Il potere delle parole

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Sayonara no Natsu
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Il potere delle parole

Messaggio da Sayonara no Natsu » dom ago 04, 2019 11:54 pm

No, sebbene il chiaro e voluto richiamo del titolo, questo non è un thread dedicato a "Sen to Chihiro", però in qualche modo Miyazaki c'entra comunque. :)

A dire il vero, questo è un messaggio che desideravo scrivere da, boh, quasi un paio d'anni e che ho ripreso e abbandonato non so quante volte. Inizialmente doveva essere semplicemente una breve missiva privata per Shito, contenente essenzialmente alcuni miei pensieri che non ero riuscito - un po' perché sono impacciato un po' perché lui è troppo incalzante - a esprimere compiutamente in uno dei nostri incontri. Tuttavia, mentre riflettevo su ciò che avrei dovuto scrivere, ho avuto la sensazione che tale questione non fosse poi troppo insulsa, ma, al contrario, potesse contenere qualche spunto potenzialmente interessante di discussione - e, perché no, anche di riflessione - per tutto il forum (ma ora non aspettatevi nulla di che, eh). Decisomi, quindi, a creare un vero e proprio messaggio per tutta la nostra (tristemente) piccola comunità, ne ho altresì "approfittato" (anche se sputo sangue per ultimare ogni singolo post, alla fine mi diverto - per vostra disperazione ^^ - a scrivere wall of text XD) per ampliare, particolareggiare nonché per trattare della "genesi", che qui è proprio utile alla comprensione del ragionamento stesso e non è inserita unicamente per un amore di completezza, di questo mio modesto ragionamento su cui però ho almanaccato per un bel po'.

Tutto è iniziato diversi anni fa, quando lessi per puro caso su un giornale la triste storia di un bimbo che, affascinato dai supereroi americani, tentò, per imitarne le gesta, di librarsi in volo dopo essersi lanciato, mi sembra, dal balcone della propria casa, finendo ovviamente col morire. L'articolo riportava le parole del nonno, il quale, comprensibilmente esacerbato, si scagliava contro i fumetti stessi che erano un pericolo visto il grande potere di suggestione che potevano esercitare in particolare sui più piccoli, chiedendone più o meno direttamente l'eliminazione. Sul momento, mi sembra di ricordare che io inveii contro i giornalisti che, citando Gaber, "si gettano sul disastro umano con il gusto della lacrima in primo piano", poiché, considerando che tutti noi siamo portati a indirizzare verso qualcuno o qualcosa la nostra rabbia o la nostra frustrazione quando ci accade qualcosa di sgradevole (visto che contenere dentro di noi quelle emozioni ci crea una sorta di sofferenza), reputavo insensato intervistare un parente stretto del bambino che in un momento drammatico come quello poteva solo aggrapparsi a un'emozione di rabbia per non sprofondare totalmente nel dolore e nella tristezza. Perché, in effetti, di primo acchito quelle parole furiose contro dei fumetti mi sembravano unicamente il prodotto di un profondo bisogno di sfogare le proprie sofferenze, più che una vera critica fondata. Innanzitutto, avevo la sensazione che fosse un po' forzato pensare che vi fosse una relazione diretta tra le due cose, e dunque che se non ci fossero stati quei fumetti allora quel bambino sarebbe stato ancora vivo, e inoltre ritenevo che comunque non aveva senso che per una sola persona allora tutti gli altri ne dovessero essere allora privati. Sul momento, dunque, liquidai la questione con una certa faciloneria. Tuttavia, stranamente, tutta questa storia mi tornò alla mente più e più volte nel corso degli anni, e c'era sempre qualcosa che non mi tornava.

Uno sviluppo piuttosto importante per questo mio pensiero si ha alcuni anni fa. Lessi in un qualche articolo trovato in internet (forse proprio su AnimeClick...?) che diverse persone, sia giovani sia adulte, assai affascinate dal manga di Oba e di Obata Death Note, avevano spaventato, bullizzato o magari proprio ucciso sentendosi come l'autoproclamatosi giustizierie protagonista dell'opera, e ciò mi colpì non poco. Stavolta ebbi anch'io effettivamente l'impressione che se non ci fosse stata quest'opera, probabilmente molti di questi casi non si sarebbero verificati. Certamente ognuno è il solo responsabile di ciò che fa (anche se questa in realtà è una visione per lo più occidentale e se avete letto l'altro mio post saprete che io ho ormai un'altra idea riguardo alla responsabilità ^^), ma, se ci pensiamo, è assai plausibile che questo fumetto sia stato quell'elemento che ha giocato un ruolo cruciale nella mente di persone già predisposte ad assumere determinati comportamenti. Potremmo dire che è un po' come il caso di un individuo che a causa di turbe, noia e simili è piuttosto incline a fare uso di stupefacenti, ma che fino a quando non ha la concreta possibilità di entrare in possesso di droghe non le cercherebbe di propria iniziativa, non farebbe il primo passo.
Nonostante questa notizia mi diede ancora più da pensare, però, neanche al tempo riuscii ad arrivare a una vera conclusione. Diciamo che ero in quella brutta situazione in cui si capisce e al tempo stesso non si capisce, in quella situazione in cui si sfiora la risposta o addirittura la si ha sotto gli occhi ma non si riesce ad afferrarla, come se il cervello per la sua forma mentis non fosse ancora pronto a riceverla. In sostanza, le antiche perplessità persistevano e a me mancava ancora un pezzo.

La svolta definitiva si ha quando lessi e rilessi I fratelli Karamazov di Dostoevskij (sono monocorde, lo so ^^). Qui mi vorrei dilungare un po' proprio sulla storia del romanzo, perché il concetto che mi interessa è strettamente collegato ad essa. Ah, chiaramente se non lo avete ancora letto e non volete anticipazioni vi conviene davvero di fermarvi qui, perché mi accingo a rivelare praticamente gli snodi più importanti della trama.
Il padre dei praticamente 4 protagonisti della storia viene assassinato, e sono quasi tutti certi che sia stato il figlio maggiore, per gelosia, per il possesso dell'amata, a uccidere, macchiandosi di parricidio (per la gioia di Freud che ci scrisse persino un saggio). Nella parte finale del racconto, però, il lettore viene a sapere tramite i dialoghi di due dei rimanenti fratelli che l'assassino fu proprio uno di loro, con il "supporto" (consapevole e allo stesso tempo inconsapevole) dell'altro. Quando si scoprono tutte le carte, l'assassino accusa l'altro di essere stato lui che aveva acconsentito a tutto ciò e di essere stato anche in un certo senso il mandandante materiale, ma soprattutto, ed è quello che interessa a noi - ok, a me XD - di essere stato lui a "insegnare" che si poteva uccidere.
Per far capire fino in fondo quello che vuol dire effettivamente, devo fare un'altra digressione e partire dalla descrizione dei caratteri e delle caratteristiche di questi due fratelli. Mentre questo "mandante", Ivan (si legge Ivàn: il nome con l'accento sulla "i" non esiste in Russia), è un individuo brillante, d'alto sentire e che ha avuto accesso a un'educazione d'eccezione, l'altro, Smerdjakov (l'assassino materiale), non essendo stato riconosciuto come figlio legittimo, è finito con l'essere il servitore del padre, ma anche se non ha avuto accesso pressoché a nessuna educazione, è riuscito a sviluppare una notevolissima intelligenza, che tuttavia, imbruttita da una gelosia per i fratelli che avevano tutto mentre lui niente e da una generale misantropia, lo ha portato a considerare civiltà unicamente le "scarpe ben lustrate".
Ora, tutto parte da una piuttosto famosa teoria di cui Ivan è l'artefice, la quale ritorna più e più volte nel corso della storia, e si può riassumere dicendo che, se Dio non esiste, allora tutto è permesso. In sostanza, anche se qui sto mettendo un po' della farina del mio sacco, il concetto è che se viene a mancare la divinità creatrice e dunque le sue leggi eterne e universali (i dieci comandamenti, ad esempio), di conseguenza non esiste più alcun ordinamento etico del mondo, di conseguenza non c'è e non ci sarà mai un singolo elemento che ci permetterà di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è buono e cosa è cattivo, perché qualunque misura di valutazione utilizzata sarà umana, e perciò necessariamente soggetta a opinabilità (Protagoras would be proud, diciamo). A questo punto, senza alcuna immortalità dell'anima di cui doversi preoccupare, non c'è nulla che un uomo intelligente (e dunque capace di eludere la legge degli uomini) non possa fare oppure al contrario che debba fare: perché, infatti, salvare un uomo che sta morendo congelato - succede proprio questo nel racconto - se tanto la virtù a questo punto non esiste e il farlo o il non farlo non mi influenza minimamente, o anzi magari mi creerebbe qualche fastidio?
Cosa succede a questo punto? Succede che Ivan trasmette questa visione del mondo a Smerdjakov, che in qualche modo la fa sua. Ma se il primo è ancora supportato da comunque "nobili" sentimenti e da un intelletto elevato ed educato, quest'ultimo, che cova un forte odio verso gli uomini, che è meschino e abbietto e che ha dovuto sviluppare la sua pur notevole intelligenza in un ambiente truce e volgare, arriva a compiere qualcosa che in realtà l'altro non avrebbe mai compiuto: uccidere. E lo fa, e questo viene espressamente detto, proprio perché sotto la guida del fratellastro era arrivato alla conclusione che <<tutto è permesso>> e dunque che se la vita di qualcuno (del padre, in questo caso) è di intralcio al benessere/felicità altrui non c'è più nulla che possa far desistere dal toglierlo di mezzo, visto pure che tanto tutta la colpa, grazie a un ingegnoso stratagemma, sarebbe ricaduta sull'altro fratellastro (e anche di questo, sempre in quest'ottica nichilista, non ci sarebbe bisogno di darsi pensiero).
Insomma, che cosa ha combinato Ivan?
Normalmente, gli esseri umani sono sospinti incosciamente verso un certo tipo di comportamento da quella spontanea moralità che si forma in ognuno di noi, più o meno diversa dalle altre a seconda dell'ambiente in cui cresciamo e viviamo. Per quanto gretta, di solito la religione legittima razionalmente questo sentimento e in più lo potenzia aggiungendo anche il timore di una punizione divina ineludibile. La maggior parte degli individui, insomma, rimane "incatenata" dal sentimento del "giusto" , e così non compie alcuna azione che potrebbe danneggiare la comunità. Ecco, Ivan con la sua teoria distrugge e quindi si libera di tutto ciò, e se già questo in una certa ottica può venire considerato un comportamento pericoloso, egli commette un errore ANCORA più grave: questa teoria la diffonde, la mette a disposizione di tutti, noncurante delle conseguenze. Ma tutto ciò non vi ricorda niente? Questa non è forse la stessa accusa che si rivolge agli scienziati? Ivan ha letteralmente creato un'arma, ma se lui, grazie alle sue facoltà, riesce ancora ad usarla con un po' di criterio e di moderazione, una volta che la dona ad altri commette una follia gravissima, perché sarà ovvio che ci sarà chi ne prenderà solo certi aspetti usandoli a proprio comodo, o magari chi ne distorcerà altri, ma in tutti i casi con un unico risultato: morte. Una volta che sono realmente riuscito ad intendere cosa ciò significasse e tutte le sue implicazioni, beh, devo dire di aver ricevuto davvero una bella botta. Perché in effetti significa, anche se probabilmente Dostoevskij non era interessato a fare questo paragone, che la responsabilità del teorico è praticamente la stessa dello scienziato. E siccome la resposabilità di quest'ultimo è grande tanto quanto inconsistenti sono buona parte delle scuse che può addurre, ammetto di essermi un po' sentito preso a sberle perché mi sono visto costretto a rivolgere quelle stesse critiche a un ambito che apprezzo molto di più e che in qualche modo sento più familiare.

Tutto ciò ha dei risvolti effettivamente interessanti, perché se applichiamo tale assunto risulterà che, in effetti, ben più di un filosofo - e non solo - si potrebbe considerare un "pessimo essere umano".
Giusto per fare qualche esempio, potrei ricordare i casini (scusate il colto francesismo ^^) che ha combinato Nietzsche. Oh, lui certo si diletteva a pensare di star scrivendo solo per pochi, per gli iperborei magari, ma fatto sta che i suoi libri potevano finire nelle mani di tutti. E infatti, cosa è accaduto? E' successo che, tra le varie cose, grazie pure a una sorella demente, tutto il suo lavoro ha finito col diventare la giustificazione intellettuale del nazismo. La cosa molto divertente (?) è che lui disprezzava gli antisemiti, e, da quel pochino che so di lui, non gradiva molto neanche i tedeschi stessi.
Oh, magari qualcuno dirà che, poverino, lui non c'entrava niente, e che la colpa è degli altri che hanno alterato e strumentalizzato le sue parole. E d'altronde, che doveva fare? Doveva tenere per sé pensieri così importanti? E poi, dove lo mettiamo l'umano desiderio - potrebbe sempre dire qualcuno - che ci porta a lasciare tracce sempiterne di noi per non scomparire nell'oblio una volta che non faremo più parte di questo mondo (senza poi considerare la banalissima brama di successo)? Che bella pensata! Ma queste non sono forse, appunto, le stesse scuse che si adoperano per esentare da qualunque tipo di turba gli scienziati che alla fine vogliono soltanto starsene in pace per i fatti loro a giocare con forme un po' più avanzate di meccano?
Il fatto è che però mica è stato Fermi a sganciare (o a ordinare di sganciare) l'atomica, né Nobel a far saltare in aria cose e persone o a usare i cannoni colui che li inventò (il quale, come dice il re di Brobdingnag a Gulliver, doveva necessariamente essere un genio del male che odiava il genere umano). O ancora, volendo fare un esempio più attuale, non sono certo stati coloro che hanno inventanto il modo di far utilizzare internet da un cellulare che hanno costretto la popolazione ad usarlo in una certa maniera, allo stesso modo come, all'interno del film d'animazione della Pixar Wall e, non furono gli inventori delle poltrone volanti a spingere affinché le usassero tutti (viene fatto capire che inizialmente erano solo per gli anziani che avevano difficoltà a spostarsi). E' vero, nessuno di loro probabilmente fece qualcosa di male con le proprie creazioni, ma alla fine le armi uccisero, i cellullari isolarono ancor più gli individui e le poltrone portarono materialmente alla deformazione dell'essere umano, com'era d'altronde ovvio che sarebbe accaduto.
Sì, perché dovrebbe essere evidente a chiunque che qualunque mezzo sarà utilizzato in ogni maniera possibile, e dunque che starebbe al suo creatore, nonostante tutte le difficoltà che ci possono effettivamente essere, riflettere se i potenziali benefici superano o meno i potenziali svantaggi. Dunque no, se accettiamo il mio voler accomunare la figura del teorico letterato a quello dello scienziato, direi proprio che Nietzsche non ha poi molte valide scusanti. Ma, come già detto, non è l'unico che in quest'ottica risulta essere davvero biasimabile. Leggevo su Wikipedia (perciò, sebbene abbia effettivamente fatto qualche verifica che sembrerebbe confermarlo, prendete tutto comunque con le pinze) che julius Evola si è difeso dall'accusa di essere stato l'ispiratore di un gruppo di neofascisti dicendo "Non è certo colpa mia se alcuni giovani hanno fatto un uso arbitrario, confuso e poco serio di alcune idee dei miei libri, scambiando piani molto diversi". Col cavolo, rispondo io. E' proprio perché ci sono (e si sa che ci sono) giovani che fanno "un uso arbitrario, confuso e poco serio" delle idee, che si dovrebbe stare molto attenti a ciò che si scrive e si divulga.

E questo non è tutto. Finora ho trattato comunque di autori che avevano formulato teorie già piuttosto controverse in partenza, che facilmente si prestano ad azioni scabrose. Il punto è che, interessantemente (o preoccupantemente), anche visioni del mondo ben più miti nascondondo rischi dello stesso tipo. Il ben noto aforisma "il fine giustifica i mezzi", che certo esprimeva una visione sicuramente ampia e complessa di Macchiavelli, non è forse diventato la giustificazione più gettonata per le più becere azioni? E sebbene Cristo si fosse prodigato a diffondere un messaggio essenzialmente d'amore (pensiamo anche solo agli intenti pedagocici...), non è forse in nome suo e dei suoi insegnamenti che sono state commesse barbarie niente male? E in fondo, questo stesso ragionamento non vale anche per la dottrina di Marx e Engels (ma volendo si potrebbe parlare degli ideali socialistici più in generale), che avendo avuto la nefasta sorte di diffondersi enormemente ma in maniera assai frammentaria e superficiale, ha esercitato un'influenza che ha portato a esiti anche molto diversi da quelli desiderati?
Non so voi, ma a sembra che la questione stia via via diventando, come dire, un tantinello scottante. ^^
Mi sembra che osservando il passato con quest'ottica particolare risulti piuttosto evidente quanto le teorie risultino rischiosucce per il genere umano, sia per la legittimizzazione - intellettuale ma soprattutto morale - che danno per compiere determinate azioni sia per la grande facilità con cui possono venire distorte e strumentalizzate. Verrebbe allora da dire che almeno sotto questo aspetto il pensatore più accorto e responsabile fu il bistrattato (anche giustamente, eh) Descartes, che nel suo Discorso sul metodo non si dilungò sulla necessità del dubbio metodico (contrapposto a quello degli scettici) per giungere a una qualche verità perché, essendo il suo testo scritto anche in francese e quindi non solo in lingua dotta (il latino), temeva che "gli spiriti deboli" si aggrappassero solo agli scrupoli che poteva esporre trascurando poi le ragioni che avrebbe portato per eliminarli finendo, quindi, col danneggiarli anziché aiutarli a capire. Ma forse nemmeno questo è sufficiente perché, se ben ricordo, come quasi per beffa venne usato proprio il suo pensiero (il suo cogito ergo sum, in particolare) per creare alcune teorie metafisiche, forse il solipsismo, ben distanti, se non addirittura opposte, dalle sue posizioni. E d'altronde, simili fraintendimenti che hanno portato a conclusioni assai distanti dal pensiero originale si sono verificati chissà quante volte. Le stesse teorie di Darwin sono state saccheggiate dai posteri, come naturalisti e biologi ma anche individui che ben poco avevano a che fare con lui e che si basavano sul sentito dire, venendo usate in maniera semplicistica o addirittura impropria, se non delirante (i neodarwinisti meritano il premio Darwin...), talvolta per corroborare o giustificare visioni del mondo particolarmente violente e spietate. O senza necessariamente arrivare ai casi più estremi, mi viene da pensare alla visione di Hume sulla differenza tra l'essere e il dover essere che poi venne esasperata, da quel pochino che so, dai successori che crearono la "ghigliottina di Hume".
Insomma, Darwin non è darwiniano, Cristo probabilmente non si sarebbe definito cristiano e Marx si disse apertamente non marxista: non c'è che dire, davvero un bel vespaio. Giusto per usare un eufemismo. XD

Ma perché tutto questo? Già che ci sono, prima di proseguire, mi permetto una sorta di (non tanto) piccola digressione filosofica che mi sembra precisare i termini della questione.
Iniziamo dicendo che, a ben vedere, potremmo affermare che mentre gli scienziati creano strumenti materiali, i teorici creano strumenti spirituali. Si capisce che i primi ci danno modo di influenzare il mondo fisico, mentre i secondi quello interiore dell'uomo, quello spirituale appunto. Ora, io prima ho scritto che Ivan ha creato un'arma, e sebbene non sia errato per il senso che io voglio dargli, per chiarezza ora sarebbe meglio dire che ha creato uno strumento. Se tutte le creazioni dello scienziato, da un cucchiao a una pistola, vanno considerate strumenti materiali nonostante la loro diversità, si capisce che allora qualunque tipo di teoria/visione va parimenti considerata uno strumento spirituale. Com'è ovvio, però, anche se diciamo che tutte le creazioni dello scienziato rientrano nel grande calderone degli "strumenti", chiaramente non significa che esse siano tutti uguali, ma che, come sappiamo tutti, hanno una sorta di valore intrinseco che le predispone per certi scopi, normalmente dettati dall'intento creativo iniziale, anziché altri. Se continuiamo a seguire la mia analogia, allora dobbiamo dire lo stesso per tutte le teorie. In pratica, esistono teorie più "innocue", similmente agli oggetti potenzialmente meno rischiosi di uso quotidiano, e poi quelle che nei fatti sono già predisposte o comunque che si prestano con molta facilità a un utilizzo essenzialmente pernicioso, che negli strumenti fisici potremmo identificare come armi e simili. Ecco, Ivan aveva creato uno strumento che rientra in quest'ultima categoria. E infatti Smerdjakov uccide a causa di essa, CON essa. Se Ivan non gli avesse donato il suo strumento spirituale, che ripeto gli ha permesso di modificare il suo mondo interiore facendolo liberare, facedogli spezzare le catene immateriali (timore divino, morale o semplicemente facendogli capire che nulla aveva importanza) che lo frenavano, egli non si sarebbe mai macchiato di omicidio. Anche il protagonista di Delitto e castig... pardon, volevo dire Il delitto e pena ha creato uno strumento spirituale assimilabile alle armi degli scienziati, e, guarda un po', anche lui finisce con l'uccidere proprio a causa di esso. Anche Raskol'nikov se non avesse ideato la sua teoria degli esseri umani che sono divisi in pidocchi tremanti e in - praticamente - oltreuomini che hanno il diritto morale di prendere le vite altrui per il bene dell'umanità non avrebbe ucciso, poiché, come lui stesso svela a Sonja, era il suo sentirsi e soprattutto il suo volersi sentire parte di questi ultimi che gli eliminava qualunque altro tipo di freno, che gli spingeva il braccio. Dunque la teoria come motore e come fine. Il guaio, però, è che il rischio che una teoria comporti problemi anche seri non è circoscritto unicamente a quelle che sono già nate con una forte predispozione a produrre comportamenti più o meno truci, bensì riguarda, come si è visto, anche quelle che ho paragonato agli oggetti ordinari, ovvero quelle che in sé non propugnano fini particolaramente bellicosi o violenti, o addirittura ideate per risultare utili agli esseri umani. Cosa fare, dunque? Dati tutti questi problemi che man mano che vado avanti vedo sorgere, come dovrebbero comportarsi i teorici? E ci dovrebbero essere dei limiti a ciò che è opportuno divulgare? Per quanto ancora vaghe, sono arrivato comunque a delle mie conclusioni che esporrò man mano che andrò avanti col discorso. Nel frattempo vi rimando a L'ingenuo di Gaber che ritengo dia davvero un bel contributo a questa discussione.

La storia però non finisce qui, perché a Dostoevskij in fondo interessava più che altro mettere in guardia dai pericoli rappresentati dai teorici e dalle teorie (e la loro inapplicabilità alla vita reale) e di esortare a vivere la vita per la vita, rigettando la ragione e abbracciando la fede (ma visti i termini usati da Dostoevskij si potrebbe anche parlare di sentimento, dato che in fondo per lui le due cose collimavano), mentre io, non avendo un punto a cui dover giungere, ho semplicemente continuato a speculare su tutto ciò, arrivando ad ampliare questa visione. Col senno di poi, mi viene da pensare che di per sé non ho trovato nulla che non fosse già risaputo fin dall'antichità, e anzi che a una prima occhiata le mie conclusioni potrebbero venire persino accomunate (no, vi prego, questo no XD) a diverse di quelle demenziali prediche con la profondità di una pozzanghera che di tanto in tanto passano per la stampa e non solo. Anzi, probabilmente io stesso in fondo ero già in qualche modo consapevole di tutto ciò. Un po' come nel caso di prima, sebbene avessi i singoli pezzi su cui potevo riflettere, mi mancava la chiave di lettura che mi permettesse di vedere l'insieme, restando così in uno stato di vaga perplessità. Continuando a riflettere, dunque, ho semplicemente cambiato la prospettiva, riuscendo così a incastonare i singoli casi apparentemente scollegati tra loro in un quadro più grande, acquisendo in questo modo un senso più profondo. Ma per quanto l'operazione in sé possa sembrare ed effettivamente essere banale, per me è stata quasi come togliere un velo dagli occhi. In sostanza, diciamo che con queste ulteriori riflessioni sono finalmente riuscito a capire realmente l'enorme "potere delle parole". Più concretamente, a quel punto ho capito per la prima volta in vita mia quanta sia grande l'influenza esercitata dalle opere, da tutte le opere, di spessore e non, sulla società e sugli individui.

Già Aristofane, nonostante tutto, aveva speso parecchie belle parole su questo argomento. Ne Le rane, fa dire a Eschilo ed Euripide che i poeti svolgono la stessa funzione per gli adulti che i maestri svolgono per i bambini, poiché con le loro opere possono rendendere migliori i cittadini, stimolando nobili sentimenti e inducendoli a emulare gli eroi rappresentati, ma allo stesso modo anche rovinarli, e in tal caso chi è la causa di ciò merita persino la morte. E in questo senso, come dimenticare che Aristotele voleva che ci fosse un giudice che decidesse quali racconti e quali discorsi il fanciullo potesse ascoltare? Insomma, come dicevo l'influenza esercitata dalle "parole" era già ampiamente nota agli antichi, ma anche se quindi potrei già fermarmi qui, voglio comunque andare avanti col mio discorso e riportare quello che ho osservato e capito personalmente. ^^

La "grande l'influenza esercitata dalle opere, da tutte le opere, sulla società e sugli individui", dicevo. Ma questo in che senso? Finora io ho cercato di dimostrare quanto potenti e pericolose siano le teorie (filosofiche e non), ma riflettendoci, mi sono accorto che, curiosamente, questo grande potere non è loro esclusivo appannaggio. Mi sono accorto che lo stesso tipo di influenza viene o comunque potrebbe venire esercitato da praticamente qualsiasi tipo di opera, al di là del medium con cui viene divulgata e al di là della profondità, della qualità e della correttezza dell'opera stessa. Non è tanto la validità del pensiero espresso che conta, infatti, bensì la capacità di affascinare, la presenza di una caratteristica che rimanga impressa facilmente e che pungoli l'immaginario o qualche sentimento. Si capisce, allora, che praticamente qualunque cosa può suscitare grandi entusiasmi e stravolgere la vita degli individui, indirizzandoli o rivelandogli nuove strade.

Più volte in questi anni ho avuto riscontri di tutto ciò.

In questa intervista, ad esempio, uno dei creatori del manga Ashita no Joe parla della sua sorpresa nel constatare la grande serietà con cui i lettori leggevano il suo manga e l'enorme importanza che gli davano e che dunque aveva per loro. Considerando allora la responsabilità che gli derivava dal rivolgersi a persone così giovani e perciò così influenzabili, egli arrivò ad avere *paura* di disegnare manga, che praticamente, come spiegherò fra poco, è a mio parere l'unica disposizione mentale accettabile.
Comunque per farsi un'idea del peso che hanno in genere le opere sugli individui, basta ricordare che il film I due carabinieri di Verdone fece aumentare le richieste di arruolamento nei carabinieri (leggo del 35%), che divulgatori scientifici e filosofici portano intere generazioni a perseguire una strada di vita, che Cernysevskij con il suo Che fare? infiammò la gioventù russa del tempo, che I dolori del giovane Werther ebbe così successo che portò molti al suicidio in modo da emulare il protagonista, e ancora nell'800 diverse giovani decidevano di darsi la morte per imitare la fine di alcuni personaggi creati da Shakespeare come Ophelia e che, a quanto lessi non molto tempo fa, l'anime Rascal causò non pochi problemi in Giappone poiché portò moltissime famiglie ad importare procioni dall'estero per accontentare i figli (ma in effetti, sarebbe arduo creare una lista con tutti gli effetti prodotti dall'animazione e dai manga sulla popolazione giapponese...).

A questo evidente potere delle opere, si aggiunge un problema ancora più grave. Il dramma, infatti, è che inoltre le persone fraintendono. Come per la questione di Evola e in generale per tutte le teorie, è fatto assolutamente comune che ciò che è stato espresso finisca con l'essere distorto, o addirittura venga del tutto ignorato in favore di elementi semplicemente appariscenti. E così, ciò che il creatore dell'opera vuole comunicare, viene tralasciato, ciò che vuole biasimare, viene assorbito come cosa bella e ciò che vuole stigmatizzare, viene preso come modello. Ma a mio parere, ciò non cambia MINIMAMENTE la posizione del creatore: la responsabilità di ciò che si compie con questi insegnamenti distorti, nella maggior parte dei casi rimane del tutto sua.

Rousseau aveva perfettamente ragione quando biasimava La Fontaine per la sua favola del corvo e della volpe. I bambini non impareranno affatto che non bisogna essere stupidi e assurdamente vanitosi come il corvo, bensì impareranno ad essere furbi, scaltri e persino perfidi (lo sberleffo finale...) come la volpe. E' OVVIO che accadrà così, poiché a quell'età (ma a quanto sembra ormai succede un po' a tutte le età...) non ci si interessa di questioni morali e di certo non si apprezzano le prediche, mentre si è estremamente sensibili alle figure appariscenti, dominanti e che assumono un ruolo affascinante per colui che guarda/ascolta...

Per fare un altro esempio, posso dire che a mio parere il regista Nolan fu un pazzo a rendere tanto carismatica la figura del Joker nel suo film The dark knight. Da quello che ho visto e letto, questo personaggio ha riscosso un enorme successo e tutt'ora esercita un fascino immenso sui più giovani. Secondo voi questo non ha avuto alcuna conseguenza? E aggiungo, la visione terribile e truce dell'umanità che Joker esprime, per certi versi anche intelligente, e che usa per spiegare/giustificare le proprie azioni, nel finale del film si tenta di mitigarla, lasciando un messaggio più positivo. Ma secondo voi alla maggior parte degli spettatori interessava qualcosa? I meccanismi che entrano in funzione non sono razionali e, come dicevo, non è la ragione a lasciare il segno bensì il gesto eclatante e il discorso enfatico che colpisce l'immaginario. Dunque, secondo voi, dopo che "l'ideologia" del Joker (ognuno è bravo quanto il mondo permette di esserlo, quindi il crudele, il mostro, è semplicemente "in anticipo sul percorso" perché non fa niente di diverso da quello che fanno tutti gli altri non appena le cose vanno male) è stata assorbita come ogni altra cosa in maniera distorta e superficiale, non avrà portato magari qualche individuo con una personalità particolarmente influenzabile ed eccitabile a farsi prendere la mano e a emulare anche in piccolo suoi comportamenti o comunque ad autogiustificarsi per la sua condotta biasimevole? Se ciò fosse avvenuto, a mio parere la responsabilità sarebbe solo di Nolan...

E per quanto abbia tentato di giustificarsi e scagionarsi, lo stesso identico discorso vale per Kubrick. Dopo l'uscita di A clockwork orange ci furono attacchi a clochard, omicidi e stupri compiuti da gente vestita come Alex o che cantava "Singin’ In The Rain", ma Kubrick rifiutò ogni responsabilità, sebbene alla fine abbia acconsentito a rimuovere il film dall'Inghilterra, perché secondo lui chi compie certe cose è già predisposto e in procinto di farlo e perché in generale, se la sua opera avesse avuto questo potere corruttore, allora lo stesso sarebbe dovuto valere anche per tutta l'arte e per tutti gli altri prodotti violenti (qui un articolo interessante che tratta la questione).
Mi spiace per lui, ma è una spiegazione del tutto sballata. La verità è che le opere, come per il caso di Smerdjakov, fungono da "bacillo" di un'infezione: se trovano il terreno adatto, portano a conseguenze disastrose. Si capisce, dunque, che effettivamente ci deve essere una predisposizione, ma senza la scintilla, senza il contatto con l'infetto, non capiterebbe nulla. Esse, infatti, stuzzicano l'immaginazione, spingono verso certe strade, aprono nuove porte, rompono catene, creando possibilità altrimenti sconosciute o tralasciate. Pensate ad esempio a quegli articoli che riportano mode del momento totalmente imbecilli come ingerire brillantini per avere feci colorate: se all'inizio gli idioti che facevano queste cose potevano essere una manciata irrilevante, semplicemente divulgando al pubblico l'esistenza di una simile moda, si porterà senza dubbio a un incremento notevole del fenomeno, e non ha la benché minima importanza che esso venga presentato in buona o in cattiva luce. E' evidente che la maggioranza, da sola, non avrebbe mai neanche pensato di fare qualcosa di simile, e quindi non l'avrebbe fatto.
Tornando a Kubrick, per quanto riguarda il secondo punto, cioè che allora teoricamente tutti i prodotti violenti dovrebbero far diventare violenti gli spettatori, vale lo stesso discorso fatto per Nolan. Egli sbaglia grossolanamente perché crede che le dinamiche che influenzano gli individui siano essenzialmente razionali e lineari, che ciò che agisce sulla persona sia riducibile a pochi tratti essenziali e logici, dimenticando che invece gli aspetti più influenti sono quelli che agiscono al livello emotivo. Come un francesuccio (ma ci cade anche Socrate) che ragiona sul mondo come se si trovasse sempre davanti a un'operazione matematica, egli risolve la questione scartando tutte le variabili umane, riflettendo semplicemente sul fatto che se i grandi classici e i prodotti di consumo del suo tempo sono violenti senza però rendere violento nessuno (che poi non è del tutto vero), allora è evidente che neanche la sua opera possa causare simili problemi (davvero, "se Y≠Z ∧ X=Y allora..."): non funziona così. L'uomo, sarebbe anche ora di capirlo, non è mosso e influenzato principalmente dalla ragione e da cose razionali, bensì da pulsioni, emozioni, stimoli sensoriali e tutto ciò che riguarda il sentimento in senso lato (di mio, infatti, diffido della stragrandissima maggioranza delle spiegazioni date a posteriori che cercano di far credere che un determinato comportamento o una determinata parola siano frutto di scelte razionali).
Dunque, non è l'azione in sé, la sua idea (quella della violenza, in questo caso), ad avere significato ed effetto sulle persone, bensì è soprattutto COME viene rappresentata. Il che è ovvio, perché altrimenti per assurdo dovremmo avvertire la stessa sofferenza che proviamo quando guardiamo una persona che in un film truce e realistico si stacca un braccio tagliandolo, anche davanti a un personaggio di un cartone animato che, nell'illogicità del genere, per qualche motivo si stacca l'arto per poi riattaccarselo in seguito. Sono, insomma, in particolare le emozioni che vengono suscitate e tutti gli aspetti che rimangono facilmente impressi ad avere reale peso sull'individuo, e A clockwork orange, a causa anche dell'estrema crudezza e dell'estremo realismo, in questo senso è estremamente potente. Il problema è che va a stuzzicare sentimenti assai sordidi. Il fascino oscuro esercitato dall'ultra violenza e dalla sessualità più bestiale, il piacere legato alla crudeltà più feroce e l'attrazione prodotta da personaggi così eccentrici e appariscenti, sono tutti elementi che vanno ben più in profondità e attecchiscono molto meglio dello sterminio dei Proci o delle spacconerie violente di un Bond.
In parole povere, checché ne dicesse, Kubrick aveva su di sé la responsabilità morale di quei crimini e di tutti gli altri effetti collaterali, e creando (o più che altro distribuendo) quel film ha agito da pessimo essere umano.

Ma per me persino Dostoevskij è stato un folle. Non solo perché criticando Ivan e gli effetti nocivi di quella sua teoria sugli individui l'ha di fatto divulgata a un gran numero di persone, visto che il suo è un romanzo e non un testo di filosofia che comunque rimane in una cerchia più ristretta. Ma soprattutto perché ha pubblicato il racconto del grande inquisitore e questa è stata una scelta del tutto pazza, pazza, PAZZA. Com'è possibile che non gli sia passato per la mente che un lavoro di simile livello e con una qualità artistica così sublime, che lascia le persone attonite e con i brividi dopo la lettura, avrebbe suggestionato e influenzato tantissimi individidui? Com'è possibile che non si sia reso conto che con uno scritto simile avrebbe alla fine esaltato proprio la via più tragica e oscura per salvare la società? Poco importa che nelle sue intenzioni questa parte doveva essere contrapposta e superata da un'altra in cui anziché garantire la felicità agli uomini con il dominio li si prova a migliorare divenendo una "luce" inestinguibile che illumini tutti: il dislivello qualitativo è tale che sono imparagonabili (ma per intenderci, questa seconda parte da sola annichilisce quasi tutto I promessi sposi...). Ma soprattutto, com'è possibile che non abbia tenuto in conto, dopo che lui stesso l'aveva mostrato attraverso le vicende di Ivan e Smerdjakov, quanto anche un alto e profondo ideale possa venire deturpato e banalizzato quando arriva nelle mani sbagliate? Lui sapeva, SAPEVA che è solo un passo che gli uomini si credano di essere eccezionali, unici e in virtù di questo si comportino e si arrochino diritti speciali: lo fa spiegare proprio a Raskol'nikov che è cosa comunissima che alcuni pidocchi si montino la testa e si credano di essere dei signori, di rientrare nella cerchia dei "pochissimi", di avere il diritto di essere superiori alla legge degli uomini e di schiacciare gli altri per far evolvere la società. Quanti saranno stati, dunque, coloro che sentendosi o volendosi sentire questi esseri eccezionali, influenzati dal grande inquisitore, si sono alla fine fatti prendere la mano per un teorico fine più alto, quanti che hanno recato sofferenza agli altri in virtù della loro unicità, quanti, per quel po' di intelletto avuto in sorte, si sono esaltati e si sono incrudeliti a causa delle loro fantasie astratte? Io spero sia solo una diceria senza fondamento, ma da quello che so Stalin dormiva sempre con I fratelli Karamazov sul comodino. Se fosse vero, e se come io penso il dittatore russo era particolamente affascinato dalla figura del grande inquisitore e se certe sue scelte sono state dettate proprio da questo influsso, ebbene, a mio parere anche Dostoevskij dovrebbe bruciare all'inferno...

Ma il flusso di pensieri fa il suo corso, e mi porta inderogabilmente ad un altra considerazione. Non solo per me tutti coloro che strombazzano con astio e violenza (la violenza affascina) le proprie opinioni in pubblico sono colpevoli delle conseguenze che questi pensieri producono nella società (pensate al femminismo più esacerbato che spesso non porta a nessun dialogo costruttivo o a una compresione reciproca maggiore ma semplicemente a un inasprirsi del rapporto tra uomo e donna, oppure al clima d'odio e di razzismo che si genera nel momento della vittoria o della propaganda di partiti politici xenofobi), ma pure un forum, pure questo forum è soggetto alle stesse responsabilità. Visto che in genere sono principalmente i più giovani ad interessarsi di animazione e quindi a visitare luoghi come questo, sarebbe necessario prestare una notevole attenzione a cosa si scrive e soprattutto a come la si scrive. Ripensando a ciò che è stato detto in questi anni e anche in quelli precendeti alla mia iscrizione, non posso fare a meno di pensare che in questo senso il più irresponsabile degli utenti sia stato proprio Shito...
Essendo arrivato qui quando ero ancora abbastanza giovane, e quindi assai malleabile, non mi vergogno ad ammettere che io per primo sono stato davvero molto influenzato da lui. Ma io comunque ho avuto la fortuna di avere una discreta educazione, una certa predisposizione alla riflessione e in generale un po' di pensiero critico, che mi hanno permesso di non lasciarmi semplicemente infatuare da certe visioni e idee ma di rielabolarle scartando ciò che non gradivo. Ma se tra gli abituali lettori (soprattutto tra i non iscritti) vi fossero state delle persone più semplici e ingenue? Essendo un forum pubblico, non possiamo sapere chi leggerà ciò che diciamo, non sappiamo che effetto potrà avere su una mente suscettibile, su una persona influenzabile (e a 20 anni, scriveva Voltaire, si è facilmente preda del fanatismo)...
Non solo ciò che Shito ha espresso in questi anni è stato spesso assai truce, ma, soprattutto grazie alle sue più che notevoli doti oratorie/scrittorie, lo ha spesso reso di grande impatto e intelletualmente "attraente". Come Nietzsche con la sua retorica e le sue idee di grandezza ha un forte ascendente sui liceali che però lo fraintendono quasi sempre (più seriamente, pensate a quanti danni avrà fatto con quel "i deboli e i mal formati devono perire: questa è la nostra carità"...), non è affatto arduo immaginare che qualcuno si sia attaccato solo agli aspetti diciamo esteriori delle sue considerazioni danneggiando le persone a lui vicine.
Se questo è realmente avvenuto, non ho nessuna remora a considerare anche Shito un pessimo essere umano...

Ma voglio concludere questo discorso da dove tutto è iniziato, dando infine una risposta a quei dubbi che per tanti anni mi sono portato appresso. Sono stati davvero i fumetti a far morire quel bambino? Ed è stato realmente Death note a causare tutte quelle sofferenze a tutte quelle persone? Ad oggi, dopo tutte queste riflessioni, non posso che dire sì, in buonissima parte è resposabilità loro. I loro creatori, dunque, hanno sulla coscienza delle vite e delle sofferenze umane.

Data la grande suggestionabilità degli esseri umani, ogni qualvolta si prende in mano una penna, un lapis o un pennello (ma in effetti anche un microfono), bisognerebbe TREMARE al pensiero dell'enorme fardello di cui si sta facendo carico. Tutti coloro che hanno o possono avere influenza su altri individui, e in particolare sulle nuove generazioni, dovrebbero sviluppare un senso di responsabilità sovraumano, dovrebbero interrogarsi per un tempo infinito se quello che stanno creando non potrebbe essere frainteso, mal intrerpretato, travisato, portando a conseguenze nocive per tutti. Ma si capisce che ciò non avverrà mai, dunque, considerando la situazione folle attuale, altro che necessità di avere una "patente" prima di fare televisione come suggeriva Popper: io sarei più dalle parti del comunismo di guerra di Lenin...
Ciò effettivamente porta anche a una concezione della cultura abbastanza esoterica, ma nel mio caso non c'è nulla dell'idiozia che comunemente appartiene a tutti gli individui con una visione elitaria (spocchia, desiderio di distinguersi, voglia di sentirsi migliori degli altri e poco altro...). Per me, semplicemente, come per accedere ai "Grandi Misteri" Eleusini bisognava prima passare dai "Piccoli Misteri" e come per pilotare un aereo bisogna prima acquisire un brevetto e dunque tutte le conoscenze e capacità a esso connesse, è necessario avere una preparazione adeguata, essere "pronti", prima di entrare in contatto con i pensieri più alti ma anche più pericolosi dell'umanità.

Eppure, eppure, in me c'è anche un sentimento contrastante, c'è un sentimento che mi spinge a non concludere così la discussione, con semplicemente una nota di biasiamo e di chiusura totale nei confronti degli artisti e dei pensatori.

Ora, anche secondo l'ottica che ho fin qui esposto, Takahata in qualche modo rappresenta quasi il punto ideale, il limite a cui tendere, dimostrando che anche in una concezione così rigida non si esclude a priori qualsiasi tentativo di comunicazione. Difatti, non solo le sue opere sono a dir poco splendide, ma personalmente non riscontro alcun elemento evidente che mi possa far temere per coloro che assistono, raggiungendo così il picco di un cinema diciamo "civico", rendendo uno dei servigi più importanti che un intellettuale può fare alla società, ovvero educarla e aiutarla a migliorarsi. I suoi lavori hanno un impatto emotivo portentoso, che come dicevo è uno strumento assai più influente del semplice ragionamento, il quale viene però utilizzato per un reale fine comunicativo, senza rimestare (anche solo per biasimarle) le emozioni umane più torbide, rischiando di risvegliarle. Ad esempio, non ha nessuna importanza che la maggior parte degli spettatori non capisca che Principessa si sia praticamente suicidata e che il suo discorso finale sia un accorato appello alla vita (saranno poi i più attenti e interessati ad approfondire), poiché le ultime scene sono così forti emotivamente che indicuno chiunque a sentire, a provare su sé stesso quel fortissimo desiderio di vivere. In questo senso è comprensibile perché di Miyazaki egli apprezzava più di tutti Il mio vicino Totoro: è forse una delle sue opere che meno è interessata a parlare al cervello (ma in maniera molto diversa da Laputa), e piuttosto induce a uno stato d'animo di gioiosa quiete e di serenità, anche familiare.

Takahata, dunque, non avrebbe praticamente nulla di cui scusarsi e di cui vergognarsi, eppure, in qualche modo è stato proprio lui a suggerirmi un possibile spiraglio nella mia stessa concezione.
"Nel rifiuto di venire rubato… il tuo animo non si dona. Temendo di morire… non si riesce a vivere."
Proprio questo concetto di scelte non prese e vita non vissuta a causa del timore delle possibili conseguenze, oltre ad essere per me particolarmente toccante e significativo, mi ha portato a pensare che forse anche per il mio discorso possa valere qualcosa di simile.
A quanto mi è parso di capire nel corso della mia pur piuttosto breve esistenza (anche se in verità io mi sento già molto vecchio e stanco, ma vabbè XD), talvolta nella vita bisogna essere forti, bisogna avere coraggio. Come Tomino che era pronto, pur di trasmettere qualcosa ai bambini che guardavano le sue opere, a portarsi il rancore dei loro genitori nella tomba, talvolta è necessario essere capaci di farsi carico di responsabilità e persino di sofferenze per un fine più grande.

Ma al di là di tutto, mi sembra comunque Miyazaki avesse proprio ragione: le parole hanno potere!
Benjamin was the only animal who did not side with either faction. He refused to believe [...] that the windmill would save work. Windmill or no windmill, he said, life would go on as it had always gone on– that is, badly.

Animal Farm

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