"Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

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Sayonara no Natsu
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Sayonara no Natsu » sab giu 23, 2018 12:16 pm

Una piccola precisazione. Di mio non intendevo esattamente contrapporre Hobbes a Rousseau. Lì criticavo semplicemente quella corrente di pensiero che vede nell'uomo una sorta di mostro egoista che non sbrana un suo simile unicamente perché c'è un padrone con la frusta pronto a punirlo. Ho scelto Hobbes ma potevo parlare di Macchiavelli che credeva che di per sé l'uomo si preoccupa di più della perdita del proprio patrimonio che della morte del proprio padre, di Dostoevskij che sembrava pensare che senza Dio, quindi senza immortalità dell'anima ovvero senza timore di una punizione ultraterrena, sarebbe scomparsa ogni traccia di amore terreno (il che mi fa sempre sbellicare dal ridere, perché allora ogni madre quando allatta e si cura del proprio figlio lo fa perché tremante al pensiero di Dio?), o volendo anche di un biologo moderno come M. Ghiselin che affermò (più o meno come fece il resto dell'accademia per 30 anni di fila) che avendo piena libertà di agire nel proprio interesse non ci sarebbe praticamente nulla a fermare un individuo dal ferire e uccidere un compagno, un partner, un genitore o un figlio e che se si scalfisce la pelle di un altruista si vedrà uscire il sangue di un ipocrita. Come già ho argomentato, queste mi sembrano tutte sciocchezze (ma almeno quelle dei primi tre sono sciocchezze intelligenti) dato che anche solo il fatto che gli esseri umani possano arrossire per la vergogna (forse l'unica capacità che appartiene veramente solo a noi) mostra la nostra natura sociale. Altrimenti, se come specie fossimo così egoisti, perché mai dovremmo avere sviluppato una capacità strettamente legata agli altri e alla loro opinione che non ci dà alcun vantaggio e anzi rivela il nostro stato d'animo?

Ho citato invece Rousseau semplicemente perché mentre scrivevo che tutte le nostre doti naturali utili alla cooperazione vengono mitigate e traviate dalla nostra attuale società, mi sono ricordato della sua visione secondo cui praticamente l'uomo nasce "buono" ma viene reso "cattivo" dalla civiltà e ho voluto soltanto sottolineare simpaticamente questa somiglianza di pensiero (sebbene comunque dissenta su qualcosina).

Rispondendo invece alla tua domanda, la mia visione è che Takahata avesse una predilizione per il mondo agreste, e che auspicasse sinceramente un ritorno a questo stile di vita. Soltanto, visto che non era uno sciocco, rendendosi conto della grande difficoltà che ciò avvenisse, piuttosto che un irrigidimento nella propria posizione ha comunque esortato a un'integrazione e a un adattamento alla società moderna.

Heidi a Francoforte soffre e alla fine si ammala perché è lontana dalla sua montagna. Taeko abbandona davvero la città divenendo realmente una campagnola. Kaguya vive veramente e felicemente fin tanto che è sui monti, mentre i suoi problemi nascono una volta che viene costretta a vivere in città: col senno di poi, quando all'inizio il vecchio tagliatore di bambù pensa che la vera felicità per Principessa consista sicuramente nell'andare a vivere in una reggia diventando una dama di corte, e facendo conoscenza di giovani aristocratici e ascendendo così i ranghi sociali, sembra di sentire tutto quello che Takahata disprezzava. Ma una volta che si capisce che Kaguya non sarebbe più tornata alla vita precedente e che perciò non poteva più considerarsi una campagnola, non aveva più senso che continuasse a rifiutare tutto, irrigidendosi appunto, e questo comportamento, che viene biasimato da Takahata, la porterà alla morte.
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Shun
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shun » lun giu 25, 2018 6:08 pm

Grazie per la rapida e sintetica risposta! Il discorso su Hobbes e Rousseau mi era chiaro, avevo solo un dubbio sulle conclusioni.
Rispondendo invece alla tua domanda, la mia visione è che Takahata avesse una predilizione per il mondo agreste, e che auspicasse sinceramente un ritorno a questo stile di vita. Soltanto, visto che non era uno sciocco, rendendosi conto della grande difficoltà che ciò avvenisse, piuttosto che un irrigidimento nella propria posizione ha comunque esortato a un'integrazione e a un adattamento alla società moderna.
Questa è un'affermazione piuttosto forte.
Direi, più in generale, che Takahata aveva una predilezione per un mondo sociologicamente più tradizionale, ma sinceramente non penso che auspicasse il ritorno a uno stile di vita campagnolo. Per evitare di entrare in un campo troppo speculativo ti faccio una domanda più precisa: per te quali sono i punti fondamentali del pensiero di Takahata? Anzi, per restringere maggiormente il campo di analisi ti chiedo: secondo te qual è il nucleo contenutistico di Kaguya hime?

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Sayonara no Natsu
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Sayonara no Natsu » mer lug 04, 2018 4:56 pm

Pardon, ma oltre a una connessione internet difettosa, purtroppo ora come ora temo di non avere più molto tempo per mettermi a scrivere (per vostra fortuna, in verità, perché altrimenti vi tartasserei con altri monologhi interminabili ^^).
Twistor ha scritto:
lun giu 25, 2018 6:08 pm
Grazie per la rapida e sintetica risposta!
:cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry:

:loool: :loool:
Questa è un'affermazione piuttosto forte.
Direi, più in generale, che Takahata aveva una predilezione per un mondo sociologicamente più tradizionale, ma sinceramente non penso che auspicasse il ritorno a uno stile di vita campagnolo. Per evitare di entrare in un campo troppo speculativo ti faccio una domanda più precisa: per te quali sono i punti fondamentali del pensiero di Takahata?
Quello che tu dici c'è sicuramente, ma personalmente penso che si spingesse anche oltre (anche se ora in effetti - pure per "colpa" di Shito ^^ - mi vengono i dubbi e non saprei più effettivamente dire fino a che punto). Detto questo, però, temo di non poter aggiungere poi molto altro a quello che ho scritto nel precedente messaggio.

Per rispondere comunque alla tua domanda, direi, per prima cosa, che questa predilizione per il mondo agreste ricopriva effettivamente un ruolo importante nel pensiero di Takahata. O perlomeno, penso che egli apprezzasse un certo tipo di struttura sociale che riscontrò soprattutto nelle comunità contadine (col che intendo quindi dire che per lui esse non fossero 'la' via, ma solo quella che lui riteneva preferibile tra varie possibilità). Al contempo, non posso che pensare che egli nutrisse anche qualche ostilità o comunque non vedesse proprio di buon occhio il mondo cittadino o alcune sue caratteristiche e alcuni effetti che produce sui suoi abitanti.

(Come si è capito, io non posseggo fonti particolari: per portare avanti queste mie visioni posso solo basarmi direttamente sui film di Takahata e su quelli che mi sembrano i loro contenuti)

Partendo da Heidi che una volta arrivata in montagna si libera dalle pesanti vesti (della civiltà?) che la impacciano e rallentano e inizia a correre felicemente oppure che sogna ad occhi aperti di volare via dall'opprimente Francoforte (scena che, ripeto, molto probabilmente è totalmente frutto dei creatori della versione animata), passando da Omohide PoroPoro che, in una maniera più realistica (ma essenzialmente solo per quanto riguarda lo stile, e non veramente per i contenuti), mostra la vita di campagna con i suoi tempi, le sue durezze e le sue bellezze, che viene secondo me indicata, sebbene non venga proprio contrapposta esattamente alla vita di città, come sorta di mediazione ideale o comunque preferibile, visto che la protagonista sceglie realmente di entrare a farne parte (e quindi abbandonando la città) e inoltre anche perché, oserei dire, in città la sua crescita era come bloccata (dicendo così mi viene in mente il fatto che Kaguya cresce all'improvviso solo in campagna, ogni volta che prova un'emozione nuova, e non in città) e arrivando infine a Kaguya che, al culmine dell'angoscia, si allontana dalla corte e una volta tornata ai suoi monti dice a Sumetaru che non la vita a palazzo, né l'indossare bei kimono né il poter mangiare cose buone a sazietà le ha procurato la felicità, ma l'avrebbe invece trovata se fosse stata con lui (e quindi se avesse vissuto come lui, indossando stracci e masticando talvolta radici d'erbe, ovvero se avesse vissuto in un modo più tipico del mondo agreste), per poi liberarsi dalle ingombranti vesti che la fanno incespicare e iniziando così a correre felice (vi ricorda qualcosa?), librandosi infine in volo; direi, insomma, che condiderate tutte queste cose, questa mia visione non è del tutto infondata. E no, non penso che si possa giustificare tutto dicendo semplicemete che il concetto è che i contadini "devono" vivere da contadini e gli artigiani da artigiani e quindi i problemi di Kaguya e Heidi derivano semplicemente dal fatto che sono state trasportate lontane da quelle che erano, in un certo senso, le loro origini, perché altrimenti Taeko avrebbe dovuto continuare semplicemente a vivere in città, dato che lei era nata e cresciuta lì, mentre come già detto lei sceglie tutt'altra via.

Al tempo stesso, però, continuando sempre a basarmi unicamente sui suoi film, credo che Takahata pensasse comunque che una società (in senso lato), un qualunque tipo di società fosse comunque meglio di nessuna società. Il mondo a cui Seita si sarebbe dovuto abituare non era certo bello, eppure rifiutandolo, e quindi isolandosi, ha finito col morire, e lo stesso si può dire di Kaguya. E credo che anche in Pom Poko (che ancora non ho visto) succeda qualcosa di simile, dove mi pare le figure che hanno la simpatia del regista sono quelle che loro malgrado si adattano anche a un tipo di società sgradevole, piuttosto che suicidarsi o estraniarsi dal mondo. In questo senso, dunque, anche la città in sé non è il male, almeno non fintanto che permette di vivere, e pertanto, pur rimanendo un luogo di nevrosi (ma questa è una visione mia ^^), non è da rifiutare a priori. Volendo, si potrebbe pure dire che tra i diversi tipi di organizzazioni umane possibili, non era semplicemente quella preferita da Takahata... :)

A grandi linee, questi mi sembrano i punti essenziali del suo pensiero. ^^
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shito » mer lug 04, 2018 6:15 pm

Avendo da poco rivisto tutto Heidi in giapponese:
Sayonara no Nastu ha scritto:
mer lug 04, 2018 4:56 pm

Partendo da Heidi che una volta arrivata in montagna si libera dalle pesanti vesti (della civiltà?) che la impacciano e rallentano e inizia a correre felicemente
No, aveva caldo. La zia Dete le aveva messo tutti gli abiti del suo "trasloco" addosso, perché così non avrebbe potuto perderli. Viene detto più e più volte nell'anime, ed è pari pari dal libro.
oppure che sogna ad occhi aperti di volare via dall'opprimente Francoforte (scena che, ripeto, molto probabilmente è totalmente frutto dei creatori della versione animata),
Heidi è una montanara figlia di montanari. Ama il luogo in cui è nata e in cui viveva "il suo sangue". Quando è a Francoforte si ammala non perché la trovi opprimente, non è che odi Francoforte in sé. Ha nostalgia di casa sua.

E' molto bello notare, piuttosto, che quando la Rottenmeier andrà fin sui monti per seguire Clara, in un moto di intenso e genuino attaccamente affettivo e responsabile, Heidi ricorda come salutare. Ovvero, anche la città la educata - oltre che averle insegnato a leggere, cosa che la bimba ama e mette a frutto. Il punto è che campagna e città sono ambienti diversi, con canoni di vita diversi, e sortiscono educazioni diverse. Per andare sugli alpeggi la stessa Rottenmeier veste i calzoni, lei! E' importante che ognuno abbia la sua educazione, ma che la riceva. Heidi disdegna i vestiti, ma ogni volta, dico OGNI VOLTA che si siede allo sgabello basso da mungitura non manca di risistemarsi il lembo della gonnellina. Il regista ce lo fa vedere, e non è lezzo. No, no, il punto è: l'educazione. A ogni luogo la sua gente, a ogni gente la sua educazione. Se è gente, se è umana, dovrà educarsi.
passando da Omohide PoroPoro che, in una maniera più realistica (ma essenzialmente solo per quanto riguarda lo stile, e non veramente per i contenuti), mostra la vita di campagna con i suoi tempi, le sue durezze e le sue bellezze, che viene secondo me indicata, sebbene non venga proprio contrapposta esattamente alla vita di città, come sorta di mediazione ideale o comunque preferibile, visto che la protagonista sceglie realmente di entrare a farne parte (e quindi abbandonando la città) e inoltre anche perché, oserei dire, in città la sua crescita era come bloccata (dicendo così mi viene in mente il fatto che Kaguya cresce all'improvviso solo in campagna, ogni volta che prova un'emozione nuova, e non in città)
Sei molto polarizzato nella tua lettura. Le due sorelle di Taeko, inclusa quella che GIUSTAMENTE le fa il predicozzo telefonico iniziale, si sono sposate in città. E una delle due con un campagnolo trasferitosi in città. E non hanno i problemi di Taeko.

Il punto non è la campagna e la città. Il punto è impadronirsi delle briglie della propria vita, invece di rifiutarla correndo appresso a fantasmi di idealismi infantili, che sono spesso un confortante rifugio di moratoria di crescita.

Rileggi il testo della canzone finale.
e arrivando infine a Kaguya che, al culmine dell'angoscia, si allontana dalla corte e una volta tornata ai suoi monti dice a Sumetaru che non la vita a palazzo, né l'indossare bei kimono né il poter mangiare cose buone a sazietà le ha procurato la felicità, ma l'avrebbe invece trovata se fosse stata con lui (e quindi se avesse vissuto come lui, indossando stracci e masticando talvolta radici d'erbe, ovvero se avesse vissuto in un modo più tipico del mondo agreste), per poi liberarsi dalle ingombranti vesti che la fanno incespicare e iniziando così a correre felice (vi ricorda qualcosa?), librandosi infine in volo; direi, insomma, che condiderate tutte queste cose, questa mia visione non è del tutto infondata.
Come Heidi, Kaguya è una montanara allevata da montanari.
E no, non penso che si possa giustificare tutto dicendo semplicemente che il concetto è che i contadini "devono" vivere da contadini e gli artigiani da artigiani e quindi i problemi di Kaguya e Heidi derivano semplicemente dal fatto che sono state trasportate lontane da quelle che erano, in un certo senso, le loro origini, perché altrimenti Taeko avrebbe dovuto continuare semplicemente a vivere in città, dato che lei era nata e cresciuta lì, mentre come già detto lei sceglie tutt'altra via.
Sbagli. Ti stai rinchiudendo il letture superficiali quasi quanto "povero Seita!".

Taeko non sceglie la campagna. Sceglie Toshio. SI SPOSA. Il senso è quello. Taeko CRESCE. Accetta la vita per come le si propone. Ricorda il suo primo discorso in treno sulla sua fase universitaria. Taeko sceglie la vita e i tempi della vita e i rischi del vivere, non la campagna. Che poi sia stata la campagna a portarle ciò, bene per lei.
Ultima modifica di Shito il mar lug 10, 2018 5:31 pm, modificato 1 volta in totale.
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da nodisco » gio lug 05, 2018 12:30 pm

Shito ha scritto:
mer lug 04, 2018 6:15 pm
quando la Rottenmayer
Rottenmeier :wink:

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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shito » sab lug 07, 2018 5:55 pm

Chiedo venia per quel refuso e per la tonnellata di tutti gli altri. :-(
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Muska » dom lug 08, 2018 5:15 pm

Shito ha scritto:
sab lug 07, 2018 5:55 pm
Chiedo venia per quel refuso e per la tonnellata di tutti gli altri. :-(
E' il prezzo della foga del genuino entusiasmo e della generosità. :D
"Pur sprovvisto di soldati, e solo, combatteva il mondo e i suoi vizi in questo luogo". (Yasushi Inoue).

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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shun » mar lug 10, 2018 5:33 pm

@Sayonara: grazie per la risposta! :)
Anche secondo me sei fuori fuoco e penso che ciò che hai scritto non sia il nucleo contenutistico dei film e del pensiero di Takahata. Viceversa trovo più verosimile e condivisibile il discorso fatto da Shito nel suo messaggio. Ci può stare che Takahata avesse una preferenza personale per il mondo campagnolo rispetto a quello cittadino, come io preferisco il nuoto all'atletica, ma da qui a risultare il contenuto delle sue opere direi di no. Mi piacerebbe scrivere alcune considerazioni ma non posso proprio, spero di farlo prima o poi!

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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da dolcemind » gio ago 30, 2018 7:52 am

Ho finalmente visto "La Storia della Principessa Splendente".
Ebbene si molto in ritardo ma oramai il tempo è qualcosa che scandisco con tante attività.
Davvero nulla da aggiungere alla disamina di Gualtiero, puntuale, perfettamente enucleata e mirabilmente espressa.

Alcune osservazioni mi concedo di farle però ( :) ) :

Oss1: la deriva ambientalista è li che luccica ed è facile farsi abbagliare sia con Hayao che con Isao.

Oss2: ad un certo punto, intendo a metà film, mi è balenata in mente l’idea che poteva esserci un’altra spiegazione. Nella scena in cui Kaguya incontra nuovamente Sutemaru che ha rubato un pollo, li proprio li, quando non ha il coraggio di andare oltre ma si adatta alle circostanze capendo che la vita li ha portati in direzioni opposte per unirsi nuovamente.
Ho pensato che Isao ci dicesse che il problema non fosse la mancanza di adattabilità alla vita per quale essa è, invece della sua versione idealizzata, ma di non volere abbastanza quello che desideriamo, per pigrizia oppure mancanza di capacità (come avrebbe potuto essere per Seita). Alla fine del film avevo mutato idea. Quando Kaguya incontra da “adulta” Sutemaru, egli ha moglie e figlio, si è adattato e va avanti per la propria vita. Ho anche pensato che intestardirsi non ha salvato i tanuki guerriglieri che di volontà ne avevano sin troppa.

Oss3: sarebbe interessante, nel saggio che stai scrivendo, fare un parallelismo tra le donne sagge Miyazakiane (scusate il termine) e gli uomini saggi Takahatiani (again). Mi vengono in mente per quest’ultimo lo stesso Sutemaru e Toshio.

Grazie!

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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shun » gio ago 30, 2018 2:25 pm

Mi intrometto :sorriso2:
dolcemind ha scritto:
gio ago 30, 2018 7:52 am
Oss2: ad un certo punto, intendo a metà film, mi è balenata in mente l’idea che poteva esserci un’altra spiegazione. Nella scena in cui Kaguya incontra nuovamente Sutemaru che ha rubato un pollo, li proprio li, quando non ha il coraggio di andare oltre ma si adatta alle circostanze capendo che la vita li ha portati in direzioni opposte per unirsi nuovamente.
Ho pensato che Isao ci dicesse che il problema non fosse la mancanza di adattabilità alla vita per quale essa è, invece della sua versione idealizzata, ma di non volere abbastanza quello che desideriamo, per pigrizia oppure mancanza di capacità (come avrebbe potuto essere per Seita).
Condivido pienamente.
dolcemind ha scritto:
gio ago 30, 2018 7:52 am

Alla fine del film avevo mutato idea. Quando Kaguya incontra da “adulta” Sutemaru, egli ha moglie e figlio, si è adattato e va avanti per la propria vita. Ho anche pensato che intestardirsi non ha salvato i tanuki guerriglieri che di volontà ne avevano sin troppa.

Oss3: sarebbe interessante, nel saggio che stai scrivendo, fare un parallelismo tra le donne sagge Miyazakiane (scusate il termine) e gli uomini saggi Takahatiani (again). Mi vengono in mente per quest’ultimo lo stesso Sutemaru e Toshio.
Ti faccio notare che Sutemaru non si preoccupa di sua moglie e di suo figlio, in quanto per proteggere Kaguya è disposto a scappare con lei.

SUTEMARU: E che fa anche se ti hanno trovata?! Che sarà mai?! Non me ne importa di una cosa così ... io voglio fuggire con te!

Non si può certo dire un marito saggio o esemplare.

Se Kaguya non fosse scomparsa (Sutemaru si sveglia e non la trova) e per "contratto" non fosse dovuta morire (perché oramai il suicidio era stato compiuto e il Taketori monogatari finisce con Kaguya che torna sulla Luna), come sarebbe andata a finire la storia? Kaguya si sarebbe adattata ai pretendenti, oppure sarebbe fuggita con Sutemaru? Io propendo per quest'ultima opzione, però ritengo in parte valida anche l'altra.

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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da dolcemind » gio ago 30, 2018 7:06 pm

Ma Takahata non ci dice che Sutemaru è masochista da rinunciare alle occasioni di felicità nè un esempio di virtù (ció è molto chiaro) ma quando non ha avuto la sua kaguya è andato avanti ed alla fine va avanti comunque al contrario di kaguya no?

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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shun » gio ago 30, 2018 9:27 pm

Certo, ma non cambia nulla. Provo a spiegare cosa intendo dire. :sorriso2:

Sutemaru perde Kaguya due volte:
- La prima è quando lei va a Corte, in tal caso Sutemaru non si suicida ma conosce una donna e ci fa un figlio, tuttavia non sappiamo nulla né della donna né della relazione, motivo per cui non possiamo fare ragionamenti su di loro.
- La seconda avviene quando è ormai troppo tardi, ormai Kaguya si è suicidata e quindi non è più possibile una loro relazione (sebbene il giovane contadino sia disposto a fuggire con l’amata), e dunque Sutemaru perde nuovamente Kaguya e torna da moglie e figlio.

Ciò che va a supportare l’adattamento non è Sutemaru, bensì è la moglie di Ishitsukuri. Lei non si è suicidata nonostante tutto. Cosa che hanno fatto anche molti dei nostri antenati (maschi e femmine) nonostante i matrimoni combinati, la povertà, le coercizioni etc.
Tuttavia se Takahata voleva supportare esclusivamente (tipo XOR logico) l’adattamento, non avrebbe inserito la scena con Sutemaru in cui Kaguya afferma che se fosse stata con lui avrebbe trovato la felicità, e non avrebbe eliminato la parte del Taketori monogatari in cui Kaguya scrive una lettera all’Imperatore.

Avete cercato di trattenermi mandando tanti uomini, ma nonostante tutto sono venuti a riprendermi; me ne vado con la mia scorta, con molto rimpianto. Non ho ubbidito al vostro ordine perché purtroppo sono una creatura celeste. Certo non ne comprendevate il perché , ma quello che mi pesa di più è che abbiate considerato il mio ostinato rifiuto a entrare al vostro servizio come un atto irrispettoso.
Mentre indosso la celeste veste di piume
Proprio ora che tutto sta finendo
Malinconico, il ricordo del mio Signore entro di me.


Kaguya parla di rimpianto e conclude il messaggio scrivendo che in questi ultimi momenti di vita ricorda con malinconia l'Imperatore, tuttavia, essendo il Taketori monogatari diverso dal film, emerge anche che il disubbidire della ragazza e quindi il suo ritorno sulla Luna sono causati dal suo essere una creatura celeste e quindi superiore. Ora, poiché nel film Takahata ribalta le cose è ovvio che il contenuto della lettera si sarebbe potuto modificare di conseguenza, mutatis mutandis, mantenendo invariata la malinconia verso il Mikado o i pretendenti. Eppure Takahata non l'ha fatto e non ha mai nemmeno esplicitato che Kaguya avrebbe dovuto esclusivamente adattarsi. Le uniche cose isomorfe a ciò che Takahata fa dire a Kaguya in due momenti piuttosto impulsivi causati dall'emersione della paura della morte e del pentimento per aver deciso di morire sono:

[Scena del dialogo con i genitori]
KAGUYA: cosa mai mi sono messa a fare? Solo stizzirmi dicendo no al divenire proprietà di qualcuno. [… ] ingannando il mio stesso animo con piccoli campi e monti fasulli.

[Scena dell’incontro con Sutemaru]
KAGUYA: però ormai non posso più … è troppo tardi…
SUTEMARU: diventerai la signora del Mikado?
KAGUYA: non è così! Io non diventerò la proprietà di nessuno!


Non potendo sapere se tali battute coincidono con il pensiero 1:1 di Takahata o se sono semplicemente battute ritenute verosimili dal regista in un contesto di morte imminente, è impossibile asserire con certezza il loro valore di verità logica. L'unica cosa che si può fare è sospendere il giudizio e considerare la validità delle battute su un piano di verità sfumato, ovvero polivalente.

La scena con Sutemaru va invece a supportare l’individualismo. Non solo il personaggio in questione è inedito (non presente nel racconto originale) ma la scena dell'incontro e del volo è l’unica parte del film per cui Takahata ha scritto un concept, in esso emergono in modo prorompente la potenza della vita, lo slancio della vita e la gioia della vita. Dato che Takahata si è laureato in letteratura francese mi chiedo se abbia preso spunto dallo slancio vitale di Henri Bergson e dalla gioia di vivere di Émile Zola... chissà.
Comunque, come rappresentare tutto ciò nel film? Takahata ci pensa e ci ripensa, finché un giorno arriva l’idea: “Abbraccio!”
In 77 anni questa è stata la prima volta che Takahata ha scritto tale parola. La gioia dipinta sui volti di Kaguya e Sutemaru mentre corrono, il salto dal dirupo verso il cielo, l’abbraccio al mondo e all’amato, il volo tra gli alberi, sopra il mare e nel cielo, tutto ciò rappresenta la potenza e lo slancio dell’essere in vita. Ma questo non è solo adattamento, bensì è anche individualismo, è una scelta libera e personale. Kaguya poco prima dice infatti che:"fossi stata con il fratellone Sutemaru io... forse... avrei potuto trovare la felicità."
In quest'ottica è emblematico il fatto che la scena con Sutemaru avviene dopo il dialogo tra Kaguya e i genitori. Si crea infatti un legame tra le due frasi principali del film che genera una frase unica, una sorta di continuazione che va a dettagliare il contenuto:
- Ma io come mai, a quale scopo ero discesa su questa terra? Ero venuta al mondo per vivere … come gli uccelli e le bestie. (Frase di Kaguya nella scena dello sbotto, desiderio di Kaguya sulla Luna, idea di base di Takahata)
- Proprio così, non è nulla... se si ha la percezione di essere in vita... di sicuro avrei trovato la felicità. (Frase di Kaguya incontro con Sutemaru, Concept di Takahata)
Ovvero: "Sono venuta al mondo per vivere, non per suicidarmi. E anche se ci sono difficoltà, non è nulla, si deve resistere... Perché se si è consci di essere in vita si può trovare la propria felicità, il proprio posto nel mondo."
Ovviamente anche nel vivere in campagna insieme a Sutemaru ci sarebbe stato l'adattamento, ma questo non sarebbe stato legato al partner bensì sarebbe stato legato all'ambiente difficoltoso di vita, opposto al benessere offerto dalla Corte. Ricordiamo infatti che quando Sutemaru incalza con sofferenze a raffica: "Indossando stracci simili? A volte masticando radici d'erba? E in mancanza d'altro, facendo anche cose da ladri?" Kaguya non tentenna ma rimane molto convinta.
Come nel finale di Omohide poro poro Taeko si lancia verso l’ignoto della vita e verso Toshio, non perché costretta dal contesto, dal matrimonio combinato o da altro, ma semplicemente per aver riconosciuto in sé un sentimento verso quel giovane uomo - "Io, adesso, avrei voluto che a stringermi la mano… fosse il signor Toshio. Solo stringere la mano?" - nella scena del volo con Sutemaru Takahata ci mostra per via metaforica Kaguya che si orienta con gioia verso la vita. È emblematico notare che la musica di sottofondo composta da Hisaishi e accettata da Takahata è Hishou, la quale richiama le canzoni Mebae e Inochi che accompagnano l’infanzia di Kaguya. Proprio come definito nel concept di Takahata la principessa vola con la memoria ai luoghi e ai suoni dell’infanzia, il periodo in cui lei viveva attivamente e tra adattamento e libero individualismo cresceva.

Dunque, secondo me, considerando quanto appena detto sulla scena con Sutemaru e ricordando al contempo il caso della moglie di Ishitsukuri ciò che emerge è una bilancia/dualità (tipo OR logico) tra adattamento e individualismo in relazione dialettica. Il punto non è che Kaguya doveva necessariamente adattarsi a Corte (alla stessa stregua della moglie di Ishitsukuri, oppure di Sutemaru che dopo aver perso Kaguya la prima volta si mette con un'altra donna), il punto è che Kaguya a Corte si è suicidata - "non voglio essere più qui!" - perdendo così la vita e perdendo così le possibilità che la vita offre, sia quelle di Corte (avrebbe potuto tenere testa a Ishitsukuri o qualche altro tizio? Forse sì), che quelle relative a una scelta più personale, e.g. mediando con i genitori per una vita più vicina alla propria indole oppure scappando alla ricerca dell'amato Sutemaru.
Prima che mi si faccia notare che Kaguya aveva già tentato la fuga inutilmente, faccio notare che quella prima e unica fuga sotto la Luna non viene compiuta da Kaguya con l'intenzione di individualizzarsi e progettare qualcosa in campagna, bensì avviene solo perché lei non sopporta quello che sta succedendo durante la festa a Corte e quindi si rifugia nella dimensione dell'infanzia, cosa che farà anche successivamente attraverso il diorama in giardino. Ma in tale fuga Kaguya non è attiva, è solo passiva in quanto comunque bloccata/cristallizzata interiormente.

Ciò che Takahata rimprovera a Kaguya è l’aver scelto la morte alla vita senza rendersi conto per tempo che l’essere in vita offre molteplici possibilità, mentre lei nel suo rifiuto passivo si è chiusa a tutto. In altre parole quello di Takahata non è un discorso a valle bensì è un discorso a monte, ovvero Takahata non esprime cosa Kaguya avrebbe dovuto fare in vita, egli esprime solo che lei non doveva arrendersi chiamando la morte su di sé. Questo è il nucleo del film.

TAKAHATA: Non è un essere lunare venuto sulla Terra che poi torna a casa. Lei è cresciuta sulla Terra, se posso dire in questo modo… e anche se lei ha tutte queste possibilità, non ne realizza nessuna e torna a casa, ciò che intendo è che in effetti muore.
HISAISHI: La Luna è il mondo dell’aldilà?
TAKAHATA: Sì. Questo ha senso.


&

TAKAHATA: La venuta dalla Luna è la nascita, il ritorno su di essa è la morte. Prima di morire lei dovrebbe essere in grado di realizzare le proprie speranze, tuttavia non può. Lei torna indietro e muore. Questo è ciò di cui si pente. Lei voleva vivere. È come morire senza vivere pienamente.
Ultima modifica di Shun il sab set 01, 2018 5:22 pm, modificato 1 volta in totale.

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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da dolcemind » ven ago 31, 2018 9:53 pm

Perdonami, mi sfugge il punto della tua osservazione molto ben espressa.
Tu scrivi
"Ciò che Takahata rimprovera a Kaguya è l’aver scelto la morte alla vita senza rendersi conto per tempo che l’essere in vita offre molteplici possibilità, mentre lei nel suo rifiuto passivo si è chiusa a tutto. In altre parole quello di Takahata non è un discorso a valle bensì è un discorso a monte, ovvero Takahata non esprime cosa Kaguya avrebbe dovuto fare in vita, egli esprime solo che lei non doveva arrendersi chiamando la morte su di sé. Questo è il nucleo del film."

Concordo in pieno. Non c'è diversità da quello che penso.
Non arrendersi è vivere e vivere è vivere quello che la vita ti offre.
Forse hai inteso con adattarsi lo scegliere di essere una dama di corte.
Quella è solo una delle possibilità. Non ne conosciamo molte altre solo per il rifiuto che kaguya fa della vita. Sulla figura di Sutemaru concordo meno.

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Shun
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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shun » sab set 01, 2018 1:03 pm

Non arrendersi è vivere e vivere è vivere quello che la vita ti offre.
Forse hai inteso con adattarsi lo scegliere di essere una dama di corte.
È un discorso un po’ più ampio. Comunque provo a sintetizzare alcuni punti.
Quando parlo di adattamento non intendo solo il “diventare una dama di corte”, bensì più in generale intendo sia la concezione in senso lato in cui l’individuo accetta alla buona un'opportunità di vita che gli viene offerta senza essere immerso necessariamente in uno scenario coercitivo, che quella in senso più estremo in cui l'individuo viene obbligato ad arrendersi al contesto sociale in cui si trova, accettando con rassegnazione che il proprio destino sia legato esclusivamente a un contesto specifico non modificabile, e.g. guerra, imposizione del matrimonio combinato (paesi islamici?), violenze psicologiche e fisiche. È una visione sociologica di stampo per lo più pre-moderno e moderno. Viceversa con individualismo e individualizzazione intendo la condizione in cui l'individuo ha una certa libertà di pensiero e d'azione personalizzata e svincolata da obblighi e coercizioni, ma non per questo senza limiti e problematiche. È una visione sociologica di stampo contemporaneo. Per essere preciso devo specificare che individualismo e individualizzazione sono cose diverse, in quanto il primo è legato alla consapevolezza di sé e alla pratica della libertà individuale, mentre il secondo è un processo storico e sociale che ha svincolato a livello di sistema il singolo individuo dalle tradizioni, dalle coercizioni e dall'appartenenza a gruppi predefiniti.
Adattamento, individualismo e individualizzazione sono pratiche che considero in legame dialettico e interdipendente al contesto.
Se consideriamo solo l’adattamento (con entrambe le concezioni suddette) notiamo che quale che sia la situazione “che la vita ti offre”, l’individuo è sempre e solo una struttura obbediente e mai un creatore. O meglio, è anche creatore ma solo in subordinazione all’adattamento in senso lato e/o estremo. Viceversa se consideriamo anche l’individualismo notiamo che sono possibili anche pratiche creative con una libertà maggiore rispetto al caso precedente. Inoltre rispetto all'adattamento aumenta la possibilità di scelta, ciò che nel caso debole (senso lato) è un'opportunità di vita offerta e accettata, nel caso dell'individualismo diventa una possibilità che si può scegliere o rifiutare. Si badi bene, anche in questo caso ci sono dei vincoli e delle dipendenze ma al contempo ci sono delle dialettiche atte al superamento, da quelle più classiche a quelle di natura più complessa. In altre parole se nel passato l'individuo era maggiormente vincolato a un contesto a cui doveva adattarsi, con inerzie culturali, identità di gruppo o di genere subite, destini di ceto e classe apparentemente immutabili, stili di vita tradizionali, nell'epoca contemporanea sono emerse come possibili nuove forme di flessibilità, creatività, intimità e solidarietà, di modo da dare all’individuo l’opportunità di scrivere la propria biografia in modo più personale, senza per questo sfociare inevitabilmente nell'accezione estremizzata del termine che porta all'egocentrismo e anche all'isolamento e alla solitudine.
Ad esempio se negli anni Sessanta-Settanta il 50% dei matrimoni giapponesi avveniva ancora in modo combinato, negli anni Ottanta-Novanta tale statistica è scesa al 30% e nell’epoca contemporanea si è arrivati sotto il 10%, indicando così una preferenza per l'amore romantico, il che mostra il passaggio da pratiche adattative atte a formare comunità di bisogno a pratiche individualistiche atte a unire persone affini. Un esempio ce lo fornisce Yasujiro Ozu nel film Fiori d'equinozio del 1958.
È chiaro che in entrambi i casi ci sono pro e contro. Se prima l’appartenenza a un gruppo (famiglia allargata, vicinato, paese, classe) riconduceva l’esperienza individuale e collettiva a un sistema ordinato e tradizionale che permetteva all’identità dell’individuo di svilupparsi in relazione a degli schemi solidi ma talvolta alienanti, nelle società contemporanee l’allentamento o la dissoluzione di queste strutture sociali e l'aumento di rischi di vario genere portano il singolo all’interno di incertezze continue e quindi nella reiterata possibilità di fallire e di percepire tale risultato a livello soggettivo senza mediazioni intermedie. Dunque se le sofferenze antiche erano relative alle coercizioni a cui si era costretti ad adattarsi, quelle contemporanee sono relative ai rischi e alle incertezze che nascono dal processo di individualizzazione che pervade la società. Tuttavia non è del tutto vero che nell’epoca attuale l’individualizzazione produce solo egocentrismo, isolamento e solitudine, in quanto non solo il legame parentale rimane, sebbene magari sia declinato in forme meno rigide di quelle precedenti, ma emergono anche nuove forme di gruppi sociali, come le subculture, i gruppi di volontariato, le squadre sportive, le associazioni culturali, quelle per la sostenibilità e così via.

Kaguya hime non è un film i cui personaggi si muovono in uno scenario contemporaneo permeato dai rischi che caratterizzano la società contemporanea, quindi parlare di individualizzazione è improprio da parte mia, inoltre sebbene Takahata ha detto che voleva rappresentare Kaguya da un punto di vista moderno in modo tale da far entrare gli spettatori in empatia con lei, ha anche specificato che comunque lei non è una donna moderna, ma è semplicemente una donna dell'epoca Heian. Questo tira e molla tra questi due versanti antico e moderno, per non parlare di altre contrapposizioni come vita di Corte e vita rurale, imperturbabilità ed emotività, etc. mi porta a vedere l'intero film come un insieme di dualità in relazione dialettica. A differenza di Omohide poro poro e Tonari no Yamada-kun che possiamo considerare come dei film realistici, ovvero fondati sull'epoca in cui si svolgono le vicende come se fossero dei documentari, Kaguya hime mi pare sì realistico, perché mette in scena la Corte Heian e il contesto rurale del tempo, ma al contempo mi pare fortemente simbolico come d'altronde accade per le fiabe. In quest'ottica l'ultimo film di Takahata si carica anche di un simbolismo atemporale che parla anche alla nostra società individualizzata. Dunque se da una parte dobbiamo confrontare Kaguya con le dame di Corte dell'epoca Heian e con quelle di altri racconti coevi, come il Genji monogatari, cosa che lo stesso Takahata ha affermato, dall'altra dobbiamo cercare di capire se il nucleo contenutistico del film è legato all'epoca di riferimento o se nella dialettica tra le varie dualità emerge un messaggio più generale.
Quello che penso è che nel suo magnum opus Takahata ha veicolato un contenuto atemporale, valido nel passato come nel presente, valido in situazioni coercitive e in momenti più liberi, etc. In questo senso lo slancio vitale tra adattamento e individualismo è forse uno degli elementi che Takahata riteneva parte dell'essenzialità della vita umana, presente sia in uno scenario pre-moderno come l'epoca Heian che in uno scenario contemporaneo come la nostra società. Se Kaguya avesse compreso per tempo le possibilità dell'essere in vita non avrebbe chiamato la morte su di sé.

Poi che Takahata non abbia mai fatto pendere la bilancia verso l’individualismo e l'individualizzazione totalizzanti, ad esempio come nell'interpretazione liquida descritta dal sociologo Zygmunt Bauman, è evidente. D’altronde Takahata era un uomo giapponese nato negli anni Trenta che aveva vissuto gli stenti della guerra e i vari cambiamenti sociali, interessato ai legami umani, alla musica, alla letteratura, all'arte, ai pisolini, alla natura e così via, dunque un tipo intellettuale ma anche edonista, un uomo moderato, magari perfino timido, ma anche esigente, serio ma anche allegro, e così via. Inoltre dato che in Giappone il gruppo e il sentimento di reciproca unità sono (o sono stati) pervasivi e molto importanti, è ovvio che il piatto della bilancia non penda mai dalla parte dell’individualizzazione più sfrenata, soprattutto per un uomo anziano come Takahata, mentre per i giovani giapponesi le cose potrebbero essere diverse. Queste cose sono chiare, è lo stesso Takahata che in alcune interviste conferma il suo interesse e la sua preoccupazione per i rapporti sociali e per come nell'epoca contemporanea c'è una tendenza a non sopportare più gli attriti. Quindi si può ben supporre che Takahata fosse preoccupato per l'individualizzazione sistemica che distrugge le tradizioni e le appartenenze a gruppi predefiniti, ma al contempo fosse favorevole allo sviluppo della personalità individuale non solo attraverso l'adattamento ma anche mediante la pratica individualistica, in quanto anche quest'ultima -come detto in precedenza- è in grado di generare nuove forme relazionali di partecipazione, d'integrazione e di mobilitazione sociale.
Per questo penso che la scelta di Taeko verso Toshio non sia solo da intendersi come esempio di adattamento in senso lato, ma sia anche da intendersi come libera scelta individuale. Idem per quanto riguarda Kaguya, non è solo vita con compromessi ma è anche "vivere a modo mio", cosa peraltro scritta nel concept di cui ho parlato. C'è un intensa dialettica tra questi poli. Se “non si deve fuggire dalla vita” è il fondamento del pensiero takahatiano, la socialità e la progettazione di una famiglia rappresentano probabilmente i punti in cui impegnarsi, ma questi non implicano la negazione di pratiche e spazi utili per sviluppare la propria individualità, cosa che emerge dalla vita condotta dallo stesso Takahata.

Precisato ciò, il nucleo del film è quello di "non arrendersi alla morte ma vivere", a cui segue che: “vivere è vivere quello che la vita ti offre + quello che tu riesci a creare”. Ma se con quel “che la vita ti offre” intendi ciò che sto dicendo io, allora siamo d’accordo. Inoltre condivido questa parte: "Quella è solo una delle possibilità. Non ne conosciamo molte altre solo per il rifiuto che kaguya fa della vita." Nella vita ci sono sia possibilità esplicite (quelle a cui uno si adatta) che possibilità implicite (quelle potenziali che uno si crea individualmente) e penso che Takahata volesse evidenziare ciò mediante lo slancio vitale.
Non so se sono riuscito a spiegarmi bene, ma spero che a questo punto sia più chiara la specifica che volevo mettere in evidenza.
Sulla figura di Sutemaru concordo meno.
Su cosa non sei d'accordo?
Quando ho scritto che il personaggio di Sutemaru non supporta l’adattamento ma è la moglie di Ishitsukuri a farlo, ciò che intendevo è che non sappiamo quanto adattamento (nelle due concezioni suddette) e quanta libera scelta ci sia nella relazione con la donna campagnola, in realtà non sappiamo nulla quindi è difficile pronunciarsi. Sappiamo solo che Sutemaru è andato avanti, personalmente evito di speculare troppo se mi viene detto troppo poco. Viceversa la moglie di Ishitsukuri mi sembra un esempio molto più esplicito di adattamento. Comunque volendo possiamo dire grossolanamente che la moglie di Ishitsukuri rappresenta l'adattamento estremo, Sutemaru con la moglie rappresenta l'adattamento in senso lato, e infine Kaguya con Sutemaru rappresenta la scelta libera individualista. Ovviamente sono approssimazioni che mettono in risalto un aspetto, ma più profondamente il film parla sempre di dualità dialettiche.

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Re: "Non si deve fuggire!", ovvero: il cinema e il pensiero di Takahata Isao (più: ricosiderazioni su Kaguya)

Messaggio da Shito » lun set 03, 2018 10:22 am

Il mio problema nella lettura di Shun (ma non era Twistor?) è che benché il suo discorso sia ben documentato e argomentato, lo trovo sempre troppo strutturato.

Parlando un altro mio caro amico Fabio Palumbo, lui già dottorato in filosofia con cui scambio spesso pensieri e visioni, a cui avevo presentato una bozza molto embrionale del mio futuro saggio, lui mi scriveva:
Quello che mi ha colpito dell'intero discorso, non del tutto nuovo per me, poiché, come ricordi, abbiamo avuto modo di confrontarci su La principessa splendente in occasione della proiezione lucchese del 2014, è la visione che Paku-san ha del desiderio.
Se mi permetti di leggere Takahata attraverso questa categoria filosofica, mi sembra che il regista di Hotaru no Haka abbracci una posizione estremamente aperta e vivificante del desiderio (come del resto evidenzi bene nella tua analisi).
Di contro alla chiusura autistica della "generazione otaku" postmoderna, Takahata si fa alfiere, con Hegel, Kojève e Lacan, di un'interpretazione "combattente" dell'eros: non ripiegamento sul godimento acefalo e individualistico, ma lotta per il riconoscimento, battaglia per strappare un grumo di senso alla durezza dell'esistenza.

La tua analisi evidenzia bene come questo desiderio "mancante", incompleto, imperfetto, non si debba declinare in termini nostalgici: non è il ritorno alla campagna vagheggiato inizalmente da Taeko in Omohide Poroporo, né il "diorama" del perduto paesaggio bucolico in cui si rifugia la Kaguya forzosamente "urbanizzata". Il desiderio è apertura al futuro nel presente, è l'affermazione della pulsione di vita di fronte alla tentazione della pulsione di morte, della noluntas amidista, della cessazione della volontà schopenhaueriana. La transistasi e non l'omeostasi, un certo grado di turbamento e di affezione. Se è nostaglia, a momenti, come nella canzone della selenita, è perché si è caduti nel tranello della pulsione di morte e si è adesso solo capaci di rimpianto.
Ma la vita va vissuta qui ed ora, nella sua dimensione tragicomica, come insegnano gli Yamada.
L'ho riportato perché nonostante i riferimenti filosofici invero precisi, io trovo questa concisa lettura davvero centrale, e paradossalmente poco strutturalista. Magari sono io.

Però, però... il mio saggio, che non sarà un saggio "su Takahata Isao", ma "sul significato ovvero sul messaggio degli ultimi cinque film animati di Takahata Isao" non lo intitolerò "Ci si deve adattare!", ma "Non si deve fuggire!".

Ovvero, io credo che il punto comune al messaggio dei film di Takahata,da Seita a Kaguya, non sia la "necessità di adattamento", ma "il non rifiuto, la non rinunzia alla vita umana, nella sua naturalità individuale e sociale". Non rifiuto, non rinuncia, ovvero - nelle mie parole - NON FUGA. Perché fuggire dalla vita" è un po' come "rifuggire la vita", no?

E credo che questo "non rifuggire la vita" si declini in modi diversi a seconda delle condizioni. In una condizione di vessazione obiettiva come quella di Seita, chiaramente, la "non fuga" è il tenere duro, è l'adattamento a una condizione di vita più dura, più grama rispetto a quella a cui si era abituati. Chiaramente ancor più per i tanuki la non-fuga dalla vita è "adattamento" al cambiamento, in un modo che sta a cavaliere tra la sociologia e l'evoluzione naturale, quasi.

Ma per Taeko e Kaguya non si tratta di questo. Sono entrambe, con tutte le diversità storiche, due ragazze fortunate e viziate dal benessere. Per loro la non-fuga è il non rinchiudersi, il non rintanarsi nella rigidità di idealismi infantili che conducono al rifiuto dell'offerta di vita reale, anzi, precludono anche alla ricerca di una strada propria, ma vera!

Come diceva il mio amico Fabio Palumbo, sarebbe come un annullamento della "voglia di vivere" (wille) di cui Schopenhauer a totale sbilanciamento verso l'umana, individuale, solipsistica "rappresentazione" del mondo: il "giocare alla campagna di Taeko", il diorama bucolico dell'infanzia di Kaguya. Ma queste cose sono in realtà manifestazioni dell'istinto omeostatico ovvero mortifero che pure è latente nella psiche umana.

Quindi se Seita avrebbe "solo" dovuto tener duro, per sopravvivere alla guerra e continuare a vivere durante e dopo, Kaguya avrebbe forse potuto accettare uno dei suoi pretendenti, oppure magari dialogare col padre (che sempre l'adora) e così cercare una mediazione tra la vita che era stata predisposta per la sua adultità e quella a cui si sentiva di aspirare, oppure magari ancora cercare una via del tutto individuale, ribelle, ma commisurata alle sue reali possibilità.

E invece no, perché la storia di Kaguya, nel film di Takahata, è una storia di rifiuti e chiusure successive. Tutte le cose che Kaguya "prova a fare" sono bambinate, sono scatti d'ira infantile, non è mai niente di edificante. Dapprima fa i capricci e rifiuta l'educazione cortese alla quale pure sarebbe stata portata (il talento per il koto), poi scappa come una pazza, ma quella fuga è tanto effimera che non si capisce neppure se sia un momento reale o sovrannaturale. Cosa impara? E ingannare il tempo, a giocare a nascondino con la vita. Manda a spasso cinque disgraziati, crede di essere tanto in gamba e di essere tornata bambina, ma quando volteggiando sotto i ciliegi inciampa in un neonato chiedono scusa a lei. Vede Sutemaru che viene pestato e non alza mano o voce. Si fa il giardino dell'otaku, che poi distruggerà rendendosi conto che "il suo gioco" è costato la vita di un giovinetto. Allora poi si rinchiude in casa tipo hikikomori, e quando arriva persino l'imperatore a desiderarla (il suo "abbraccio" mi pare metafora di uno stupro, onestamente), lei invoca persino il ritorno al nulla - ovvero si suicida.

Essenzialmente, da dopo il fagiano un poi, Kaguya è una ragazza viziata che "non ce la fa a vivere", né a modo suo né a modo altrui.

Quanto alla scena della riunione con Sutemaru, a parte che mi piacerebbe tradurre più puntualmente le fonti citate da Shun, credo che il punto sia che una volta pentitasi amaramente del suo errore a "non aver vissuto la sua vita", Takahata decide di inserire una scena in cui Kaguya prima della morte ha almeno un singolo assaggio della vita che non è stata in grado di gustare appieno.

L'abbraccio tra i due in cielo mi è sempre parso una metafora dell'atto sessuale umano. Lei che riceve lui, lui che praticamente "entra" in lei. Una cosa molto naturale.

Ma anche tutta quella scena, come la prima rabbiosa fuga di Kaguya, vive sul filo del simbolismo allegorico e surreale. Volano davvero? O fanno solo l'amore nel bosco? Tabimba di certo non saliva le scale del cielo dopo il suo strike sui giorni nuvolosi. :-)

Ah, la moglie di Sutemaru si vede nella prima parte del film, se ci fate caso, è la bambina più taciturna e arruffata del gruppo. :-)
"La solitudine è il prezzo da pagare per essere nati in un'epoca così piena di libertà, di indipendenza e di egoistica affermazione individuale." (Natsume Souseki)

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