solo immaginare che io possa validamente spiegarla, però forse qualcosina interessante, perlomeno sul piano biologico, la posso comunque dire.

Il nocciolo della questione secondo me lo si può già comprendere ragionando su un esperimento svizzero che De Waal menziona (ah, tra l’altro, grandissima parte delle informazioni che ho riportato le ho prese dagli studi suoi e di Darwin). In questo esperimento, alcuni uomini furono messi a osservare o un tifoso della propria squadra di calcio o un tifoso della squadra rivale che riceveva delle relativamente forti scosse elettriche alle mani. Misurando le risposte neurali, risultò che nel primo caso si attivava l’empatia (e dunque suppongo che il soggetto provasse quasi una sorta di dolore), nel secondo venivano stimolate le aree cerebrali del ‘piacere’. E’ interessante perché al mutare del gruppo di appartenenza, si ha avuto una reazione non semplicemente diversa, ma proprio del tutto opposta. Ma perché avviene questo? Dostoevskij fece dire al suo grande inquisitore che il più grande assillo dell’uomo sin dall’inizio dei tempi è di trovare qualcuno o qualcosa dinanzi a cui genuflettersi, e non solo, ma di trovare qualcuno o qualcosa dinanzi a cui genuflettersi ‘tutti quanti insieme’. Proprio questa esigenza di una genuflessione in comune ha portato gli uomini a massacrarsi l’uno l’altro a colpi di spada, perché, per ogni fazione, chiunque non abbracci i propri idoli e i propri dei merita la morte. Ora, Dostoevskij aveva una forte visione artistica che talvolta tracimava quasi nella poesia (altre volte invece era razionalissimo…), ma arrivò comunque secondo me dannatamente vicino alla verità. In termini più prosaici, possiamo dire che l’uomo ha davvero un fortissimo ‘bisogno’ di avere una parte, una fazione, e una volta trovata è naturalmente portato, al di là della sua effettiva validità/bellezza/ragionevolezza, a legarsi fortemente a essa e ad allinearsi ai suoi principi, che fungono tra l'altro come una sorta di "griglia" di valori da applicare al mondo che dà i mezzi per valutare gli avvenimenti: va da sé che a questo punto chiunque si opponesse alla sua fazione si starebbe opponendo a lui stesso, e dunque sarebbe un nemico con cui sarebbe pronto persino a scontrarsi (in effetti, siamo sempre dalle parti della "Teoria dell'identità sociale" di Tajfel). Anche se non c'entra col discorso, si capisce a questo punto che dietro un qualsiasi nostro parteggiare per qualcosa, che sia per una marca di scarpe, per una teoria o per un partito politico non fa differenza, alla base c'è sempre lo stesso meccanismo. Ad ogni modo, l'intera natura è costruita intono alla distinzione fra “in-group” e “out-group”, fra amici e nemici. Gli animali, se fanno parte della stessa comunità o comunque hanno un qualche legame, persino quando combattono ferocemente si trattengono, ad esempio i serpenti non usando i denti velenosi o gli scimpanzé evitando di usare tutta la propria forza, dato che con un morso potrebbero rompere facilmente le ossa ai loro avversari, e lo stesso vale addirittura per le piante che riconoscono l’affinità genetica e quindi se vengono trapiantate vicino a piante estranee sviluppano un sistema radicale più competitivo rispetto a quanto farebbero con piante affini. E' 'proprio' questa naturale tendenza a una netta separazione di ciò che ci circonda che secondo me spiega i comportamenti dell'uomo. Cioè, è davvero molto probabile che noi siamo effettivamente portati in maniera spontanea ad essere empatici, a essere leali, onesti, altruisti, "giusti" e persino ad amare la verità, ma questo dove e con chi, però? 'Unicamente' all'interno della nostra comunità e quindi con i nostri compagni. Non appena si rivolge la propria attenzione a qualcuno di esterno, tutte queste tendenze svanisco, e anzi si considera bello e quasi onorevole mentire, truffare, derubare e uccidere l'estraneo. Si potrebbe allora pensare che per risolvere il problema basterebbe far considerare agli uomini l'intera umanità come una grande comunità. Ma il guaio qual è? L'uomo si è sviluppato per vivere in comunità 'piccole', di poche centinaia di individui, e quindi solo all'interno di una cerchia ristretta è naturalmente portato ad applicare le sue tendenze prosociali. Certamente con l'ausilio della ragione può sviluppare ed estendere queste tendenze a un maggior numero di persone, ma non essendo portato a farlo naturalmente, dovrebbe esercitare uno sforzo continuo, perché a quel punto sarebbe un po' come allungare un elastico che non appena viene lasciato a sé stesso si ritrae alla sua lunghezza originaria. Si capisce, dunque, che ai miei occhi una città con centinaia di migliaia o milioni di individui è essenzialmente una follia, perché sarebbe un po' come chiudere in una stanza dei nemici (e questo spiegherebbe il perché in tanti - in maniera infondata, lo ripeto - sono arrivati a concepire l'idea dell'homo homini lupus), o comunque se non a questo livello sarebbe come un bosco dove convivono tanti animali indifferenti gli uni agli altri, col rischio costante però che non appena uno di loro desideri sopraffarne un altro non avrà nessuna remora naturale che glielo impedisca (no, per quanto valido, tempo che il diritto positivo non sia comunque sufficiente).

Ok, stavolta ho finita davvero... ^^


Anzi, no...

P.S. In effetti, più che un messaggio su Kaguya hime questo è una sorta di saggio di etologia o giù di lì, e talvolta mi veniva davvero il desiderio, per amore di divulgazione, di riportare ragionamenti e fatti che poco c'entravano col tema del post XD. Spero che ciò non abbia infastidito nessuno e comunque di aver scritto almeno qualcosa d'interessante. ^^
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shito » mer mag 30, 2018 9:43 am

Ti do al volo uno spunto: a te nel film l'imperatore non sembra una persona del tutto genuina?

Quando alla fine lui lascia Kaguya come lei gli chiede, non mi colpisce tanto il fatto che lui, l'imperatore, si "abbassi a obbedire", quanto il fatto che poi le dice "credo comunque che per te la cosa migliore sarebbe divenire mia". Mi pare totalmente sincero, in quella frase. E col senno di poi, aveva assolutamente ragione. Nella situazione in cui Kaguya versava, certo il rifiuto dei cinque pretendenti macchietta era forse ancora comprensibile, ma rifiutare l'imperatore, nel momento in cui Kaguya comunque non aveva dimostrato la forza per spiegarsi al padre e perseguire una sua propria realizzazione di vita (essendo abbiente e amata in famiglia di certo avrebbe potuto cercare una SUA mediazione), l'imperatore sarebbe stato un ottimo partito "di vita". Tant'è che Takahata, coerentemente al Taketori Monogatari, ce lo fa vedere nel finale, affranto, che osserva la dipartatita di lei.

Forse, e dico forse, dalla bestia all'uomo c'è un gradiente, dentro "l'uomo" c'è un altro sub gradiente.

E allora gli uccelli vivranno da uccelli, le bestie da bestie, gli uomini da uomini, ovvero i contadini da contadini, i cortigiani da cortigiani, l'imperatore da imperatore e Takahata Isao da Takahata Isao, ovvero vivendo "tekitou" e operando "komakai". ^^

(l'umanità non potrà riconoscersi in una comunità unitaria finché non apparirà qualcosa di "comunemente alieno" a tutta l'umanità, che demarcandosi all'unisono da quell'alia si troverà unita - è inevitabile, oltre che banalmente protagoreo).
"La solitudine è il prezzo da pagare per essere nati in un'epoca così piena di libertà, di indipendenza e di egoistica affermazione individuale." (Natsume Souseki)

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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shun » ven giu 22, 2018 9:25 pm

Anche se per ora non posso unirmi alla discussione, vorrei almeno rispondere brevemente a questo commento:
Sayonara no Natsu ha scritto:Comunque, se ne hai voglia, sentiti liberissimo di dire tutto quello che non ti è piaciuto. Dato che quasi tutte le cose che ho riportato sono argomenti che mi stanno in un certo senso a cuore e su cui ho ragionato parecchio cambiando più volte opinione, se tu mi aiutassi a trovare errori non potresti che farmi un favore.
Mi riferivo a questa conclusione:
Sayonara no Natsu ha scritto:Comunque, riflettendoci un poco, si potrebbe pure pensare che siccome tecnicamente anche nella corte Heian un essere umano sta "vivendo", e questo non può essere l'ideale di Takahata perché ha sempre espresso disprezzo per quel tipo di vita, allora "nascere per vivere" potrebbe significare per il suo autore essenzialmente "nascere per vivere in maniera naturale". E siccome "vivere in maniera naturale" a me sembra significhi vivere secondo (la propria) natura, allora si dovrebbe poter capire quale fosse la natura dell'uomo secondo Takahata semplicemente osservando che tipo di popolazione ha rappresentato come esempio di vita naturale.
Come tutti sappiamo già, lui ha sempre ritratto i contadini (e simil cacciatori-raccoglitori, direi) e il mondo rurale come modelli ideali.
A questo punto, le conclusioni a cui si può giungere mi sembra siano solo due: o Takahata si contraddisse un po' facendo sempre lodare la vita naturale ai suoi personaggi, intendendola come una vita totalmente priva di ragione e quindi guidata solo dal sentimento, ma rappresentando poi come esponenti di questa visione dei contadini che senza dubbio fanno frequente uso di ragione e hanno norme e rituali, oppure, anche se non so in che misura, era effettivamente al corrente che ragione, norme e rituali fanno parte della natura umana e dunque attraverso i contadini stava semplicemente rappresentando quella che secondo lui era la "combinazione" ideale di questi ingredienti. Mi piace pensare che sia quest'ultima la visione corretta.
Forse ho capito male quello che intendi dire. Prima hai scritto tutta la parte etologica, poi hai citato Rousseau in contrapposizione a Hobbes e infine hai concluso scrivendo questa parte, dove dici sostanzialmente che "i contadini sono la rappresentazione della modalità di vita ideale tra ragione ed essenza naturale". In effetti Takahata ha rappresentato molto i contadini nei suoi film, però non credo che sia questa la risposta del regista. Parere mio ovviamente. In sintesi cosa intendi?

A me sembra più corretta questa interpretazione di Shito:
Shito ha scritto:E allora gli uccelli vivranno da uccelli, le bestie da bestie, gli uomini da uomini, ovvero i contadini da contadini, i cortigiani da cortigiani, l'imperatore da imperatore e Takahata Isao da Takahata Isao, ovvero vivendo "tekitou" e operando "komakai".

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